“Quasi rumore di foglie al vento”: Clarice Lispector e la disperata ricerca del senso

Alessandra Mugnai



Clarice Lispector

Clarice Lispector è cultrice del senso, della Verità e dell’infernale e assidua, forsennata ricerca di essi.
“Voglio scrivere movimento puro” è la frase con cui l’autrice apre il suo “libro postumo”, il suo “libro testamento”, Un soffio di vita. Clarice Lispector – nella sua opera narrativa tutta – si muove, iridata e inquieta, discendendo negli abissi infernali dell’esistere. La purezza del suo movimento sta tutta lì: nell’eterna speranza che l’atto di scrivere sia e precipitosa caduta nelle tenebre e luminoso vortice di salvezza. La sua prosa è, appunto, un tentativo di discesa rovinosa verso il buio nudo. “Ho paura di scrivere”, afferma ancora una volta in Un soffio di vita, “Per scrivere devo collocarmi nel vuoto. È in questo vuoto che esisto intuitivamente. Ma è un vuoto terribilmente pericoloso: da esso spremo sangue. […] Scrivere è una pietra gettata in un pozzo profondo”. E così, in La passione secondo G. H.:

[…] ed ero ancora una volta dinanzi al nulla. A me, come del resto a ciascuno di noi, era stato dato tutto, ma io avevo voluto di più: avevo voluto essere a conoscenza di quel tutto. E per sapere avevo venduto la mia anima. Ma adesso io capivo che non l’avevo venduta al demonio, bensì tanto più pericolosamente a Dio. Che mi aveva permesso di vedere. Perché Egli sapeva che non sarei stata in grado di vedere quello che avrei visto: la spiegazione di un enigma è la ripetizione dell’enigma. Che cosa Sei? E la risposta è: Sei. Che cosa esisti? e la risposta è: ciò che esisti. Avevo la capacità della domanda, sì, ma non quella di udire la risposta.
No, neppure la domanda io avevo saputo fare. Tuttavia la risposta mi si era imposta fin dalla nascita. Era stato a causa della risposta continua che io, in percorso inverso, ero stata costretta a cercare a quale domanda la risposta corrispondeva. Mi ero allora perduta in un labirinto di domande, e facevo domande a casaccio sperando che almeno una per combinazione corrispondesse a quella della risposta, e che io a quel punto potessi capire la verità.
Ma io ero come una persona che, essendo nata cieca e non avendo accanto a sé nessuno in possesso della vista, una persona che non avesse avuto la possibilità di fare domande a proposito della vista: non avrebbe perciò saputo dell’esistenza del vedere.
Ma, dato che la vista esisteva effettivamente, sebbene quella persona di per sé non lo sapesse e non ne avesse mai sentito parlare, quella persona se ne sarebbe rimasta lì ferma, inquieta, vigile senza poter domandare su ciò di cui non sapeva l’esistenza – lei avrebbe sentito la mancanza di ciò che avrebbe dovuto essere suo.

Clarice Lispector scruta da lontano, con passi incerti, come chi in piena notte si muove – eppur si muove – impaurito, in un tempo dissolto, “un momento grande, fermo, senza nulla dentro”, in un intrico che spaventa, anche perché la bestia feroce è affamata e aguzza la vista per meglio soddisfare le proprie fauci. Si avvicina, tende una mano. La sua è difatti una mano che fruga nelle profondità sconcertanti della vacuità della vita. E ancora scruta, indaga, osserva. Al suo grido di disperazione non fa eco nulla se non, di rimando, il suo stesso grido. Sente una voce, strabuzza gli occhi, illudendosi che in quel rimando vi sia una risposta, un principio di senso, per poi confermare il timore che non si trattasse d’altro se non, ironicamente, della sua stessa disperazione.
Ironicamente, sì: “Il non senso delle cose suscita in me un sorriso compiaciuto”, come chi nella realtà vede impresso un presentimento, il miracolo dell’intuizione.
È precisamente in quest’ottica che si inscrive, nell’opera narrativa della Lispector, il paradosso di un io che viene ridotto in brandelli.
La dissoluzione dell’io, gaddianamente “il più lurido di tutti i pronomi”, è la perdita di un’identità che mai ebbe modo di esistere. “Mi sono irraggiungibile come mi è irraggiungibile un astro”, sentenzia. “Non essendo, io ero. Sino alla fine di ciò che non ero, io ero. Ciò che non sono io, io sono. Tutto sarà in me, se io non sarò; poiché “io” è appena uno degli spasmi istantanei del mondo”.
È irraggiungibile a se stessa persino (soprattutto, in ogni caso) di fronte a se stessa. Dinanzi a lei uno specchio che fa da ambasciatore tra identità disintegrate, smarrite.
In Vicino al cuore selvaggio, titolo che omaggia Joyce e il suo ritratto di artista giovane, eccola di ritorno, eccola intenta nella disperata ricerca di ri-tornare al suo corpo. Il tentativo (“tentativo”, etimologicamente “cercare di tenere, di prendere, onde poi il senso toccare, provare” e anche “veramente cercare col tatto, toccare e ritoccare, esplorare tastando”) di guardare dentro lo specchio e finalmente trovarvisi, nel tentativo stesso, è destinato ad un automatico fallimento. Scrive:

