Paura da morire

Jonny Costantino



Un paio di settimane fa, il 17 marzo, Mauro Leone mi ha rivolto un invito per il suo bel sito Do You Need a Sign? chiedendomi una foto, una «semplice foto», ma non una foto qualsiasi:

La foto di un panorama, di un orizzonte. Una foto che non ha necessariamente finalità artistiche ma di certo simboliche. La foto di ciò che vedete dal posto in cui vivete. Una foto fatta dalla vostra finestra o dal vostro balcone. L’orizzonte più vicino a ciascuno di voi. Quell’immediato a cui spesso rinunciamo o guardiamo svogliatamente e su cui oggi siamo costretti a posare lo sguardo per immaginare una via d’uscita.

Finora avevo declinato gli impulsi a esprimermi pubblicamente sul tema coronavirus, semplicemente perché sto zitto quando non ho niente da dire, perché non sono uno di quelli che scrivono tanto per scrivere, come ci sono quelli che parlano per il piacere di sentirsi parlare, finendo sia gli uni che gli altri con l’annoiarti a morte. L’idea di Mauro però mi ha subito intrigato. Uno spazio contemplativo in tempi di reclusione domestica. Un mosaico di sguardi. Una bacheca di orizzonti. Così ho accettato, ma a modo mio, mettendo in conto il rifiuto di una controproposta che, andando fuori-tema, poteva risultare fuori-luogo. Il lucido curatore invece l’ha accolta inserendo la mia «via d’uscita» nella sezione “Testi” − e giustamente, visto che più che da guardare questa foto è da leggere, in un certo senso da decifrare. Ecco, a seguire, la mia risposta e l’immagine col suo titolo/didascalia.

Il fatto, per quanto mi riguarda, è che se guardo fuori dalla finestra non vedo niente di particolarmente significativo, o meglio: quello che vedo non è quello che vedo. Ciò che propongo è un’immagine (non velleitariamente) composta e (almeno per il sottoscritto) ad alto coefficiente simbolico.

Natura morta con Don Chisciotte (Mancia, 1605), Thelonious Monk (Underground, 1968) e Mal di fuoco (2016, pagina 22)

Chi ha voglia s’inoltri dentro questa immagine, si lasci giocosamente interrogare dai suoi elementi, capendo cosa c’entrano tra loro e se si moltiplicano, propulsivamente, a vicenda. Di succo ce n’è, a spremerlo bene, questo piccolo rebus casalingo di forticazione spirituale. Parlo di succo poetico e morale. Il poco che posso garantire è che, se qualcuno caverà un ragno dal buco, quel ragnetto è amichevole.

Fermamente convinto nell’importanza di conoscere il pulpito da cui viene la predica (anche se la predica in questo caso è un’immaginetta composta in quattro e quattr’otto sul tavolo della cucina, fissata con uno smartphone), voglio aggiungere qualcosa che mi sta a cuore e che mi pone in netto contrasto con quasi tutto quello che leggo sul tema del giorno. Quel che voglio aggiungere, mi perdonino i più suggestionabili per la sconveniente sincerità, è che io non ho paura.

Non ho paura e non me ne vergogno. Lungi da me, con quest’outing, mettermi dalla parte del giusto. Semplicemente mi faccio portatore, non saprei quanto sano, di una possibilità e un diritto: la possibilità e il diritto di non avere paura. Non avere paura in un momento in cui avere paura si dà quale imperativo socio-antropologico. Un momento in cui pare si possa partecipare al dibattito pubblico solamente a partire dalla condivisione della paura, almeno in una delle sue tante declinazioni. Paura pura. Per sé, per i propri cari, per la collettività. Paura della paura. Paura di non avere paura. Paura di non fare paura alla paura, nella più maschia delle ipotesi. Paura paura paura. E se uno invece non ha paura? Se uno, anche sforzandosi, non riesce a farsela venire, la paura?

