Lettera dal Messico

Marco Perilli



Città del Messico – Zócalo

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Cara G, se proprio vuoi che ti racconti, proverò a buttar giù qualche riga, con la speranza di chiarire a me stesso alcuni punti capitali.

Oggi ho deciso di uscire. La quarantena è un regime volontario, un consiglio un po’ alla buona, chi può farlo lo faccia, per il bene di tutti. Altrimenti, si vedrà.

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Città del Messico – Calle Madero

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Vivo in centro, nella calle Bolívar. Se cammino cento metri a sinistra c’è Madero, la via pedonale che collega lo Zócalo, la piazza della cattedrale e del Palacio Nacional, con il Palacio de Bellas Artes, gioiello art nouveau. Cento metri a destra, invece, le strade acquistano un carattere vernacolo, stantio, sono brulle, trasandate, i negozi di moda e i caffè lasciano il posto alla bottega che ripara macchine da scrivere, a quella dove intrecciano cestini, a un supermercato francescano che occupa un’area non più vasta del reparto liquori del supermercato di altre zone. Lo squallore che piace ai turisti per bene, il tedio pittoresco… Il cuore di Città del Messico è un baricentro intimo, etnico e morale. Nel mio palazzo vive una vecchia in pochi metri quadrati, ricavati non so come né da dove; e una regista tedesca risiede in un sontuoso e scenografico Penthouse. Dalla finestra del mio studio vedo la cupola di Bellas Artes e sento gli schiamazzi di ubriachi dementi che trascinano per strada la loro casa di cartone.

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Alameda con il palazzo Bellas Artes sullo sfondo

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Dopo giorni, ho deciso di uscire. Giro a sinistra, incontro più che altro spazzini e poliziotti. Ristoranti, negozi, tutto chiuso. È presto, e sono giorni di incertezza, di voci confuse o martellanti, false notizie confermate, timori sciocchi e doverosi. Sono i giorni dell’ossimoro, delle antitesi e delle iperboli, dei paradossi e della reticenza, della prosopopea. Quando arrivo allo Zócalo si apre un panorama inusitato. Non riesco a contare le persone per l’ampiezza del campo visivo, quando termino a sinistra il quadro è già cambiato a destra, ma calcolo non siano più di venti, me compreso. Domenica 8 marzo invase la piazza il corteo delle donne: Ottanta? Centomila? Duecento? I numeri sono un gioco fatuo in queste proporzioni, lo Zócalo non lesina zeri di fronte agli slanci collettivi.

Anche qui, più che altro spazzini e poliziotti. Due signorine in shorts. Un giovane col cane al guinzaglio. Un gringo fa le foto alla bandiera: un’asta elevata quanto un campanile e il drappo grande come un edificio. Non tutto è iperbole, il realismo scavalca i limiti della persuasione.

È presto, ma le strade sono vuote. È lo spettro dell’epidemia, c’è paura, diffidenza, noncuranza. È anche il linguaggio delle classi sociali, la babele messicana. Quando giunsero le prime avvisaglie dei contagi, López Obrador, il Presidente della Repubblica, affermò che erano maneggi dei conservatori, delle classi agiate, dei fifí. Fifí è una voce che ha ripreso per tacciare con amabile disprezzo i borghesi, i ricchi, i nemici del popolo, gli intellettuali, quelli che viaggiano, quelli che non salgono sul metrò. Io prendo il metrò e vado in taxi, o a piedi, o in Metrobus, ma rivendico il mio status di fifí. All’origine il termine aveva tutt’altra accezione: nei primi decenni del secolo scorso era in uso per connotare il maschio effeminato, l’elegantone, il dandy, l’uomo che cura in eccesso il proprio aspetto. La parola deriva da un racconto di Guy de Maupassant, in cui appare un ufficiale battezzato, per le sue maniere, Mademoiselle Fifí. Quando nel 1924 approdò a Veracruz la nave Italia, la crociera che il regime fascista concepì come un’esposizione itinerante per celebrare il genio nazionale, su cui viaggiavano, tra gli altri, Emilio Cecchi e Giulio Aristide Sartorio, il Machete, la rivista del Partito Comunista Messicano, pubblicò una vignetta di José Clemente Orozco che rappresentava sei figure maschili sdolcinate, sorta di travestiti circondati da oggetti che alludevano alle arti: una lira, dei libri, una corona d’alloro, penne d’oca.

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Vignetta di José Clemente Orozco pubblicata sul Machete (1924) che raffigura la delegazione italiana discesa dalla nave Italia.

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L’immagine era accompagnata da un commento che censurava le spese sostenute dal governo per festeggiare “l’arrivo di una spedizione reazionaria, con delegazioni di fifí, frocetti e impiegati retrogradi, con passeggiate, festival e abbuffate che insultano i lavoratori messicani”.

Il termine, poi caduto in disuso per decenni, è stato riciclato da López Obrador durante la campagna elettorale per bollare gli avversari della Quarta Trasformazione, lo storico momento che il suo regno rappresenta, dopo la Guerra d’Indipendenza, le grandi riforme di Benito Juárez e la Rivoluzione. Un proposito lampante, messianico, paterno, che ha scatenato l’applauso delle folle e generato un consenso diffuso tra l’elettorato.