Quando mi sorprendo di fronte allo specchio, mi spavento. A stento riesco a credere di avere dei limiti, di essere lì, stagliata e definita. Mi sento sparsa nell’aria, penso dentro le creature, vivo nelle cose al di là di me stessa. Quando mi sorprendo allo specchio, non mi spavento perché mi trovo brutta o bella. È che mi scopro di un’altra qualità. Dopo un po’ che non mi guardo, quasi dimentico di essere umana, quasi dimentico il mio passato ed esisto, con la stessa liberazione da ogni fine e ogni coscienza di una cosa appena appena viva. E mi sorprendo, anche, con gli occhi aperti sullo specchio pallido, che ci sia tanto in me oltre il noto, tanto, e sempre silenzioso.

Clarice Lispector

L’illimitatezza che le è intrinseca si traduce quindi in “una gran voglia di dissolversi fino a mescolare i propri fili con l’inizio di ogni cosa”. E allora ecco il suo essere profondamente scissa, tra il volersi mescolare e il volersi raggiungere.
Preludio di tutta l’impalcatura narrativa (che altro non è se non lucida – seppur apparentemente delirante – sequenza di flussi di coscienza) de La passione secondo G. H., così kafkianamente devoto, è il faccia a faccia tra G. H. e una blatta all’interno di una stanza vuota, la cui luminosità abbaglia, vibra come sembrano vibrare i raggi del sole. Il terrore, il senso di ripugnanza suscitato in lei dalla visione dell’insetto è preludio di un terrore che sembra essere ben più antico.
Nel romanzo l’autrice passa attraverso quello che Don Gonzalo nella gaddiana Cognizione del dolore definisce “il lento pallore della negazione”: negare l’io come “spasmo istantaneo del mondo”, si è detto, e con esso abdicare anche al tentativo di essere, dimenticando di “dover” essere ma semplicemente essendo. Abdicare di fronte alla ricerca di redenzione, al bisogno di consolazione, alla “vana speranza”. “Prescindere dalla speranza significa che io devo passare a vivere, e non soltanto promettermi la vita”, scrive. Rifiutare la necessità che le nostre lacrime vengano deterse, che una mano – Clarice Lispector farà frequentemente ricorso alla metafora della mano altrui come àncora di salvezza – improvvisamente si faccia carne viva, concreto rifugio, atto volto al sottrarci finalmente all’inevitabile soccombere.
“Ah, congedarsi da tutto […] significa così grande disillusione. Ma è d’altronde nella disillusione che si realizza la promessa, è tramite la disillusione, è tramite il dolore che si realizza la promessa ed è per questo che si deve prima passare attraverso l’inferno”.
In questo rifiuto, in questo congedo non si può che scorgere una neppure-troppo-inconscia volontà di autosabotaggio, di autodistruzione: nell’atto di negarsi la possibilità dell’umano conforto vi è celato un atto di morte, “l’unico fine didattico raggiungibile”, per dirla con parole di un “perturbante” Thomas Bernhard.
Ma la morte – assai banalmente – implica di per se stessa una rinascita. Rinascita scaturita da infinitesimi seppur vitali atti di rivoluzione: rifiutare la consolazione, dimenticare tutto ciò che si presume di conoscere, capitolare di fronte alle verità tutte, alla verità ultima e, denudandosi, tentare di inabissarsi nel nucleo profondo delle cose. Il concetto di grazia esiste solo al di là del concetto di grazia stesso, insiste Clarice Lispector. La grazia esiste ma è appena tentiamo di darle una forma che essa sfugge al nostro intento di modellarla, di forgiarla e, infine, inevitabilmente, umanizzandosi sembra de-formarsi, mutare in “oggetto pulverulento”. Così, per la Lispector, accade per qualsiasi altra impalcatura concettuale. L’esistenza e l’esistere, la vita, il dolore, il terrore, l’amore, la morte. I gesti, persino. Soprattutto.