Non mi si guardi come un mostro d’insensibilità, sebbene divorziato da un certo sentire aggregante mi ci senta: divorziato da un senso di comunità tarato al ribasso, sulla paura appunto, sulla paura come coagulante sociale. Di conseguenza, in quanto divorziato, rigetto le retoriche e le supercazzole della paura. Rigetto la paura strumentalizzata. La paura dell’ebreo. La paura del comunista. La paura del terrorista. La paura dell’immigrato. La paura, adesso, del virus e dei suoi untori. No, non mi vergogno di non aver paura, ma di questo sì che mi vergognerei: di cadere nei subdoli tranelli della paura. Mi vergognerei al punto da non mettere più il naso fuori di casa.

Né si pensi che sia un campione di apatia. Mi sento vicino ai colpiti e ancora più vicino a quelli che in ginocchio lo erano da prima: sono visceralmente vicino a coloro per i quali il covid-19 è una pioggia di merda che scroscia sul bagnato. Capto il dolore degli intrappolati in innumerevoli piccoli inferni domestici e lo faccio mio. Mi schiero dalla parte di coloro che non cantano in coro Io sono un italiano vero al balcone, che non ce la fanno. Mi schiero dalla parte di coloro che, temo a breve, inizieranno a valutare seriamente se lanciarsi giù o meno, dallo stesso balcone dove hanno o non hanno cantato.

È necessario difendere i vulnerati e i vulnerabili, i più esposti e gli indifesi. Più che necessario: è urgente. Ma proteggiamo anche «i forti dai deboli», come chiedeva Nietzsche, proteggiamoli da quella perfida forma di debolezza che mina alle fondamenta una forza (o fortezza, con Moresco) che si vuole propellente e coraggio, calma nel cuore della tormenta, «dirittura fattasi istinto» (ancora con Nietzsche), mano tesa nella notte del mondo e dell’anima.

La scena è cupa e la prospettiva tenebrosa. Però non ho paura. Guardo fuori, guardo dentro, e non mi viene la paura. Semmai provo tristezza. Tristezza per quello che rischiamo di diventare. Tristezza per il terrore che intravedo negli occhi delle persone che cambiano marciapiede quando potrebbero sfilarti accanto mantenendo quel metro di distanza che per loro significa sicurezza. Tristezza per chi resta paralizzato nelle corsie dei supermarket se gli spunta qualcuno davanti, esitando tra il tornare indietro e aggirare la venefica minaccia o spiaccicarsi contro lo scaffale dei legumi in scatola. Tristezza per chi se ne sta appollaiato alla finestra pronto a chiocciare insulti se ti becca a farti il giro dell’isolato senza l’alibi di un guinzaglio, della spesa, della spazzatura. Tristezza per coloro che non erano interiormente attrezzati per questa cattività coatta e diventano, di giorno in giorno, più cattivi. Tristezza per gli inasprimenti sanzionatorî: oggi una corsetta rischia di costarti fino a tremila euro, se incappi nell’appuntato eccessivamente zelante. Tristezza per un governo paternalista la cui fisiologica inclinazione è quella di bacchettare alla prima occasione, in culo alla democrazia, quei birbantoni malcresciuti dei suoi sottomessi. Tristezza per i delatori, la cui fioritura ha anticipato quella delle margherite, in questa primavera agghiacciata. Tristezze quotidiane che, sempre per amore di onestà, non turbano oltremodo uno che non si è mai fatto illusioni sulla connaturata nazificabilità del genere umano.

