Lo smog aumenta i morti da Coronavirus

Paolo Ferloni



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Dalla metà dello scorso febbraio, quando alle notizie sulla diffusione del Coronavirus COVID19 in Cina e in Corea del Sud si sono aggiunte in Italia informazioni, dapprima scarse o modeste, poi via via più frequenti, sulla presenza del virus stesso nel Nord Italia, le regioni della pianura padana e da marzo l’intero Paese si trovano a fronteggiare quella che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito una ‟pandemia”, cioè una malattia epidemica con tendenza a diffondersi ovunque e ad investire popolazioni intere in più Paesi, con conseguenze globali.

Si pone l’interrogativo, vitale per noi lombardi, avanzato giustamente su ‟il manifesto” del 20 marzo 2020 dallo storico e saggista Piero Bevilacqua: «perché tanta mortalità in Lombardia?», interrogativo che ormai tutti si pongono, come egli riconosce, ma al quale in generale non è facile trovare vere risposte. Bevilacqua avanza qualche ipotesi: ad esempio la «ghettizzazione delle specializzazioni mediche», con l’abitudine a «separare il corpo dell’uomo e le sue malattie dagli habitat in cui gli uomini vivono». Separazione chiaramente assurda. Oppure «è per non mettere in discussione l’assetto economico su cui è stato edificato il benessere sociale di quelle regioni?», domanda assai spinosa, alla quale ogni cittadino lombardo, se si confronta con la propria coscienza, potrebbe dare una personale, differente risposta.

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Nel citare articoli scientifici che si trovano in rete, Bevilacqua ricorda correttamente che «la nostra più grande pianura ha condizioni meteo-climatiche e geofisiche uniche in Europa, e che gli inquinamenti dominanti sono dovuti agli allevamenti intensivi, alla concimazione chimica dei campi, ai fumi delle fabbriche, alle emissioni dei motori diesel». Questo quadro si completa se si considerano i tre principali gruppi di inquinanti abbondanti nell’aria della pianura padana: gli ossidi di azoto, l’ozono e il particolato atmosferico, cioè le polveri sottili PM10 e PM 2,5, le particelle che si depositano normalmente nei nostri polmoni, e che, date le loro proprietà fisiche e chimiche, sono in grado di agganciare parti di molecole di qualsiasi virus e trasportarle su lunghe distanze. Va detto che in Lombardia operano da tempo gruppi scientifici che hanno studiato i danni dell’inquinamento alla salute ed attirato con forza l’attenzione della gente, dei giornalisti e degli amministratori sul tema della qualità dell’aria. Basti citare, tra l’altro, due libri recenti: Pier Mannuccio Mannucci e Margherita Fonte da Milano, in ‟Aria da morire” (Dalai 2013), illustrano studi sanitari svolti e risultati ottenuti in Italia e in Europa tra il 2000 e il 2012, mentre da Pavia Paolo Ferloni e Massimo Oddone in ‟Se l’aria ci avvelena” (Effigie, 2019), riferiscono sinteticamente i dati chimico-fisici relativi all’aria in Lombardia tra il 1998 e il 2018, e mostrano come la cattiva qualità dell’aria sia dannosa non soltanto a uomini e donne, soprattutto anziani e bambini, quanto anche implichi una serie di rischi ambientali per le condizioni di vita degli animali – dai più grandi ai più piccoli – e delle piante.