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López Obrador in un comizio durante la campagna elettorale (2018)

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I fifí, dunque, sono i dolori della 4T, i suoi ostacoli nocivi, l’eredità di un passato corrotto ed elitario. C’è una stampa fifí, ci sono quartieri fifí, scuole fifí, supermercati fifí, persino tifoserie fifí di baseball, lo sport che ama il Presidente. Al principio anche il Corona Virus era fifí. Se lo beccavano quelli che viaggiano in Europa, non certo il popolo che pensa a lavorare. E anche visto dall’altra prospettiva, quella fifí, era sentito come impronta identitaria: se in Europa si chiudono in casa, allora ci chiudiamo pure noi… Il virus aveva i suoi pupilli, passaporto globale di classe.

Poi, ai primi sintomi del male che dilaga, il colore politico si è spento e ora persino il popolo buono è divenuto materia di contagio.

Da oggi, domenica 29 marzo, siamo ufficialmente in quarantena. Però, dicevo, la quarantena è un consiglio, un’esortazione, un’indicazione scrupolosa e accorata del governo, non è un’ordinanza. In Messico, siamo franchi, non può esserlo, perché non c’è una società, un corpo mobile e complesso, dinamico, vivo, variopinto, ma unico e reale. In Messico i paesi sono due perché chi ha e chi non ha non abita la stessa regione, che è un sistema, una culla, una crescita, un destino. Cerchiamo di capirlo con esempi elementari, precisi. Il ministero della sanità, e di rimando qualsiasi istituzione, associazione, o ente preposto ad informare, raccomanda di lavarsi le mani con acqua e sapone, con frequenza. A Città del Messico esistono interi quartieri, popolati da milioni di persone, che l’acqua corrente in casa non ce l’hanno, o ce l’hanno quando arriva, un paio di giorni a settimana, un paio d’ore. Oppure arriva coi camion cisterna, e le famiglie riempiono i secchi. Lo stato parla a tutti, ma molti, troppi, sono fuori gioco in un gioco primario, essenziale: avere o non avere l’acqua in casa. Altro esempio concreto: nel quartiere Roma, zona di moda che pullula di ristoranti, librerie, sale da tè fifí, un croissant col cappuccino costa circa 80 pesos (3 euro e 50). Con la mancia, 90. Il salario minimo giornaliero, ovvero la paga sindacale stabilita dallo stato, è di 130 pesos. La risposta alla domanda ovvia non è che un operaio non può entrare in un caffè del quartiere Roma, o di molti altri quartieri, o nel caffè del mio palazzo: a quell’operaio, e a milioni come lui, non verrebbe mai in mente di entrarci. Sono mondi esiliati, remoti, serenamente ostili. Puntualizzo che croissant e cappuccino non rappresentano uno sfizio abituale, è una voga importata, ma sono pur sempre un croissant e un cappuccino.

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Calle 5 de Mayo

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Ti dicevo della mancia: se vai a fare benzina, vedrai corpi sbracciarsi per attrarti a questa o quella pompa. Non è cortesia latina, ma interesse basilare, giacché le sette o dodici persone che lavorano alla stazione di servizio ricevono solo la mancia che gli dai. Non hanno uno stipendio, gli si offre l’occasione di intascare tre spiccioli e affare fatto. E così gli anziani che alla cassa del supermercato ti mettono la spesa nelle borse. E così, e così via…

In questo scenario il governo ripete state a casa, ma non può prendere misure restrittive, né sanzionare chi l’annuncio non l’ha colto perché gli strumenti digitali o le notizie o i tempi morti sono un lusso.

Perciò il virus torna ad essere fifí, suo malgrado, sotto gli occhi allarmati di López Obrador, mentre le vie del centro, di nuovo, sono piene. Imporre norme draconiane, che molti non capirebbero nemmeno; fermare l’economia sommersa, il lavoro nero, alla giornata, che coinvolge una gran parte della popolazione: cosa costerebbe di più al paese, alla gente, al futuro? È lecito stilare un ordine delle priorità? Salvare vite con un isolamento tassativo potrebbe comportare, di lì a poco, un numero di morti violente imprecisato, dovuto alla deriva dei bisogni calpestati. La medicina, se non controlla, almeno studia i dati e trae risoluzioni utili alla prevenzione; nessuna scienza sociale riuscirebbe a contenere l’onda d’urto seguita al blocco alimentare di milioni di persone. Il governo lo sa e parla le due lingue: voi –che potete– state a casa e cercate di limitare i danni; anche a voi –che non potete– diciamo lo stesso, ma sappiamo che uscirete a fare ciò che fate sempre, perché non potete non farlo e non possiamo impedirvi di continuare a farlo. E se uscendo di casa cammino a destra o a sinistra, la traduzione simultanea delle due lingue è un’esperienza di pelle, respiro e sapore della vita.

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Città del Messico – Una via del Centro

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L’epidemia rafforzerà il muro tra i due mondi: chi può e chi non può; chi è cosciente del pericolo e chi ha altro cui pensare; noi che diamo la mancia e loro che allungano la mano; io che posso mandarti queste righe da un caffè del quartiere Roma, o dal mio appartamento con vista, e lei, lui, loro, che stanno fuori e non le leggeranno.

L’epidemia rafforzerà la coscienza di chi la vuole esercitare, di chi pensa che le trasformazioni si fanno e non si dicono, di chi sa che il virus può colpire anche lo sguardo sulla realtà di tutti e le sue storie.

L’epidemia rafforzerà i nostri dubbi e forse il desiderio di non tirarsi indietro. Ti aspetto, non appena si potrà.

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Città del Messico – Una via del Centro

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Marco Perilli è nato a Trento nel 1964 e vive in Messico dal 2003. È autore, fra l’altro, di El carrusel de los dioses niños (2003), El artesano de la verdad (2008) e Dante (2019).








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 31 marzo 2020