Il vuoto di Pasqua

Tiziano Scarpa



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I sacramenti fai da te

Questa mattina, Pasqua di Resurrezione, sono entrato nella chiesa vicina a dove abito. È Santa Maria Gloriosa dei Frari, basilica francescana del quattordicesimo secolo, incrostata di celeberrime opere d’arte e sepolcri illustri: l’Assunta di Tiziano, San Giovanni Battista di Donatello, un trittico di Giovanni Bellini, le tombe di Tiziano stesso, di Antonio Canova, di Claudio Monteverdi…

La chiesa era aperta, come sempre in queste mattine. Non vi si celebrava nessun rito. Era deserta. Vicino all’ingresso, su un leggio, era appoggiato il lezionario cattolico, aperto alla pagina del vangelo di oggi: Maria di Magdala avverte gli apostoli che il sepolcro di Gesù non è più sigillato, Pietro e Giovanni arrivano di corsa. Più in là, in distribuzione su un tavolino nella navata, c’erano dei volantini fotocopiati: in un messaggio ai parrocchiani, i sacerdoti francescani della parrocchia si rammaricavano di dover rinunciare alla Messa pasquale, e consolavano i fedeli suggerendo di seguire le liturgie trasmesse dai media. Eccone alcuni passi:

Ma come fare se c’è, come in questo tempo di coronavirus, l’impedimento di partecipare alla celebrazione della messa?
[…] oltre ad ascoltare la Parola di Dio (liturgia della Parola) è raccomandata la ‘comunione spirituale’ (liturgia Eucaristica), che hanno valore in sé, perché il Signore, ascoltato e incontrato ‘spiritualmente’, ‘è lo stesso ieri, oggi e per sempre’ come leggiamo nella lettera agli Ebrei (13,8). Le modalità e le forme della sua presenza possono essere diverse, come ci testimoniano i racconti della Resurrezione che avremo modo di ascoltare in questo tempo di Pasqua. Infatti, Gesù risorto appare a Maria di Magdala davanti al sepolcro vuoto; si rivela gli apostoli, chiusi nel Cenacolo, con i segni della sua passione, mangia con loro e dà loro il perdono; si fa viandante con i discepoli di Emmaus e viene da loro riconosciuto, in casa, allo ‘spezzare il pane’.

Il volantino prosegue ricordando che, di fatto, si può ottenere il perdono per i propri peccati celebrando una sorta di autoconfessione, con la promessa di andare da un sacerdote non appena sarà di nuovo possibile. È previsto dal catechismo, e lo ha ricordato qualche giorno fa anche Papa Francesco:

«Se tu non trovi un sacerdote per confessarti, parla con Dio, è tuo padre, e digli la verità: ‘Signore, ho combinato questo, questo, questo… scusami’ e chiedergli perdono con tutto il cuore, con l’Atto di dolore e promettigli ‘dopo mi confesserò’. E subito tornerai alla grazia di Dio.»

Insomma, la situazione di emergenza tocca la liturgia. Esiste uno stato di eccezione anche per i riti fondamentali della fede cattolica: la comunione, la confessione…

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Fare a meno delle immagini

I notiziari di oggi hanno messo in evidenza che la Messa Pasquale era priva di una specie di prologo, tornato in uso, dopo un lungo oblio, da vent’anni a questa parte: il Resurrexit. Si tratta di una cerimonia antica che era stata ripristinata da Giovanni Paolo II nel 2000. Ecco come lo descrive il sito del Vaticano, che traduce un testo del dodicesimo secolo, l’Ordo Romanus:

“Il mattino di Pasqua, dopo Prima, il Pontefice Romano, rivestito di piviale bianco, con i diaconi Cardinali che indossano le dalmatiche e le mitre, i suddiaconi in tunicella e gli altri ordini inferiori di chierici e i suoi cappellani, va alla cappella di San Lorenzo (...) Qui fatta orazione, (il Papa) riveste i paramenti sino alla dalmatica, quindi si reca ad adorare il Salvatore. Apre l’immagine, bacia i piedi del Salvatore dicendo tre volte: Surrexit Dominus de sepulchro, a cui tutti rispondono: Qui pro nobis pependit in ligno. Alleluia. Baciato il Salvatore, si reca al trono e dà la pace all’arcidiacono, il quale dopo di lui ha baciato il piede dell’immagine, dicendogli: Surrexit Dominus vere; questi risponde: Et apparuit Simoni. Il secondo diacono, baciati i piedi del Salvatore, si accosta a ricevere la pace dal Sommo Pontefice e dall’arcidiacono e si pone in fila. Gli altri Cardinali fanno egualmente (...) In tanto la schola canta: Crucifixum in carne e Ego sum alpha et omega. Terminata la pace il Pontefice indossa la pianeta bianca, il pallio e la mitra solenne” e in processione si va a Santa Maria Maggiore per la Messa pontificale.