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Nessuna meraviglia dunque se la popolazione lombarda, con la sua densità abitativa più alta di quella delle regioni vicine, sia potuta risultare più sensibile ed esposta all’ignoto nuovo virus di tipo influenzale lungo l’asse viario e commerciale Milano-Monza-Bergamo-Brescia, cioè le terre che più respirano polveri sottili e ossidi d’azoto, e in certe aree della bassa tra Milano-Lodi-Piacenza, inquinate inoltre da ozono, metano e ammoniaca. L’intenso traffico di veicoli sugli stessi assi viari principali della regione e di alcune province, sistema nevralgico dell’assetto economico lombardo, non avrà dato pure il suo contributo? Si tratta di ipotesi che circolano in Lombardia tra la gente, che ne vedrebbe con interesse qualunque attendibile conferma e spiegazione. Altre domande frequenti: perché prevalgono i maschi tra i contagiati e i morti? O la diminuzione degli inquinanti, a seguito dei decreti governativi del Marzo 2020 ha dato speranze di miglioramento delle condizioni ambientali nelle campagne e nelle città? E come mai sono tanto lente le cinetiche di decrescita del contagio? Più in generale manca la certezza sui dati epidemiologici, cioè su quali e quanti decessi siano stati causati dal virus, e sulle modalità di diffusione di esso in ospedali e in residenze per anziani in Lombardia. Si è diffuso ormai tra i lombardi, assieme all’ invisibile virus influenzale, un pessimismo-specchio simmetrico alle visioni ottimiste di chi vede questa come la ‟regione modello” del Paese dal punto di vista amministrativo, economico e sanitario. Qualche preliminare risposta su alcune questioni si comincia a trovare in questi giorni in lavori scientifici che sospettano e cercano di dimostrare una correlazione tra polveri sottili e decessi per Coronavirus e virus più in generale, che può essere ipotizzata anche per la Lombardia.

Negli Stati Uniti, dove scienziati anche prudenti stanno prevedendo un numero di vittime di COVID19 tra 100mila e 240mila, uno studio condotto dal gruppo di Biostatistica della Università di Harvard, già ben noto per le sue ricerche epidemiologiche sull’inquinamento atmosferico, sta discutendo l’ipotesi di una correlazione tra esposizione per lungo tempo a polveri sottili (PM 2,5) e incremento di decessi di pazienti di COVID 19 in funzione della concentrazione del particolato (si veda l’abstract in: https://www.medrxiv.org/content/10....).

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Un secondo spunto lo introduce un ‟position paper” di un gruppo di autori della Società Italiana di Medicina Ambientale e delle Università di Bologna, Bari e Milano. Essi hanno rilevato in un lavoro (coordinato da Leonardo Setti di Bologna e già citato nella stampa nazionale) che «nel caso di precedenti casi di contagi virali, le ricerche scientifiche hanno evidenziato alcune caratteristiche della diffusione dei virus in relazione alle concentrazioni di particolato atmosferico». Per la Cina si citano lavori in cui furono considerati decessi per influenza aviaria e morbillo, relativi agli anni 2016 e 2017, mentre per l’Italia, considerando quanto avvenuto dall’inizio della diffusione del COVID19 nel 2020, si è visto che «concentrazioni elevate di PM10 nel periodo 10-29 febbraio» possono aver accelerato la «diffusione virulenta dell’epidemia in Pianura Padana che non si è osservata in altre zone d’Italia». (https://magazine.unibo.it/archivio/...)

Si tratta di osservazioni preliminari e limitate, che meriterebbero di essere completate in uno studio più ampio, esteso nel tempo alla presenza costante di inquinanti in anni precedenti e nello spazio alle altre regioni: Emilia-Romagna, Piemonte e Veneto, per comprendere davvero come il virus vi si è diffuso, e con quali velocità e intensità in ogni regione.

Pare in sostanza doveroso e giusto avvertire che i confronti spesso proposti e ricercati con altri Paesi europei (ad es. Germania, Regno Unito, Francia, Spagna) saranno poco significativi, o anzi fuorvianti, finché non si terrà conto dello stato di inquinamento da particolato sottile che persiste da più di una ventina d’anni sulla maggior parte della pianura padana. Sembrano peraltro essere parecchi coloro che respirano serenamente questo smog ricco d’inquinanti, italiani qui domiciliati, ma nati e residenti in altre regioni, nelle quali all’occorrenza tornano a rifugiarsi.

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pubblicato da g.giovannetti nella rubrica emergenza di specie il 11 aprile 2020