Altre due o tre cose sulla pandemia

Tiziano Scarpa



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1. Quanto potere ha il governo

In queste settimane tutto spicca, tutto si staglia, i colori si saturano, il bianco è più candido e il nero è più atro. Fra le tante cose che questa situazione sta mettendo in evidenza, c’è la quantità di potere che il governo può esercitare nel nostro Paese; in particolare il presidente del consiglio. La cosa risulta tanto più sorprendente se si pensa a chi è che sta occupando questo ruolo: una persona che, quando si insediò come premier, venne definito un ignoto avvocato di provincia – senza cursus honorum politico né uno straccio di consenso popolare – che non era mai passato nemmeno su uno schermo televisivo a raccattare plauso mediatico e prepararsi la scena. Giuseppe Conte venne sbeffeggiato come un fantoccio destinato a consumarsi in un rapido fuoco di paglia (consiglio, fra tutti, di rileggere questo articolo di Massimo Gramellini: come gongolava nel prendere per il culo il signor nessuno che si era illuso di entrare nella casta dei famosi di cui Gramellini stesso fa parte!). [1]

Adesso quel presunto pupazzo evanescente, frutto di effimere contingenze parlamentari, si ritrova a capo del Paese in una delle più importanti crisi della sua storia. La dismisura fra la sua legittimazione politica di partenza e le decisioni che si ritrova a dover prendere oggi è enorme. Ma proprio perciò, questa dismisura è preziosa per verificare nei fatti, e non teoricamente, che cosa può fare il potere. Ad agire non è tanto Giuseppe Conte, ma la casella che occupa, la funzione che riveste. Questo, lo ripeto, è un collaudo in vivo per dimostrare di quanto potere dispongano le istituzioni che abbiamo edificato e che ci dirigono, quale raggio d’azione reale abbiano, che tipo di legittimazione giuridica fondi le loro decisioni: insomma, quante e quali cose il nostro governo può obbligarci a fare.

Dovendolo patire di persona come tutti, non so se sono l’unico a essersi stupito, in queste settimane, dell’enorme quantità di potere in mano alle istituzioni democratiche, se solo decidano che ci sono le circostanze per esercitarlo. E mi sembra ingeneroso il modo in cui è stato liquidato Giorgio Agamben, per avere troppo affrettatamente considerato “inventata” questa pandemia; quel che mi preme qui non è valutare se lo stato di eccezione che stiamo vivendo sia sproporzionato all’emergenza: mi colpisce enormemente che la nostra democrazia possa, e riesca fattivamente a metterlo in atto.

È da una vita che si dibatte sulla necessità di riformare lo Stato, di trasformare l’Italia in una repubblica presidenziale, di dare più poteri al presidente del consiglio o della repubblica attraverso un’elezione diretta che sostanzi la loro forza politica con una legittimazione plebiscitaria, ecc. La domanda, vedendo quante cose riesce a farci fare il governo, è: davvero vorremmo ancora più di così?

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2. La riscossa dei media centrocratici

I contributi culturali che circolano in Italia: il Papa cita Fabio Fazio, e uno dei più brillanti scienziati e divulgatori, Carlo Rovelli, legge per il sito del Corriere una poesia di merda considerandola “molto bella”. Separazione totale fra cultura e media. Apparentemente c’è spazio per tanti, ma quelli che vengono promossi sono i pensierini, le ideuzze.

In queste settimane si è notato come le vecchie istituzioni, che sembravano catorci inefficienti, si siano sorprendentemente rinsaldate. Ma si stanno rinsaldando anche i media tradizionali, quelli centrocratici, non reticolari: le testate giornalistiche, radiofoniche, televisive, danno voce alle loro cerchie. Chi è dentro è dentro, chi è fuori è fuori. E temo che, per soprammercato, passata l’emergenza si riproporrà qualcosa di già visto: dopo il danno, la beffa; come successe qualche anno fa, quando “L’Espresso” lanciò una lunare accusa agli intellettuali, tacciandoli di inadempienza e disimpegno politico; dimostrando cecità e scollamento dalla realtà, e di essere perfettamente disinformato su quanto gli intellettuali e gli artisti vanno ideando e realizzando in questi anni nel nostro Paese (questo, tra l’altro, può aiutare a spiegare il crollo di interesse e vendite delle riviste di quel tipo). Quando si parla di impegno degli intellettuali, bisognerebbe più correttamente parlare di “impegno di quegli intellettuali presi in considerazione dai giornalisti”. I media prima si tappano le orecchie, poi ti accusano di non aver preso la parola. E così, dopo avere voltato le spalle alle intelligenze formicolanti in Italia, fra un po’ i caporedattori si volteranno verso di loro puntando il dito, col vocione e le sopracciglia torve: “E voi, dove vi eravate imboscati?”

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3. Dopo

Pensare al dopo. Al dramma che verrà dopo. Ricordarsi di Henri Michaux: “In mancanza di sole, impara a maturare nel ghiaccio”.

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Volendo, si può leggere anche:

Cercando di imparare qualcosa dalla pandemia, di Tiziano Scarpa

L’Altro, noi stessi, di Antonio Moresco

Fortezza, di Antonio Moresco

L’ultimo articolo di Ceronetti, di Mauro Bersani

Antologia pandemica, di Guido Ceronetti

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[1] «Benché non se ne parli già più, vorrei sottoporvi il destino di uno stimato professore di diritto, uno che fino alla settimana scorsa non aveva una pagina di Wikipedia a suo nome e che dalla sera alla mattina si è ritrovato sotto i riflettori della curiosità senza neanche avere ucciso qualcuno. Era stato candidato a presiedere il governo. E non un governo qualsiasi, ma un gabinetto rivoluzionario, che quasi stonava con la sua faccia mite.

L’uomo invisibile, che fino al giorno prima girava in Jaguar e veniva riconosciuto al massimo dagli autovelox, finisce scaraventato dentro un luna park emotivo di cui fanno parte l’assedio dei giornalisti, i saluti irrigiditi dei corazzieri e i viaggi estenuanti su taxi scortati. La Jaguar, inadatta a questi tempi ipocriti, viene occultata prudentemente in garage, ma la sua vita, fin qui ignota ai più, diventa oggetto di attenzioni morbose. I ritocchi migliorativi del suo curriculum trovano spazio sul New York Times e Fiorello lo imita (benissimo) alla radio. Poi arriva la domenica e l’ultimo politico professionista su piazza — che si chiama ancora Matteo, ma rispetto agli anni passati ha cambiato cognome — fa scattare la trappola per infilzare l’ingenuo capo grillino e, dopo nuove elezioni, andare a comandare da solo. Lui, il professore, protagonista ignaro di una probabile pantomima, non può fare altro che scendere dalla giostra e tornarsene a casa. Gli restano le foto-ricordo della settimana in cui fu famoso. E la Jaguar.»

Massimo Gramellini, “Il Conte fu”, Corriere della sera, 29 maggio 2018





pubblicato da t.scarpa nella rubrica terrestri il 27 marzo 2020