La scuola ai tempi del Covid-19

Serena Gaudino



La scuola, insieme alla famiglia, è una delle più importanti agenzie educative che abbiamo. Ed è una delle realtà che più sta soffrendo in questo periodo, insieme ai milioni di studenti di tutta Italia a cui è sottratto il privilegio di “andare a scuola”.
Perché andare a scuola è una ginnastica quotidiana che i giovani devono fare per prepararsi a vivere. È il più importante laboratorio sociale della nostra epoca.

La DAD, ovvero la didattica a distanza, è stata resa obbligatoria da uno degli ultimi decreti del Governo. Nonostante gli sforzi e gli incentivi, i progetti, gli investimenti nell’azione digitale, finora nessuno era mai riuscito a mettere nelle sue mani la formazione dei ragazzi nella scuola.

Ora le cose cambiano.
Cambiano perché un virus obbliga gli studenti a restare a casa e a rinunciare a una delle più importanti dimensioni in cui l’uomo si trova a vivere: la dimensione sociale.
Il momento è doloroso perché sul terreno restano molti morti; perché siamo obbligati a restare a casa segregati; perché le nostre vite non saranno più come prima; perché siamo obbligati a fare cose che non avremmo mai pensato di fare, come lasciare le nostre aule. Ma cosa succede veramente in un’aula scolastica? La risposta più consueta è che si trasmettono dei saperi: si insegna e si impara.
E invece è un’altra l’attività principale che si svolge lì dentro: tutti i giorni e tutti i momenti, ci si allena a vivere autonomamente nella società.

Perché le aule e la scuola, l’insegnante e i bambini o i ragazzi, gli adolescenti, rappresentano nel loro piccolo, e nel tempo limitato delle ore a scuola, un laboratorio di convivenza e socialità. Di tutto questo, per il bene degli studenti non si può assolutamente fare a meno.

Sono anni che parliamo di libri digitali.
Sono anni che parliamo di inserimento dei computer nelle aule e di didattica ibrida.
Sono anni che parliamo di classi 2.0, di animatori digitali e team digitali.
Sono anni che parliamo di tablet, di LIM, di di schermi interattivi e di piattaforme per le verifiche online, per la socialità digitale (Edmodo, Socrative, Moodle… solo per citarne qualcuna).
Eppure, finora, nessuno ha permesso che la didattica digitale sostituisse l’insegnamento tradizionale. Ma ci sono stati molti progetti che hanno promosso una didattica integrata, che affianca il digitale al tradizionale (e con tradizionale non intendo solo le lezioni frontali). Questo è accaduto per una serie di motivi. Il più importante è che la scuola pubblica è frequentata da una moltitudine di studenti (bambini o ragazzi) che appartengono a diversi modelli di società, che vivono non solo al Nord ma anche al Sud, non solo nelle grandi città ma anche nei paesi sperduti delle montagne o sulle isolette, che sono ricchi, forti o poveri, furbi o deboli. Per tutti loro la scuola rappresenta l’unica agenzia educativa capace di fornire modelli diversi da quelli da cui provengono (famiglia). Non solo. La scuola pubblica offre, o cerca di offrire a tutti i suoi alunni le stesse opportunità. “Non uno di meno” è uno dei progetti più interessanti di sostegno ai ragazzi, e sono moltissimi, soprattutto al Sud, che non hanno una famiglia solida alle spalle che possa aiutarli a rispettare gli obblighi scolastici: svegliarsi al mattino presto, seguire le lezioni, fare i compiti, rispettare i compagni.

Con l’arrivo del Covid-19 la scuola è stata tra le agenzie educative più colpite. Come correre ai ripari? L’unica possibilità è stata potenziare la DAD e renderla obbligatoria.
Giusto.
Purché siano ben chiare due cose:

1. La didattica a distanza è stato l’unico modo per non perdere l’anno scolastico. Renderla obbligatoria ha permesso ai ragazzi di frequentare le lezioni in tutte le materie o quasi: all’inizio infatti gli insegnanti meno esperti non si connettevano, molti non avevano il computer a casa. E alcuni sindacati avevano inviato email ricordando ai docenti che non era obbligati a soddisfare le richieste dei dirigenti scolastici perché il contratto nazionale non prevede la DAD. Ma la didattica a distanza non può durare troppo a lungo. Si devono trovare modalità e misure di sicurezza per ritornare sui banchi al più presto e recuperare il contatto diretto con i ragazzi.

2. La DAD crea disuguaglianza. Oltre il 30% degli alunni, sia a Sud che a Nord, non hanno il computer a casa e spesso anche nelle famiglie tecnicamente più aggiornate per i ragazzi ci sono a disposizione solo tablet o altri supporti “leggeri”. C’è bisogno quindi di interventi urgenti che permettano a tutte le famiglie di dotarsi di computer, wi-fi e tutto ciò che serve perché i figli partecipino alle lezioni online e non restino indietro.

Tutto questo non significa che si debba lasciare la situazione in aula così com’è stata finora. Per esempio, è impensabile mantenere le “classi pollaio”: a settembre non potremo ritrovarci con classi di venticinque, trenta ragazzi, in aule piccole e sovraffollate.

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Sull’argomento si può leggere anche l’intervento di Marco Senaldi.

Sempre sul tema della scuola, cliccando sull’immagine qui sotto, si può ascoltare il racconto, letto me, Chissà come si divertivano! 1954 di Isaac Asimov.








pubblicato da s.gaudino nella rubrica emergenza di specie il 9 aprile 2020