Leere Stadt

Piera Ghisu



Peter Brasch è stato un drammaturgo e scrittore, nato e cresciuto nella DDR. Tra le sue opere, il dramma teatrale Santerre (ambientato negli anni della rivoluzione francese) e il romanzo Schön hausen. A lui lo scrittore e traduttore Stefano Zangrando ha dedicato il suo ultimo romanzo, Fratello minore (Arkadia, 2018) di cui è uscita di recente l’edizione tedesca, Kleiner Bruder (Eulenspiegel Verlag, 2020), con una prefazione di Ingo Schultze. Un anno fa su queste pagine la scoperta (Bruder): autoesiliatosi da un mondo che non riconosce come suo, Brasch vive ancora, come in una quarantena perenne, nella sua casa di Prenzlauer Berg.

Eccomi qua, caro ultimo gradino. Chi lo avrebbe mai detto? Pensavo che non sarei mai più uscito dalla porta d’ingresso, che non avrei attraversato il cortile, varcato la soglia del portone.

Avevo tanto fantasticato, a riguardo. Sono stato tentato di farlo innumerevoli volte, sfiancato dalla solitudine, dallo stato di cattività. Ogni volta però il pensiero di ritrovarmi in mezzo a una folla petulante, inconsapevole e colpevole per questo, mi frenava. Ma stavolta il destino, questo vagone piombato che non fa fermate, stava percorrendo una strada radicalmente diversa. Il destino di tutti stavolta era guidato da Pan in persona. E io, Pan, oramai lo conoscevo così bene da poter prevedere ogni sua mossa.

Mi ritrovo così in strada, dopo vent’anni passati al confino tra le quattro mura di casa, pensando immodestamente che nessuno prima di me abbia potuto sperimentare questa sensazione. Uscire di prigione e non trovare nessuno, vecchie o nuove facce. Avere il privilegio di poter osservare cosa è cambiato davvero e stabilmente, a dispetto di ogni dinamica turbocapitalistica, come si dice ora.

Sono costretto a camminare piano, le mie gambe e il mio respiro non sono più abituati a marciapiedi e aria aperta.

Davanti al primo negozio di abbigliamento che trovo mi fermo, mi fermo e mi guardo, cercando di capire quanto e se il mio abbigliamento sia ridicolo: non che la cosa mi possa minimamente imbarazzare, ma incuriosire sì.

Sembra che no, non tanto sia cambiato. Sembra che in questo negozio che si chiama Humana vendano capi molto simili a quelli che indosso. Anzi, sono del tutto identici! E a prezzi piuttosto convenienti! Non so ancora se mi servirà ricordarmelo.

Non so come ma non ci avevo mai fatto caso a questa cosa, le rare volte che dal sofà guardavo sullo schermo del mio vecchio Telefunken le immagini dell’esterno. Non avevo considerato l’opzione, come dire. E invece ora che mi ritrovo fuori dalla caverna, mi pongo questa strana domanda. Dannato consumismo. Quasi quasi torno indietro.

Invece procedo nella mia passeggiata, come un astronauta sulla Luna. È una bella giornata di sole, e inizio a sentirmi stordito da tutta questa luce. Prevedibile. Infatti decido di togliermi gli occhiali da vista e inforcare quelli da sole. L’inevitabile conseguenza è il risveglio di tutti gli altri sensi, primo fra tutti l’olfatto. Berlino mia, come è cambiata la tua aria in tutti questi anni! Le ciminiere delle fabbriche a carbone della DDR rendevano l’aria acre, anche per un fumatore instancabile come me. Ora invece si sentono i profumi dei tigli, delle rose nei giardini, dei prati. Un idillio che fa scordare quanto sia grave, ora mi sovviene, la situazione ambientale globale. Globale, questo aggettivo che prima non si usava mai, e che oggi si legge ovunque.

Mi ricompongo, non mi sono mai piaciute le smancerie bucoliche, e poi chissà come si stava prima della quarantena. E poi chissà se è davvero così necessario pensare alla globalità delle cose. A me, nato e cresciuto nel discutibile ma rassicurante grigiore comunista, sono sempre interessate di più altre faccende. I diritti, la stabilità, la giustizia sociale. Tutte cose che sono scomparse negli ultimi anni, lasciando la società in balia degli investitori neoliberisti.

Strappandola al controllo dello Stato.

Svolto l’angolo della Choriner Strasse e mi ritrovo in Schoenhauser Allee, che sembra più la pista di rullaggio di un aeroporto che un boulevard. So che tra le poche attività rimaste aperte ci sono le farmacie. Immagino di trovarne presto una. La vedo infatti in lontananza.

Non parlo con un altro essere umano da quando venne a trovarmi Stefano, e poi quella sua amica. Alla fine lui decise di non restare da me, e non lo biasimo, sarebbe stato troppo complicato per lui. Perciò l’idea di ritrovarmi faccia a faccia, corpo a corpo, con un altro abitante del pianeta Terra (oddio, inizio a pensare in termini global) mi mette un po’ di ansia. Ma cosa diamine è l’ansia in confronto alla maestosità di Pan!

