Un funerale ogni dieci minuti

Ade Zeno (con una nota di Tiziano Scarpa)



Oltre che scrittore, Ade Zeno è cerimoniere di funerali laici di una città italiana. «Per liquidare chi le domandava quale attività svolgessi per portare a casa lo stipendio, tempo fa mia figlia aveva trovato una risposta adorabile: “Papà legge le poesie alle persone tristi”». In questo intervento racconta al Primo Amore come sono cambiati i riti funebri durante la pandemia, nei cimiteri sopraffatti dalle cataste di bare, e con pochissimi parenti ammessi a partecipare.

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La pandemia, l’inumazione, l’umanità

Tiziano Scarpa

Elencando quali siano «le cose umane» basilari, nella Scienza nuova Giambattista Vico mette al primo posto i matrimoni. Al secondo c’è la sepoltura, «per la quale ’a latini, da “humando”, “seppellire”, prima e propiamente vien detta “humanitas”». Siamo umani perché inumiamo, l’umanità è la specie animale seppellitrice. Perciò impedire la possibilità di partecipare alla sepoltura è impedire di essere pienamente umani; e porre limiti ai riti funebri equivale a sottrarre umanità, deumanizzando la nostra specie.

Ne parlavo giorni fa con Ade Zeno. Pochi in Italia conoscono così bene l’umanità come inumazione, per ciò che ha scritto e per quel che fa di mestiere. Di recente ha pubblicato L’incanto del pesce luna. È uno di quei romanzi usciti a ridosso della pandemia, e che per la chiusura delle librerie non ha circolato quanto meritava. Il protagonista, Gonzalo, nella prima parte della storia fa lo stesso mestiere di Ade Zeno. È cerimoniere nel cimitero della sua città. Prima di ogni cremazione, celebra funerali laici, pronunciando discorsi, leggendo poesie e testi di meditazione. Sua figlia di otto anni si ammala, va in coma, e Gonzalo, per poterla curare in una clinica costosissima, accetta di compiere l’inaccettabile. Non voglio svelare di più. Riporto un mio giudizio sul libro: «Ade Zeno ha inventato un personaggio indimenticabile, capace degli orrori più atroci e della più spietata tenerezza. Con questo romanzo si avvia a diventare uno dei grandi di domani».

Perciò gli ho chiesto se se la sentiva di raccontare, per il Primo Amore, come sono cambiate le cose in queste settimane pandemiche. La quantità di morti ha causato un sovraccarico di lavoro per i cimiteri, riducendo il tempo a disposizione per ogni funerale; per di più, il pericolo di contagi ha fatto sì che solo i parenti strettissimi abbiano il permesso di partecipare al rito funebre. Di questa riduzione dell’inumazione e dell’umanità gli ho proposto di scriverci. Lo ringrazio di cuore di averci mandato questo magnifico intervento. [T. S.]

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UN FUNERALE OGNI DIECI MINUTI

Ade Zeno

Da molti anni presto servizio come cerimoniere presso la Società della Cremazione della città in cui risiedo, e benché le mie competenze in materia di fede risultino vaghe, per non dire nulle, credo di potermi considerare un professionista del settore piuttosto esperto. E questo perché il mio lavoro, con la religione, non c’entra sostanzialmente nulla.

Per liquidare chi le domandava quale attività svolgessi per portare a casa lo stipendio, tempo fa mia figlia aveva trovato una risposta adorabile: «Papà legge le poesie alle persone tristi». La formula, in effetti, esprime ancora oggi una sintesi esemplare di ciò che faccio, o meglio facevo, fra le austere mura della Sala del Commiato. Molto schematicamente, un cerimoniere che lavora per la Società della Cremazione deve occuparsi quotidianamente di organizzare e presiedere una certa quantità di funerali laici. Ciò non significa che chi sceglie di farsi cremare debba essere necessariamente un fervente mangiapreti, anzi: la maggior parte delle cerimonie che gestisco riguardano defunti che hanno già ricevuto esequie in chiesa. I parenti potrebbero scegliere di farsi bastare il rito religioso, ma un buon novanta percento decide di affidarsi comunque a un ultimo saluto, approfittando del fatto che in questo caso la cerimonia non è codificata, anzi è ampiamente personalizzabile. A differenza di quanto succede durante le liturgie ecclesiastiche, nella Sala ci si può raccogliere intorno al feretro e si ha la libertà di decidere come commemorarlo.