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L’immagine da adorare che viene menzionata è quella della cosiddetta icona acheropita (“non dipinta da mani umane”), che mostra il ritratto di Cristo a figura intera. Da questi brevi cenni, si comprende che la cerimonia del Resurrexit risponde a un’esigenza di oggettivazione, di concretezza fenomenica. Cristo Risorto deve apparire, deve essere visibile, constatabile.

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Sarebbe troppo semplice dire che, facendo a meno di omaggiare la sacra immagine di Cristo, papa Francesco abbia accennato un ritorno a un cattolicesimo iconoclastico, aniconico, tutto mentale, precedente al concilio di Nicea… Ma è certo che la sua scelta ha fatto spiccare ancora di più, per contrasto, la natura ammennicolare, orpellofila del cattolicesimo, con la presenza ingombrante di statue, baldacchini, colonne tortili, pavimenti policromi, colombe raggianti, mentre il povero vecchio papa sedeva affranto, durante la Messa pasquale, con lo sguardo perso, nella basilica semideserta…

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Il crocifisso e il risorto

L’Eucaristia spirituale, la confessione interiore, la rinuncia al Resurrexit, cioè a vedere con gli occhi l’immagine di Cristo… E le chiese vuote, le Messe sospese di queste settimane, o celebrate dal papa durante la Settimana Santa davanti a pochissimi fedeli, in luoghi sacri, davanti a nessuno…

Che riflessioni si possono ricavare da questa situazione? Vorrei tentarne un’interpretazione che non riguarda solo la religione.

Per impostarla, prendo l’avvio da un dibattito che si svolse in Italia qualche anno fa: riguardava l’opportunità di esporre il crocifisso nelle aule scolastiche, nei luoghi pubblici, di allestire il presepe in classe, eccetera. [1]

In quell’occasione avevo attinto ai teologi che del cristianesimo mettono in evidenza l’aspetto resurrettivo, pasquale, più di quello sacrificale, crocifissorio.

In particolare, trovai spunti decisivi in Risus Paschalis, un saggio di Maria Caterina Jacobelli. In sintesi: ci sono tantissimi uomini e donne, nella Storia umana, che hanno dato la vita per qualcun altro, e sono stati umiliati e torturati molto più di Gesù, prima di essere messi a morte con agonie terrificanti; ma uno solo è il risorto. Se, nonostante la crocifissione, Cristo non è risorto, allora, come dice san Paolo, “è vana la vostra fede” (1Cor, 15,17). Queste considerazioni, Maria Jacobelli le faceva all’interno di un’indagine storica apparentemente bizzarra, quella sul riso pasquale. La liturgia di Pasqua, infatti, nei secoli passati era una festa allegrissima: una tradizione medievale e moderna prevedeva addirittura che si ridesse in chiesa, e che il sacerdote raccontasse barzellette, anche oscene, durante la predica. Quell’esplosione di risate mostrava che il Cristianesimo è una religione comica, perché promette un lieto fine, e la Pasqua ne è il cardine, la sua conferma e fondamento.