Esprimo un desiderio, lo esprimo con pacatezza, senza sprezzo di chi desidera diversamente né cripto-machismo: vorrei che questo virus invadesse fino al midollo la mia struttura psico-emotiva al fine di generare antidoti espressivi contro la paura, antidoti inattuali, cioè iniettabili contro la paura di oggi come di domani e dopodomani. Sia ben chiaro: la paura contro cui mi armo non è la paura del virus che attenta la nuda vita (nuda è una vita rapinata dei valori che rendono umano l’umano), è una paura più spaventosa: la paura che viene dalla povertà spirituale. È soltanto un modesto desiderio che attiene al mio compito di artista che armeggia, come deve e come può, con le parole e con le immagini, un artista pensante che vuole scoprire le carte sul tavolo senza paracule ambiguità (patti chiari, amicizia lunga): se in quanto cittadino filo dritto rispettando il patto sociale di buon grado o mio malgrado (a seconda dei casi e delle imposizioni), in qualità di creatore rivendico uno status che non mi permette di mercanteggiare (senza avvelenare alla sorgente il mio fare), lo status antagonistico e inconciliante di insorto e deviante: lo status di rivoltato radicale.

Mi congedo con un bonus talismanico. Due frasi con cui abbassare il volume dell’assordante rumore di fondo. Due frasi da opporre alle confusionarie aggressioni dei media. Due frasi con le quali schermarci, per quanto possibile, contro le accanite mitragliate all’indirizzo del nostro equilibrio, del nostro morale e della nostra morale, della nostra capacità di discernimento. Due frasi, se ben comprese, benefiche, rinvigorenti.

Una viene da una lettera del 1895. Il mittente è il pittore francese Paul Gauguin, il destinatario lo scrittore svedese August Strindberg. «La vostra civiltà è la vostra malattia». E trascrivendola constato come la prima legittimazione della paura sia il nodo di viltà contenuto nel nobile concetto di civiltà.

L’altra è un pensiero del filosofo cinese Lao-Tzu, vissuto nel VI secolo avanti Cristo. «Chi non sa parla, chi sa non parla». Non mi si fraintenda: non voglio, con questo rimando al saggio del Sol Levante, zittire chicchessia in maniera larvatamente censoria o fare il grillo parlante. Certo non sarebbe una cosa brutta se la frase sortisse un minimo effetto responsabilizzante sulle sproloquianti élite piazzate nella sala macchine del paese. Ma siccome di loro mi fido poco niente, vorrei che il pensoso seme cinese attecchisse nella coscienza di ogni signor nessuno, di ogni singolo assoggettato a decreti, informazioni, analisi da cui dipende la propria qualità di vita e di relazione con gli altri. Vorrei che la densa stilla incoraggiasse chiunque l’accolga ad acuire la propria percezione, a diffidare sincronizzando la testa col cuore, a masticare bene la sbobba o le prelibatezze che gli vengono servite prima di mandarle giù, ad alimentare una matura rivolta interiore, a separare l’oro colato dallo sterco stufato. Fuor di (estemporanea e di dubbio gusto) metafora: impariamo per prima cosa a distinguere gli interventi a protezione della nostra salute dalla prepotenza legalizzata. E rispetto ai diktat e agli orientamenti dei produttori di senso: distinguiamo le analisi costruttive (e responsabilmente incarnate nell’operato di chi si arroga il diritto di parlare) dalle manifestazioni di passioni più o meno tristi (che di volta in volta prendono forma di comprensibile sfogo, baggianata pontificante, furia stigmatizzante) e, ancora di più, dalle paure scientemente fabbricate ai fini di precise strategie di controllo sociale. Lo so che non è facile, ma vale la pena provarci, la posta in gioco lo merita.

Taccio e rimando alla perlustrazione di In prossimità: solitudini collettive nel tempo sospeso di una pandemia, l’ossigenante osservatorio ideoforo (da ieri online) che ha ospitato il mio spiraglio in forma d’immagine, questa mia via d’uscita ed entrata, questa natura morta con arte viva, quest’immagine che lascio a te, acuta lettrice, esigente lettore, stabilire se e perché e quanto e come possa rappresentare una goccia di contravveleno alla paura.








pubblicato da j.costantino nella rubrica emergenza di specie il 30 marzo 2020