Un qualche significato

Samir Galal Mohamed



A una prima lettura, i testi di Samir Galal Mohamed possono sembrare ardui. La sua scrittura difende un segreto: lo difende senza ostilità, piuttosto per proteggere qualcosa a cui si tiene molto, che dovrebbe restare al di qua delle parole e non può accettare di affacciarsi alla finestra. Per entrare nella sua stanza – come chiamavano i poeti dei nostri primi secoli il luogo dove il senso dimora e ritrova il proprio agio – io ho bisogno di leggerla ad alta voce, come per aggredirne la consistenza, prestandole un corpo di lettura. È quello che consiglio di fare anche a voi. Leggete questa pagina ad alta voce. [T. S.]

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L’isolamento lo ingentiliva, la solitudine lo aveva reso più affabile. Pensava a sua madre, distante pochi chilometri, e al giardino della casa di famiglia. Il sole filtrava dalla zanzariera; i libri non rispondevano più. Era malato, e gravemente.

Il 9 marzo 2020 dovette rinunciare, suo malgrado, alla presa della Bastiglia: quel giorno, non era su quel tetto, né in strada, davanti ai cancelli, o di fronte ai custodi. La colonna di fumo delle lenzuola incendiate l’avrebbe certamente asfissiato, e prima di chiunque altro. La combustione dissecca irreversibilmente le membrane cellulari e, in ogni caso, l’idea della carne morta affumicata lo ripugnava.

La semeiotica era ridotta alla digitopressione: da principio, si passa in rassegna la cavità toracica, scansionandone il fiacco contenuto, di sacche avvizzite; si sale poi fino alla laringe dove, dalla lettura virtuale, i tessuti risultano interamente strinati. Era una pratica pseudoscientifica, ma fortemente ricreativa.

Infine, è morto da solo. Non c’era sua madre; nessuno in grado di applicare una digitopressione vagamente familiare. In proposito, c’è chi ha parlato di principio di insostituibilità della morte, di responsabilità, e pure di segreto. Vale per molti: non si ha paura della morte, in astratto. Si teme per l’istante, molto preciso, e concreto. Granulare.

Anni prima, lesse da qualche parte, su una rivista, forse Focus Junior, che il tempo di Planck è una sorta di unità naturale del tempo, un intervallo elementare; la più piccola stima che abbia significato secondo la scienza. Un qualche significato, occorre aggiungere.

Ecco, in quel quanto di tempo che intercorre tra il «morire» e il «da solo», avrebbe voluto rivedere la madre, anche se invecchiata orrendamente. Se quel quanto di tempo ha un qualche significato, stando alla scienza contemporanea, è quel che ha significato vivere. Un qualche misurabile, basilare significato.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica terrestri il 30 marzo 2020