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Il secondo spunto di cui tenere conto è questo: quando pensiamo al momento preciso della Resurrezione, tendiamo a evocare le immagini che la illustrano, raffigurandola in moltissimi dipinti; ma di per sé, la Resurrezione non è descritta nei Vangeli. Il Vangelo di Giovanni (quello che sarebbe risuonato nelle liturgie di oggi, se le Messe non fossero state sospese per la pandemia) si limita a raccontare di Pietro e Giovanni, chiamati da Maria di Magdala, che vanno al sepolcro di corsa, entrano, trovano le bende a terra e il sudario ripiegato da una parte; nient’altro. I due apostoli guardano la tomba deserta, e credono.  [2]

Il cristianesimo si fonda sulla contemplazione del vuoto. [3]

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Yves Klein e il venir meno delle cose

Nel Novecento, c’è stato un artista dall’insospettata fede cattolica che ha proposto l’esperienza del vuoto: nel 1958, Yves Klein, aveva sgomberato le stanze della piccola galleria Iris Clert di Parigi, e le aveva dipinte di bianco. Non c’era niente da vedere, bisognava aggirsarsi e sostare nelle cubature di spazio cavo.

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Le liturgie celebrate da papa Francesco in queste settimane sembrano affrontare con coraggio proprio questo aspetto poco frequentato del cristianesimo, che generalmente, almeno nella sua versione cattolica, si presenta stipato di cose, anche magnifiche, e di segni, di simboli, di significati: opere d’arte, dorature, paramenti, pompa magna, icone, figure, personificazioni, oggetti, divinità torturate, grondanti sangue, condannate in effigie ad agonie interminabili, e offerte in pasto ai fedeli…

All’opposto, la situazione di queste settimane propone un aspetto sottrattivo, spirituale, interiore del cristianesimo. Si prende atto del vuoto, dell’assenza, dello squallore. Ma prima di trarne tutte le conseguenze, ho bisogno di analizzare un altro elemento.

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Il papa sublime e la risonanza affermativa

Il 27 marzo scorso, in un piovoso crepuscolo blu, davanti a piazza san Pietro vuota, papa Francesco ha innalzato da solo una preghiera a Dio. Penso che molti non dimenticheranno mai l’imponenza di quelle immagini, letteralmente sublimi: cioè, al tempo stesso, bellissime e spaventose, incantevoli e angoscianti.

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Per comprendere quella situazione, mi farò aiutare da due contributi. Il primo viene dalla storica Cornelia Epping-Jäger, che studia le strategie di consenso del nazismo, in particolare la sua natura oratoria e comiziale. Una di queste strategie consisteva nel disporre intorno al leader una “risonanza affermativa”. Hitler e i suoi gerarchi organizzavano raduni scenografici, puntualmente ripresi e trasmessi dalla radio e proiettati nei cinegiornali, che facevano ascoltare e vedere l’unanimismo chiassoso e disciplinato della folla. Il capo parla, la folla approva, gridando e applaudendo: si va avanti così, fra segmenti parlati e reazioni di approvazione. La drammaturgia fondamentale di basa su questo dialogo asimmetrico. Essendo filmato o trasmesso radiofonicamente, in realtà il capo parlava all’intera nazione, ma lo faceva attraverso la messa in scena di un’approvazione ricevuta da una massa presente davanti a lui che si faceva sentire: erano decine, centinaia di migliaia di persone, ma pur sempre una minoranza rispetto alla totalità del popolo tedesco; e però, quella moltitudine serviva a ostentare il consenso di cui godeva il capo. Del resto, Hitler non si trovava a suo agio nel comunicare tramite i media: le sue performance da oratore negli studi radiofonici, quando doveva parlare da solo davanti a un microfono, erano molto scarse rispetto ai comizi pubblici, e vennero raramente messe in onda. Si infervorava solo di fronte a un uditorio fisicamente presente. (Roosevelt invece con la radio se la cavava molto bene; nelle sue “conversazioni al caminetto” si indirizzava confidenzialmente al popolo americano).

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Il secondo apporto lo fornisce Peter Sloterdijk: nel terzo volume di Sfere spiega che attraverso i media è possibile formare “sfere sincroniche di ampiezza mondiale”, cioè messaggi universali che coinvolgano tutto il pianeta; come esempi porta le cerimonie di apertura dei giochi olimpici, il funerale di Lady Diana, la commemorazione delle vittime delle Torri Gemelle. Ma un risultato simile, dice Sloterdijk, si può ottenere purché gli assembramenti di folla vengano trasmessi dai media, e solo se, a sua volta, la folla si raduna perché sa che verrà trasmessa sui media. [4]

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Ricapitolando: per ottenere e ostentare il suo valore, l’evento mediatizzato deve essere incoronato da una moltitudine, che serve a certificare il consenso e lo presenta come un dato di fatto incontestabile, ancora prima di guadagnarselo presso i reali destinatari, cioè gli spettatori degli schermi.

