Storie di reclusione #2: Elogio dell’arachide

Tiziano Scarpa



Se dovessi scegliere il mio totem fra gli esseri viventi, non avrei dubbi: sarebbe certamente l’arachide. Scommetto che pochi di voi sanno come fruttifica questa pianta. I suoi fiori sono umili: non retoricamente, ma humiles alla lettera, perché si interrano scavando nel suolo per formare il baccello e fruttificare. Così prendono il meglio della vita: una fase all’aperto, al sole, al vento, alla pioggia, e un’altra rintanati al chiuso, nella concentrazione del lavoro. L’arachide per me è un esempio vivo, un talismano che mi dà slancio e lena in questi giorni di reclusione.

Questa poesia è tratta da Gosos per il nostro tempo, un libro (fuori commercio) che ho scritto per il festival Licanìas di Neoneli, su invito del sindaco Salvatore Cau. I gosos (che significa “gioie”) sono una forma poetica della tradizione sarda: lodi ed elogi che venivano dedicati a Dio e ai santi. Ispirandomi al grande poeta settecentesco di Neoneli, Bonaventura Licheri, ho dedicato i miei elogi contemporanei in versi a esseri umani, animali, piante e oggetti.

L’arachide è una pianta
di altezza medio-bassa,
più o meno mezzo metro
– non fare quella faccia:
scommetto che non l’hai
mai vista, e che conosci
soltanto i suoi legumi,
gustose noccioline
da sgranocchiare al bar
bevendo aperitivi;
o avrai presente al massimo
i gusci secchi e chiari,
baccelli polverosi
che crocchiano spaccandosi.
I fiori sono gialli
con venature rosse.
La pianta ne ha di maschi
e femmine. Si impollinano.
Da questo punto in poi
succede una magia:
il fiore si allontana
dal ramo, il suo peduncolo
si allunga, cresce ancora,
si incurva verso il basso.
Il fiore si richiude
e punta verso terra,
si appoggia al suolo e preme:
diventa una trivella
che spinge, si fa spazio
scavando nel terreno,
si inoltra sottoterra.
Fa proprio così. Pensaci:
un fiore sottoterra.
A sette, otto centimetri,
si ferma, si sviluppa.
Si gonfia lì il baccello
in cui matura il seme.
Matura sottoterra.
Così io voglio vivere:
fiorire all’aria, al sole,
espormi al giorno, al vento
e catturare il polline.
E poi però cambiare.
Richiudermi in disparte
a dare forma ai frutti.
Il fiore spalancato
aperto alle intemperie.
Il frutto di nascosto,
cresciuto nel terreno.
Il chiasso e poi il silenzio.
La chiarità e la tenebra.
O santa pianticella,
Arachis hypogaea,
aiutami a fiorire
in piena luce, e poi
a crescere all’ingiù,
a trapanare il suolo,
a dare frutti al buio.

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica terrestri il 3 aprile 2020