La sospensione della creatività

Romolo Bugaro



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Fra le tante conseguenze che la diffusione dell’epidemia ha portato con sé, ce n’è anche una particolarmente subdola e insinuante: la sospensione o il congelamento della creatività.

Ovviamente molte attività creative (in senso ampio) sono bloccate per ragioni pratiche, cioè i divieti di movimento e riunione promulgati dal governo. Un set cinematografico o un allestimento teatrale raccolgono molte persone in spazi ristretti e gli assembramenti, come noto, sono vietati. Ma oltre a questo blocco di natura normativa, diciamo così, se ne sta affacciando un altro, ben più ampio, che potremmo definire sistemico.

Partiamo col dire che la violenza e la potenza dell’esperienza che stiamo vivendo probabilmente non consentono una trattazione immediata dell’esperienza stessa. Innumerevoli scrittori che sono stati al fronte o comunque sul campo di battaglia hanno poi scritto magnifici romanzi sulla guerra. Ma non certo mentre stavano in trincea, con le pallottole che fischiavano sopra alla loro testa. Hanno avuto bisogno di anni, a volte decenni, per poter restituire in forma narrativa la loro storia. Si sa bene che, in linea di massima, tanto più forte risulta l’esperienza vissuta, tanto maggiore è il tempo necessario per la decantazione e la sedimentazione dell’esperienza stessa. (Tutto questo al di là del fatto che stare chiusi in casa, per quelli che hanno avuto la fortuna di non ammalarsi e non aver perso nessuna persona cara, è decisamente meno drammatico che stare in trincea, e comunque è stata più volte – e giustamente – contestata l’assimilabilità di questa epidemia ad una guerra).

Questo ovviamente non significa che sia impossibile per gli scrittori trattare fin da subito il tema coronavirus. Moltissimi lo stanno facendo con articoli, interventi eccetera. Ma si tratta appunto di diari, cronache, riflessioni. Un grande storia sull’epidemia avrà certamente bisogno di tempo.

Ma nella paralisi della creatività di cui sto parlando c’è qualcosa di ben più profondo e radicale. In queste settimane o mesi non è soltanto impossibile scrivere del virus. È impossibile scrivere di qualsiasi cosa. Romanzi storici, fantascienza, storie d’amore. Si tratta di un’affermazione piuttosto forte, me ne rendo conto. Ma credo proprio che sia così. Questa impossibilità di scrivere arriva perché il mutamento della coordinate del reale prodotto dal Covid 19 è talmente profondo da renderle pressoché irriconoscibili. E la scrittura, necessariamente destinata ad incontrare quelle coordinate, a dialogare con loro, si nutre della connessione.

Cerco di spiegarmi. Io posso certamente decidere, anche oggi stesso, di mettermi al lavoro su un romanzo su un ex agente di borsa o su una ricca famiglia irlandese del 1700 o su un non-personaggio senza spazio né tempo, oltre la dimensione della vita e della morte, temi che non hanno granché a che fare con l’attuale pandemia. Ma il gesto della scrittura, o meglio il suo esito, hanno bisogno di esser destinati ad un luogo, vorrei dire di essere posati sopra una qualche superficie, a meno che non si tratti di un gesto assolutamente privato, che non preveda alcuna circolazione.

Ebbene oggi manca appunto lo spazio o la superficie per posare l’esito della scrittura, situazione del tutto inedita e senza precedenti, io credo, addirittura in tempo di guerra. L’orizzonte di mondo circostante col quale la scrittura si intreccia in termini di adesione o negazione, conservazione o distruzione, alleanza o combattimento, è adesso oscurato, come liquefatto. E nell’assenza di questa connessione multiforme (ma fondativa) svanisce la possibilità stessa del gesto. L’epidemia produce un silenzio che non deriva dal pericolo ma dal ribaltamento, dalla forza trasformatrice.

È l’incontro con una forza gravitazionale nuova e credo che la vera sfida, non appena verrà il tempo, sarà proprio questa: il racconto del salto di quiddità.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica in teoria il 1 aprile 2020