Questo pensiero mi infonde serenità, e proseguo, ancora lentamente, il cammino verso la Apotheke di Schoenhauser. Sono le 10 del mattino, dovrebbe essere aperta. Lungo la strada sono tante le auto abbandonate, lasciate lì in attesa di tempi… migliori? E guardandole mi sovviene alla mente un brano che lessi qualche tempo fa, mi sembra di quello scrittore francese misantropo e nichilista (cerco del biasimo, ma non lo trovo, insieme al suo nome).

È una delle più grandi gioie che la vita possa offrire. Che tutto si fermi. È uno stato analogo a quella che potrebbe essere l’eternità. Tutto si ferma, ma si continua a respirare.

Respiro, eternità. Questi due termini ronzano in testa come insetti. Michel, ora ricordo che si chiama Michel, lo scrittore. Potrei scrivergli, sempre che sia ancora in vita. Magari anche lui si è dato per morto.

Mi fermo davanti alla porta della farmacia. Non c’è nessuno, tranne i dipendenti.

Un ragazzo dall’aria sveglia, sui trent’anni immagino, mi chiede come mi può aiutare:

Kann ich Ihnen helfen?

Ci guardiamo negli occhi. La differenza di età gioca a mio favore, come la mia scarsa notorietà, d’altra parte. Non può riconoscermi.

Mi può aiutare questo ragazzo? Mi può aiutare a riprendere a comunicare con l’umanità?

Cerco di farmi venire in mente qualcosa di a) economico e b) utile per me, che sto benissimo da vent’anni.

Non so perché ma penso che forse potrei acquistare della tintura di iodio, se non altro la potrei usare per dipingere.

Il farmacista, che leggo sulla targhetta del camice chiamarsi Giulio (proprio cosi, un nome italiano, e una faccia italiana, con gli occhi che ragionano) resta perplesso in attesa della mia risposta. Perplesso ma divertito.

Probabilmente di questi tempi incontra solo persone che hanno fretta di ordinare ciò che occorre loro e fuggire. Oppure chissà, trovarsi di fronte un vecchio pallido, afono e straniato è cosi frequente che diventa comico.

Tintura di iodio, bitte.

Bitte? ripete Giulio.

Tintura di iodio, una boccetta grazie.

Giulio ora sorride apertamente, lo vedo attraverso la mascherina.

Non sono sicuro di averne, andrebbe bene del disinfettante? In realtà non sono sicuro di avere nemmeno quello, sa di questi tempi… controllo.

Giulio il farmacista italiano sparisce tra gli scaffali sul retro.

Ne approfitto per guardarmi intorno. La farmacia è quasi vuota, rimangono giusto prodotti veterinari e profilattici (quindi il sesso è un’attività poco praticata, mi dico con lo stupore del vecchio oramai rassegnato all’impotenza, e con una colpevole soddisfazione).

Giulio torna con una boccetta.

E’ fortunato, ne era rimasta una sola. Occorre altro?

Credo di no rispondo sogghignando, ripensando ai profilattici, come un vecchio orrendamente inacidito.

Giulio si sfila il guanto e mi tende la mano. Il contatto con la pelle umana, per così tanto tempo ignorata, mi provoca un’inaspettata e timida erezione. Incapace di pronunciare qualsiasi parola, esco dalla farmacia. Con la mia tintura in tasca, mille domande inespresse, e indeciso sul da farsi. Le regole della quarantena imposta dal Senato sono strettissime, e mi verrebbe voglia di infrangerle tutte, una ad una. Manco fossimo dietro la cortina di ferro! penso. Rido.

Cammino, e cresce la voglia di capire cosa esattamente stia succedendo nella testa delle persone, di bussare in ogni casa, entrare nelle abitazioni, domandare come ci si sente a rimanere intrappolati tra le mura domestiche per necessità e non per scelta. Perché io scelsi, oggi come vent’anni fa, quale dovesse essere il mio posto nel mondo. E decisi, allora come oggi, di non cedere al compromesso, all’inganno, di cedere il passo a una vita che non mi rappresentava più. Mentre oggi tutta Berlino, tutto questo mondo globalizzato è prigioniero, più di quanto lo sono stato io negli ultimi vent’anni della mia vita.

Ma ora, la vita di adesso, queste strade vuote che tanto ho desiderato, quanto mi rappresentano?

Senza un’umanità di riferimento, mi viene da dire, io non sono niente. E forse oggi, che tutte e tutti si ritrovano nella mia identica condizione, forse in tutte queste assenze si concretizza la possibilità di ripartire da zero, insieme. Leute! Gente! Riempiamo di cose nuove le strade, le piazze, le città!

Decido di riavviarmi verso casa, cercando di pensare al prossimo futuro. Un bel piano quinquennale, ecco cosa ci vorrebbe! Un bel piano quinquennale globale!

Di fronte al portone di casa si è fermato un cane. Un grande cane nero, senza collare. Sembra aspettare qualcuno. Sembra aspettare me. Ripenso ai croccantini della farmacia. Ripenso alla mia solitudine in casa. Ripenso al profumo dei tigli, alla natura che in fin dei conti ha vinto sulle ciminiere.

Ci guardiamo, ci salutiamo. Vuoi salire da me, Giulio?








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 1 aprile 2020