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“Applaudiamoci da soli!”

A questi esempi epocali (raduni nazisti, eventi mediatici planetari) ne aggiungo uno molto più modesto, ma che ha potuto constatare chiunque abbia dato un’occhiata alla tivù in questo periodo: le trasmissioni che hanno dovuto rinunciare ad avere il pubblico in studio (per non parlare delle partite di calcio a porte chiuse).

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Prima del coronavirus, persone in carne e ossa applaudivano i duellanti di un talk show, o ridevano alle battute di un comico, o giubilavano alla prodezza di un giocatore. Adesso la loro assenza – spesso enfatizzata dal fatto che queste trasmissioni si continuano a fare nelle stesse scenografie di prima, davanti a decine o centinaia di seggiole vuote – ha per così dire svestito l’imperatore, ha mostrato di quali panni fosse agghindato: una “risonanza affermativa” fittizia, preconfezionata. Un consenso messo in scena, a suo modo totalitario, perché imposto ai telespettatori.

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“E allora, applaudiamoci da soli!”, ha chiesto agli ospiti del suo talk show, privo di pubblico in studio, la conduttrice televisiva Barbara D’Urso, in uno di quegli involontari momenti di verità che scappano come lapsus perfino in televisione. [5]

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Che vuol dir questa solitudine immensa?

Se avete avuto la pazienza di seguirmi fino a qui, possiamo tornare insieme alla scena di papa Francesco, che innalza la sua preghiera da solo in piazza san Pietro la sera del 27 marzo. Che cosa mancava, in quella situazione? I fedeli. Sembrava che dalla piazza se ne fosse andato il cristianesimo stesso. Non è una battuta. Ricordo un uso rivelatrice della parola “cristianesimo”, da parte di un’anziana signora pugliese, che la usava per intendere “assembramento, folla, moltitudine chiassosa” (non so se fosse un suo idioletto o un modo di dire diffuso). Certo, il cristianesimo è l’unità del corpo mistico dei credenti. La massa concreta dei fedeli, condividendo lo stesso credo, sostanzia una fede che non è altrimenti visibile, oggettivabile, dimostrabile. Ma in una scenografia rituale, la presenza dei fedeli che esprimono la loro risonanza affermativa – il responsorio liturgico, l’eco delle preghiere – potrebbe far credere che in gioco ci sia principalmente un dialogo fra il celebrante e l’uditorio, la personificazione di un consenso esteriore.

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Invece no. Il papa, nella piazza san Pietro deserta, si è rivolto direttamente a Dio. Gli ha parlato a tu per tu:

Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: Voi non avete paura. E noi, insieme a Pietro, gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché sappiamo che tu hai cura di noi”.

Si potrebbe obiettare che ogni sacerdote, sempre, durante ogni Messa, si rivolge a Dio. Ma in quella situazione, le parole del papa erano particolarmente schiette, dirette; e, in più, erano sguainate, senza la fodera protettiva dei fedeli. È venuta meno la presenza dell’uditorio che, certo, è teologicamente essenziale, ma anche sviante, perché potrebbe significare un assenso alla Chiesa, in un dialogo a una sola direzione: dal sacerdote ai fedeli che risuonano affermativamente, che dicono di sì al loro leader. Il 27 marzo, invece, il papa si è esposto disarmato a Dio, senza l’armatura del suo popolo. E in questa condizione di inermità ha deciso di mostrarsi al mondo. [6]

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Fissare il vuoto

Lo stato di eccezione della pandemia, dunque, ha costretto a riconfigurare varie abitudini.

Il papa non si rivolge ai fedeli in piazza; parla da solo con Dio, a tu per tu. Poi non esegue il Resurrexit: rinuncia a constatare la presenza di una figura umana, celebra la messa pasquale nella basilica pressoché vuota, e – questo, a ben vedere, per un cristiano dovrebbe risultare impressionante – ne smorza la potenza giubilatoria, “comica”. Certo, c’è poco da ridere, mentre fuori la gente muore; ma il punto è proprio questo: la Resurrezione di Cristo ha piantato una risata nel cuore della morte.