Alcuni scelgono il silenzio, altri la musica (registrata, ma anche dal vivo: due bravissimi pianisti possono eseguire sul momento attingendo a un ampio repertorio), altri ancora letture (poesie, salmi, lettere, e così via). Il compito del cerimoniere è quello di fare in modo che questo momento assuma senso e forma, spesso scegliendo lui stesso i testi che ritiene più adeguati. È un lavoro delicato, che mi costringe ogni giorno al confronto con l’altrui dolore; un dolore estraneo, ma allo stesso tempo concreto, palpabile, e declinato nelle forme più disparate. Negli istanti che precedono l’inizio della cerimonia riesco solo a intuire quali potranno essere le reazioni dei dolenti, ma il margine di imprevedibilità resta comunque alto. È piuttosto comune, ad esempio, che a un silenzio composto facciano seguito esplosioni di grida disperate, né sono rari i casi in cui la tensione dei partecipanti lieviti gradualmente fino a trasformarsi in manifestazioni di ira incontrollata. Più volte mi è capitato di dover rianimare persone svenute, di sventare risse, o di accogliere baci e abbracci di perfetti sconosciuti bisognosi di conforto. Alla strenua ricerca di un distacco che impedisca coinvolgimenti emotivi non sostenibili se applicati ai grandi numeri, l’equilibrio emotivo del cerimoniere è sempre in bilico, sempre in pericolo. Insomma, per dirla in modo grezzo, bisogna avere il pelo sullo stomaco.

Ed è esattamente a questo che penso mentre il primo carro funebre varca il cancello dell’ingresso principale: al mio stomaco, o meglio agli intimi sotterfugi che dovrò escogitare per impedirgli di stringere troppo quando, di volta in volta, incontrerò i parenti delle quaranta salme previste per oggi. Lo penso io, e probabilmente lo pensa anche il diacono impaurito, quest’uomo dai capelli bianchi chiamato a distribuire benedizioni a chi non ha avuto accesso alla chiesa perché l’avvento di una pandemia globale ha stabilito così.

Ci incontriamo davanti al cancello mentre il cigolio meccanico che annuncia l’apertura comincia a smuovere le ali della grande inferriata. Per noi è una musica innocua, familiare, ma soprattutto un segnale di via: l’orchestra che si accorda pigramente, pronta a partire. Fino a tre settimane fa ci saremmo fatti trovare in posizione almeno un’ora dopo, ma adesso che tutto sembra inesorabilmente diverso anche gli orari cambiano, giocando d’anticipo. Non c’è più tempo per i ritardi, per le coincidenze sbagliate, per gli scorni di chi crede che la realtà sia quella che non si vede. Perché la realtà qui, ora, è un groviglio di appuntamenti scanditi da tachimetri in cui per trovare posto fra una tacca e l’altra bisogna camminare veloce, talvolta correre, tenere un passo che pare non doversi fermare mai.

Detta così sembra roba filosofica, invece è solo una banale questione di aritmetica: di solito una giornata affollata prevede venti, venticinque funerali al massimo; grazie all’epidemia che in poche ore ci ha spinti verso qualcosa che somiglia molto a un baratro senza fondo, il numero è improvvisamente lievitato oltre i quaranta. Grossomodo uno ogni dieci minuti, considerata la giornata lavorativa di chi opera al Cimitero Monumentale. Gente come me, per capirci. O come il tizio stipendiato dalla curia che ha appena indossato tonaca e fascia viola da diacono e si prepara a benedire i nuovi arrivati assolvendo alla funzione di tramite fra il mondo mortale e le insondabili gerarchie celesti. Eppure neanche quei rassicuranti gesti rivolti alle entità ultraterrene bastano a garantirgli il privilegio dell’immunità verso il contagio; sembra anzi più spaventato di me mentre si aggiusta guanti in lattice e mascherina di tela verde e dalla sua posizione ancora lontana osserva circospetto lo sparuto corteo funebre in arrivo. L’identica circospezione riservata al sottoscritto, in effetti, benché i disegni di un destino beffardo ci vedano ancora una volta schierati dalla stessa parte della barricata.

Sono, lo confesso, un inguaribile ateo, aggravato da smaccate tendenze all’anticlericalismo. Non ne faccio motivo di orgoglio, tanto meno di vergogna, però sono entrambi aspetti di cui ho sempre tenuto conto ogniqualvolta – spesso, in verità – mi è capitato di dover giustificare, o meglio difendere, i fondamenti del mio mestiere. Anni di esperienza sul campo mi hanno insegnato che a molti risulta difficile immaginare cosa significhi esercitare la professione di operatore rituale per un individuo che non solo nega l’esistenza degli dèi, ma coltiva anche un’agguerrita avversione verso l’idea stessa di religione. Eppure – non mi stancherò mai di ripeterlo – anche chi non è stato baciato dal dono della fede può sentirsi a proprio agio nel riconoscere l’importanza (di più: la crucialità) del discorso rituale. Un’importanza che si rivela addirittura palpabile se esaminata attraverso il filtro del contesto funebre. Come sa bene chiunque abbia masticato qualche scampolo di manualistica psicologica, affrontare una grave perdita – ad esempio la morte di un parente stretto, o di un amico fraterno – spesso significa imbarcarsi in un turbinio di devastazione emotiva da cui risollevarsi può rivelarsi un’impresa titanica. La dura legge del distacco prevede l’avvicendarsi di alcune fasi, l’ultima delle quali – l’accettazione – è in pratica il risultato di un tortuoso percorso in cui negazione, rabbia e depressione fanno di tutto per schiacciarti. Insieme ad altre fondamentali stampelle di salvezza come (cito solo gli esempi più inflazionati) un contesto affettivo solido, o una vita spirituale organizzata, o l’appartenenza comunità in grado di fornire validi supporti emotivi, il rito di passaggio del funerale offre al dolente un formidabile strumento per stabilire i confini entro cui è possibile arginare il dolore attraverso la sua rappresentazione.