[…] io non voglio l’amore bello. Non voglio la mezzaluce, non voglio il viso ben disegnato, non voglio l’espressivo. Io voglio l’inespressivo. Voglio l’inumano dentro la persona […].
Io voglio il materiale delle cose. L’umanità è fradicia di umanizzazione, quasi fosse necessario; e quella falsa umanizzazione ostacola l’uomo e ne ostacola l’umanità. Esiste una cosa che è più ampia, più sorda, più profonda, meno buona, meno cattiva, meno bella. Sebbene pure quella cosa corra il pericolo di trasformarsi, nelle nostre mani grossolane, in “purezza”, le nostre mani che sono grossolane e zeppe di parole.

Il linguaggio stesso – impronta visibile di quella che la Lispector definisce “zampa troppo umana” – va da sé, è parte, se non causa stessa, dell’umano inganno. L’afasia si erge a controversa soluzione: “È proprio tramite l’afasia che si udrà per la prima volta la mutezza propria e quella degli altri e quella delle cose, e la si accetterà come il possibile linguaggio”, scrive.
Ma perché scrivere, quindi? E, ciò presupposto, come affrontare e poi risolvere la trappola intrinseca alla scrittura come forma necessaria del linguaggio?
Nonostante il terrore provocato dall’atto della scrittura, “il linguaggio è il mio sforzo umano”, afferma ne La passione secondo G. H.. “Per destino devo andare a cercare e per destino torno a mani vuote. L’indicibile mi potrà essere dato solo attraverso il fallimento del mio linguaggio”. È solamente attraverso il linguaggio che può avvenire lo sforzo sovra-umano della ricerca del senso ed è solamente attraverso il linguaggio che è rivelata la disfatta del linguaggio stesso.
Umanizzare, anche e soprattutto attraverso il linguaggio stesso, è quindi deformare, ingannarsi. Occorre quindi de-umanizzare il mondo, rovesciando il concetto stesso di umano per poi ricostruirlo. Avete fallito, sembra dire, occorre distruggere ogni cosa per poi ricominciare dal principio.
La de-umanizzazione, spersonalizzazione come “destituzione dell’individuale inutile”, come “perdita di tutto ciò che è possibile perdere e, pur così, pur così, essere”.
E ancora: “Quello di cui si vive […] è appunto ciò cui io mi avvicino attraverso l’immensa dimensione di cessare di essermi. Non perché io trovi allora il nome e renda concreto l’impalpabile – ma perché designo l’impalpabile come impalpabile e a quel punto il soffio si intensifica come nella fiamma di una candela”.
Delirio? Utopia?
Nella postfazione ad un libricino di Artaud intitolato Pour les analphabètes (Per gli analfabeti), il curatore Marco Dotti cita Psychopathia criminalis, un’operetta scherzosa pubblicata a Zurigo nel 1898 da Oskar Panizza, che si concludeva con quanto segue: “Una funzione intellettuale o un’idea divenuta manifesta – una volta che sia penetrata per contagio nel popolo e vi sia ripensata – non può più essere estirpata, se non procedendo a decapitazioni di massa”.
Decapitazioni metaforiche, è chiaro.
Eppure, vi sono due elementi con i quali la Lispector chiude il suo La passione secondo G. H.: la rinuncia e la fiducia. Essendo l’insensatezza l’unica misura possibile del senso non vi è che la rinuncia all’ostinazione dell’investigazione. Rimane il soccombere di fronte all’abisso, accettandolo, con fiducia.

E consegnandomi con la fiducia di appartene all’ignoto. Siccome posso pregare soltanto ciò che non conosco. E posso amare soltanto l’evidenza sconosciuta delle cose, e posso aggregarmi soltanto a ciò che ignoro. Solo questo abbandono è reale.
E tale abbandono è l’unico superamento che non mi esclude. Ed ero adesso così più grande che non mi vedevo ormai più. Grande come un paesaggio visto in lontananza. Io ero in lontananza. Più percepibile nelle mie più estreme montagne e nei miei più remoti fiumi: l’immediato simultaneo non mi spaventava più e, nella mia più remota estremità, io potevo finalmente sorridere senza neppure sorridere. Finalmente io mi estendevo al di là della mia sensibilità.

Clarice Lispector

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pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 6 aprile 2020