Storie di reclusione #1: il guardiano del faro di Ventotene

Tiziano Scarpa



In questi giorni di reclusione in casa, mi sono tornate in mente alcuni storie che ho scritto in versi rimati, e che parlano proprio di eremiti e altri personaggi dal carattere monacale: esseri umani, e non solo. Da Una libellula di città, ecco la storia di un uomo che va a vivere sulla cima di un faro; suo malgrado, verrà travolto da un evento inaspettatamente avventuroso.

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C’era un misantropo a Ventotene
che detestava le messinscene.

Diceva solo la verità;
per meglio dire: la severità.

Diceva in faccia agli stronzi: «stronzi»;
«sciocchi» agli sciocchi; e ai furbetti: «stronzi».

La sua parola volava grossa
e si abbatteva finendo in rissa.

Considerando ognuno un somaro,
se ne andò a vivere in cima a un faro.

Stava da solo felice e contento
a chiacchierare col buio e col vento.

Fra le burrasche e le stelle cadenti
se ne infischiava del suo mal di denti,

di una colite, un reuma o un ascesso,
talmente in pace era con sé stesso.

«Sto così bene in mia compagnia
che neanche morto me ne andrò via:

il mio sepolcro sarà quassù in alto,
chiodo di pietra nel cielo cobalto,

tomba di luce, mentre di notte
le navi seguono false rotte,

bieche illusioni e speranze contorte:
sciocche! La meta è sempre la morte».

Così diceva dall’alto del faro,
assaporando il suo motto amaro.

Ma all’improvviso scoppiò un temporale,
si schiantò un lampo che spense il fanale.

E a completare la grave batosta,
un altro fulmine spaccò la costa:

si staccò un pezzo di promontorio,
che con istinto navigatorio

imparò subito a galleggiare
ballonzolando sulle onde del mare.

Contrariamente a ogni aspettativa,
il faro spento andò alla deriva.

Restava in piedi, un poco oscillando,
perso nel buio oceano del mondo.

L’uomo del faro non si scompose.
Considerò questa nuova fase

uno sviluppo congruo e ordinario
del suo carattere solitario.

Riparò i danni, dipinse le scale,
lucidò i vetri, riaccese il fanale.

Navigò autarchico, austero, eremitico,
quel marinaio stilita scorbutico.

Con una lunga canna pescava
alghe e meduse; poi le arrostiva.

Quando un delfino lo festeggiava,
dall’altra parte la testa girava.

Nella sua torre di luce e di pietra
salvaguardava la vita tetra,

un’esistenza nuda e coerente
che gozzoviglia con poco o niente.

Ma ecco che un giorno, lì all’orizzonte
vede spuntare... Cos’è? Un mastodonte?

Una balena, o che sia... una chimera?
No, è un transatlantico da crociera.

Siamo noi in ferie!, che allegramente
ci avviciniamo a quell’uomo scostante

e con un giubilo, «All’arrembaggio!»,
lo catturiamo evitandogli il peggio:

lo sottraiamo alla sua vita nera
intossicata, torva, insincera.

Issiamo a bordo anche il faro, avanti!
Possiamo farcela, su, siamo in tanti.

Con la sua luce sopra le teste
faremo tante di quelle feste!

Ballando sempre, continuamente,
perché è così che si vive, gente!

Dai, cominciamo! Ma dov’è finito
l’uomo del faro? È morto stecchito.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 31 marzo 2020