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È passato un mese da quando gli assembramenti di persone sono stati vietati per arginare il diffondersi del contagio, un mese lunghissimo, sconvolto da notizie sempre più funeste e aggiornamenti sullo stato della salute pubblica che sembrano bollettini di guerra. Le autorità intimano di restare a casa a chi una casa ce l’ha, i giornali lanciano servizi su ospedali intasati intervistando infermieri allo stremo delle forze. I miei amici necrofori mi mostrano immagini di camere mortuarie intasate da centinaia di bare in cui riposano corpi avvolti in sacchi neri, chiusi in tutta fretta senza che nessuno potesse vestirli, riconoscerli. Salutarli.

Così eccoci qui, io e il mio antagonista alleato, guardinghi e impotenti di fronte a ciò che oggi e domani e chissà quante altre volte nei prossimi tempi non saremo in grado di fare: aiutare comuni mortali come noi a elaborare una sensata forma di addio. A soccorrere lui ci saranno le parole dei Libri sapienziali, e i Padrenostro, gli Eterno riposo, ma è una magra consolazione se ad ascoltarli sarà solo uno sparuto gruppo di parenti in mascherina paralizzati in un silenzio sbigottito. In compenso io non avrò nemmeno quelle da offrire, i morti sono troppi, impossibile dedicare a tutti il tempo necessario, e poi le norme di sicurezza impediscono l’ingresso al Tempio a più di una persona per volta; il mio compito sarà allora quello di guidare il congiunto più prossimo dentro la Sala per fargli firmare un verbale di consegna mentre sul piazzale stanno scaricando il feretro sul carrello che dopo pochi minuti verrà portato via. Poi dal copricassa verrà sfilato qualche fiore, e qualcuno appoggerà ancora una mano, o le labbra, sul legno laccato sussurrando due parole strozzate.

Il mio lavoro finisce qui, nell’attesa del prossimo saluto mancato, nello strazio di questi sconosciuti che mi implorano di aspettare ancora un minuto come bambini che non vogliono spegnere la luce e andare a dormire. A urla, svenimenti e abbracci si sono sostituiti sguardi sbigottiti e interrogativi pieni di imbarazzo di chi non può accettare di aver perso entrambi i genitori in un solo giorno: «Quindi finisce tutto qui?»

Da alcune settimane passa spesso in radio un brano tratto dall’ultimo album di Ozzy Osbourne, Ordinary Man, una malinconica ballad con cui la rock star britannica – che ha da poco annunciato di essere affetta dal morbo di Parkinson – consegna ai suoi fans una specie di testamento spirituale. Mi capita spesso di ascoltarla di mattina presto andando al lavoro, e insiste a farmi visita sulla strada del ritorno facendomi risuonare nella testa Don’t forget me as the colors fade / When the lights go down / It’s just an empty stage […] And the truth is I don’t wanna die an ordinary man. Non dimenticatemi mentre i colori sbiadiscono. È soltanto un palcoscenico vuoto. La verità è che non voglio morire come un uomo qualsiasi.

Ascolto e riascolto, e intanto penso che in questi versi è racchiuso il succo della grande ossessione che attanaglia il nostri tempi devastati e vili: la paura di essere dimenticati, il terrore di finire i propri giorni in sordina. Assorbo le parole di Osbourne e intanto ripercorro mentalmente il catalogo di commiati mancati che mi sono passati davanti nelle ultime ore, storie interrotte dalla normalità di una fine biologica che ci sembra inaccettabile anche se è l’unica certezza che abbiamo. Perché la verità è che il mondo può fare a meno di noi, come un amante annoiato può sbarazzarsi della nostra insolenza con mezzo starnuto. Il problema è che ce ne siamo accorti soltanto quando – dopo avergli sempre voltato le spalle – un bel giorno è stato lui, svogliatamente, a voltarle.

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Louis Édouard Fournier, L’Enterrement de Shelley, 1889, Liverpool, Walker Art Gallery.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 5 aprile 2020