In questi giorni noi possiamo entrare nelle chiese vuote – dove non vengono celebrate le messe, nemmeno a Pasqua – come dentro disabitati sepolcri di Cristo; come Pietro e Giovanni entrarono nella tomba di Gesù; come i visitatori di Le Vide entrarono nella galleria di Iris Clert il 28 aprile 1958. Si constata l’assenza di Cristo risorto, si contempla il vuoto. Non c’è corona di spettatori, non c’è uditorio, non c’è pubblico che applaude o ride nello studio di fronte al presentatore, ai politici del talk show, al comico che fa le sue battute, al calciatore che segna il suo goal. Ognuno è chiamato a confrontarsi senza puntelli – senza mediazioni, senza reti di protezione, senza risonanze affermative – con il proprio assoluto. Ognuno è come un piccolo papa, che rivolge la parola direttamente a Dio, in un enorme spazio vuoto. Ognuno è un minuscolo Pietro, o Giovanni, che arriva di corsa ed entra in una tomba dove non c’è nessuno dentro, e deve decidere che cosa credere. Ognuno è un calciatore in uno stadio senza tifosi che giubilano, un politico o un comico che parla davanti alle pareti sorde: non c’è nessuna claque che lo rassicuri sul fatto che le battute che sta pronunciando sono sagaci.

Penso che questa situazione – non del tutto inedita ma davvero pandemica, perché è traboccata in ambiti diversi fra loro – possa riguardare molte categorie di persone e professioni, ciascuna nella sua specifica attività. Compresi gli artisti, quelli visivi e quelli della parola, gli scrittori, le scrittrici, e i registi, gli attori, le attrici, i danzatori, i musicisti… O almeno, io mi sento chiamato a intensificare la stessa sfida, difficile ed entusiasmante. Guardare in modo sempre più radicale le mie opere, quelle che sto facendo e quelle che farò. Affondare ancora di più lo sguardo dentro il loro vuoto. Fissare l’assoluto dell’arte. Ascoltare le domande che mi pone e farle mie. Che cosa sto facendo? Perché lo faccio? Che scopo mi prefiggo? Che aspettative ho? Con che cosa ho veramente a che fare? Affrontare l’opera, senza nessuna mediazione fra me e ciò a cui do forma, senza nessuna risonanza affermativa che mi rassicuri – o mi illuda – di rivolgermi a un uditorio, o di avere impostato il mio discorso per ricavarne un riscontro. L’opera in sé, nel suo assoluto. L’opera nel suo vuoto irradiante, nella sua consistenza infondata, nella sua mancanza basilare, primaria, germinale.

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[1] La versione intera del saggio che scrissi allora è stata pubblicata nel numero 6 della rivista cartacea “Il primo amore”, intitolato “Il miracolo, il mistero, l’autorità”, novembre 2009.

[2] Ecco il brano del vangelo di Giovanni, nella traduzione del 2008 della Conferenza Episcopale Italiana:

«Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!». Pietro allora uscì insieme all’altro discepolo e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Si chinò, vide i teli posati là, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro, che lo seguiva, ed entrò nel sepolcro e osservò i teli posati là, e il sudario – che era stato sul suo capo – non posato là con i teli, ma avvolto in un luogo a parte. Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette. Infatti non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». Gv, 20,1-10.

[3] Anche per questo, nel mio discorso sul crocifisso esposto nei luoghi pubblici, proponevo di sostituirlo con un simbolo resurrettivo: una nicchia nel muro, un tabernacolo vuoto o, per chi ha spazio, una rientranza o una piccola stanza completamente sgombra... Qui una versione breve del mio intervento di allora, che, come ho già indicato, si trova nel n. 6 della rivista cartacea “Il primo amore”.

[4] Ho trattato di questi argomenti nel saggio “Cosa ho imparato in piazza”, in Come ho preso lo scolo, Effigie 2014.

[5] Lo si può vedere qui, al minuto 00’49".

[6] Il giorno di Pasqua, il tenore Andrea Bocelli ha fatto un concerto per voce e organo dentro il Duomo di Milano vuoto. Poi è uscito cantando un altro brano, per voce sola, di fronte alla piazza Duomo deserta. In questo ha replicato in versione pop la preghiera papale di due settimane fa.





pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 12 aprile 2020