Il Virus, nostro Maestro

Marco Senaldi



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Come tutti coloro che insegnano – e che, soprattutto, lo fanno da tempo – anche io mi sono trovato talvolta a pensare che cosa succederebbe in una società, per così dire, “descolarizzata”. Pensieri che uno fa, beninteso, al fine di scacciarli via subito, quasi come lontanissima eco di erotismo che risuoni nel cuore ingenuo di una suora di clausura – ma, si sa, l’animo umano è tentato esattamente dagli antipodi di quello in cui ripone fiducia, e non è raro che, all’apice di un volo pindarico verso l’astrazione si affacci l’irresistibile tentazione della sensualità; e al culmine di una difficile analisi ermeneutica si senta il desiderio di un trancio di pizza, così come, nel cuore di una cerimonia devota, lo sguardo finisca per ciondolare nella scollatura della vicina (o sul gluteo del vicino).

Così, un giorno di ottobre, osservando la folla studentesca uscire dal bell’edificio fascista che accoglie il liceo della mia città, e che si erge con una certa protervia dirimpetto all’incompiuto palazzo dei Farnese, mi è passata davanti agli occhi proprio questa fantasia, che mi sussurrava: che cosa succederebbe se d’improvviso questa massa di studenti (solo qui sono circa milleottocento) venisse a mancare, se, per un impedimento imprevisto, improvviso e inevitabile, tutto questo vociare adolescenziale, questo sciamare di genitori in SUV, quest’imprecare di autisti di pullman, questo spalettare di pensionati col gilè giallo a guardia dei passaggi pedonali – se tutto ciò insomma si fermasse? Inverosimile, sì – ma non impossibile. Per quanto improbabile, infatti, mi dicevo, questa fantasia ha un senso: data l’età che ho, io ricordo bene le masse di operai, vestiti tutti in tuta blu, che, nei paesi del Nord Italia, venivano risucchiate a migliaia, nello stesso momento, dentro enormi edifici detti fabbriche, dove, pensa un po’, si lavorava. E ho anche visto quelle stesse fabbriche, nei decenni successivi, ridursi, diradarsi, quelle masse farsi sparute folle, e poi svanire, e quegli edifici essere abbattuti per far posto a casette a schiera, o trasformate in ipermercati, quando non in “archeologia industriale” buona per performance o spazi espositivi.

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L’impensabile, quindi, lo abbiamo già visto: in un certo senso, sta alle nostre spalle. E l’idea che muoveva la mia fantasia era del resto, nel presente di appena qualche mese fa, assai concreta: nonostante la capienza della sede liceale, il preside ci aveva avvertito che il prossimo anno saremmo stati a corto di aule a causa dei nuovi iscritti, e che avremmo dovuto trovare spazi supplementari, come se non bastasse il fatto che già ora alcune classi siano confinate nel seminterrato, con i disagi, anche psicologici, che intuitivamente ne derivano. L’idea di una scuola che, tra studenti insegnanti e personale di servizio, concentra le attività di migliaia di persone nelle poche ore del mattino, era forse già obsoleta prima che il virus ci costringesse a cambiarla, forse per sempre. Ormai plurisecolare, questa forma organizzativa rispondeva a una società in cui il tempo era scandito da orari comuni alla gran parte della popolazione, in cui il lavoro era un’attività che impegnava fisicamente le persone e – come ricorda Byung-chul Han nel suo saggio sulla stanchezza – le “stancava”, restituendole alla domesticità nel momento serale; e in cui lo spazio, altrettanto strutturato, era ripartito in luoghi la cui vocazione era nativa, che, cioè erano stati progettati e realizzati con il fine per cui erano di fatto impiegati: luoghi di produzione, di riunione, di vendita, di acquisto, di incontro, di preghiera, di abitazione e, infine, di insegnamento.

Ma, anche solo scorrendo questo breve e semplice catalogo di luoghi urbani, ci si rende conto di quanto esso sia stato col tempo sovvertito – e, se anche solo penso alla mia città, posso dire che Eataly sorge in una ex-caserma, una chiesa sconsacrata è diventata una galleria di design, e un recente spazio dedicato all’arte ha preso posto nella ex-sede dell’Enel. È quindi del tutto chiaro che, oggi, la distribuzione dei tempi e degli spazi ha subito un rivoluzionamento che non ha risparmiato nessuna struttura – tranne forse solo l’attività scolastica che ancora si illude di esserne (e la parola qui suona fatale) “immune”.

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Non arriverei a dire che il cambiamento dalla “didattica in presenza” a quella “a distanza” (familiarmente DAD) fosse già nell’aria: direi che, anzi, per certi aspetti, era già operativo. Ora, benché in questo nostro benedetto Paese qualunque generalizzazione sia, non dico difficile, ma del tutto impossibile – un fatto che, di per sé dovrebbe dar da pensare a chiunque si candidi per “governarlo” – posso dire che nel liceo dove insegno è attiva da tempo l’opzione flipped classroom, molto nota nel mondo della scuola anche se magari non così conosciuta a chi ne sta al di fuori. In sostanza, l’idea è quella di una didattica rovesciata, per cui nelle ore scolastiche in presenza si lavora soprattutto per esercitazioni, mentre le “spiegazioni” ex cathedra sono affidate a dei podcast che lo studente scarica e si ascolta a casa: una didattica fortemente innovativa, e non solo perché integra la didattica a distanza con quella in presenza, ma perché costringe quest’ultima a ripensarsi sub specie laboratoriale, cioè di incontro, scambio, partecipazione – mentre l’“aulico” momento della “spiegazione” di felliniana memoria, col prof che spiegando Hegel si imbambola nello sgabuzzino, prende il tono più laico di un tutorial che serve a capire questo o quell’argomento preciso e definito.

La didattica rovesciata quindi aveva già iniziato a introdurre un potente rinnovamento nella scuola come tale, anche se poi, come tutte le innovazioni, specie quelle didattiche, anch’essa ha seguito una curva di consenso che, dopo una fase ascensionale, è inevitabilmente ridiscesa. Ma questa esperienza è tornata utile proprio nel momento in cui il virus non ha lasciato più scampo tra interrompere la didattica o continuarla con altri mezzi. Molti dei miei colleghi, e io stesso, non abbiamo avuto difficoltà a capire, quel famoso 21 febbraio (che in Emilia e Lombardia ha coinciso con l’inizio del lockdown), che se volevamo continuare a fare scuola avremmo dovuto non tanto “adattarci”, facendo di necessità virtù, ma – per rubare un neologismo a Stephen Jay Gould – “ex-attarci” ossia usare creativamente quel che avevamo già a disposizione. E così abbiamo fatto.

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All’inizio è stato quasi divertente. Ancora adesso, lanciare dal monitor il mio “Ciao ragazzi!” e veder comparire i cerchi con le iniziali degli studenti che, uno dopo l’altro, come altrettante fiammelle dantesche, prendono vita e iniziano a rispondermi, mi riempie quasi di commozione. D’improvviso, ad esempio, ci si rende conto – noi tutti, docenti e pure allievi – che in qualche modo il nostro “esser-ci” qui non è più solo frutto di un dovere estraneo, ma di una scelta in prima persona. Potremmo, tutti, anche fingere, scollegarci, tenere spento, sparire – e invece no, prof, eccoci qui. D’altra parte, tutto questo impone anche una presa di responsabilità: è del tutto evidente che non potremo far finta di niente, tirar via questa ennesima lezione “perché è nel programma”: il virus ci sfida a essere indispensabili quanto lui è inevitabile, e a giustificare il fatto di esser qui riuniti con una serietà che, diciamo, talvolta latita nelle nostre aule di ogni ordine e grado. L’ora di lezione in DAD si trasforma in un attimo in una vera riunione: i tempi morti non esistono più – è come se l’attenzione fosse massima, ogni parola arriva dritta come mai prima – e meno male che ogni tanto, ad alleviare la tensione, salta il collegamento.

Ma dopo questa fase di “altissima” responsabilizzazione, ecco che si rifà viva la “vecchia” didattica, che non ha nessuna voglia di venir spazzata via così, senza salutare. Un po’ è nostalgia degli spazi, dei muri, dei banchi, sostituiti da tante facce, troppo prossime, troppo colloquiali, troppo separate dai corpi; un po’ è che siamo invecchiati in un altro mondo e questo forse non fa per noi. Ecco che si riaffaccia la tentazione di verificare, di dare i voti, di “fare una bella lezione” – di riscolarizzare quanto la situazione stessa ha descolarizzato, e ricompare la paura che i nostri studenti “non seguano”, che si perdano, che – dissolta l’ansia del voto – non li si recuperi più…. Il fatto è che noi stessi, divenuti da “insegnanti” quasi dei tutor, ci troviamo, più che a verificare un risultato, a guidare un gruppo di lavoro – e forse non è un caso se la piattaforma in questo momento più utilizzata a livello didattico si chiami proprio Teams. Quanto ai voti, magari fuori dalla scuola pochi ricordano che, dopo cinque (5!) anni passati usando la scala decimale, i docenti, per valutare i compiti di maturità, si trovano inopinatamente a fare i conti in ventesimi, per poi esprimere i voti d’esame finale in centesimi… Acrobazie docimologiche, idiosincrasie bizantineggianti, o vere incongruenze burocratiche, che però, a fronte di una simile emergenza, devono ora dimostrare – come del resto l’attività didattica nel suo complesso – la propria necessità: e se tale necessità è solo negativa (la paura, o l’abitudine), allora non è più sostenibile.

Ecco, forse è proprio questo il pezzo che ancora manca, e che nessuna piattaforma online da sola potrà istituire: un’altra idea di scuola, dato che quella a cui eravamo abituati ha ora sempre meno senso, perché forse ne aveva poco già prima. Infatti una cosa è certa: di fronte all’autentica paura del contagio che ora viviamo, è il virus a esser diventato il nostro (cattivo, anzi terribile) Maestro: davanti al quale, tutti insieme, studenti, docenti, dirigenti, e persino ministri, dobbiamo metterci a studiare per davvero.

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 8 aprile 2020