L’inferno della pioggia

Tiziano Scarpa



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Nel 2004, il Corriere della Sera mi chiese una lettura del VI canto dell’Inferno. La ripropongo oggi, in occasione del “Dantedì”, per l’anniversario del 25 marzo 1300, giorno in cui il personaggio Dante intraprende il suo viaggio nell’oltretomba.

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Qualcuno, in una taverna, ha appena raccontato un fatto di cronaca nera: un ragazzo e una ragazza, appassionati di romanzi d’amore, sono stati uccisi dal marito geloso. Il commensale è ancora stordito da ciò che ha ascoltato. Ma è tardi, deve alzarsi da tavola, riprendere il viaggio, andare a negoziare con gli alleati diffidenti, in quella città livida che si intravede all’orizzonte, cavalcando sotto l’acquazzone. Piove forte.

Il mondo, questo mondo qui dove abitiamo noi, è fatto di inferno e paradiso. Nella vita, questa vita che stiamo vivendo adesso, noi possiamo avere esperienze di due tipi. Se per esempio camminiamo a piedi nudi sulla sabbia rovente, noi percorriamo qualche metro d’inferno. Se cadiamo dentro un lago gelato, conosciamo un pezzo d’inferno. Ma se ascoltiamo l’armonia di un coro di voci umane intonate, stiamo sentendo un frammento di paradiso.

Dante girava per il mondo catalogando le situazioni terrestri. Le divideva in orribili e splendide, brutte e belle: infernali e paradisiache. Scottarsi con la pece bollente: inferno. Essere inseguiti dai cani: inferno. Guardare un gruppo di donne che ballano: paradiso. Fissare la luce che brilla sulle cose: paradiso. Il personalissimo giudizio universale di Dante non si è limitato alla Storia. Questo poeta dalla superbia sconcertante si è preso l’arbitrio di condannare o salvare non soltanto le persone, tutte le persone di tutti i tempi, una volta per tutte. La sua poesia ha mandato all’inferno o in paradiso anche i paesaggi. Ha giudicato tutta la vita, tutta la Natura.

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Il mondo secondo Dante è fatto di ingredienti infernali e paradisiaci: si possono riconoscere in un particolare bagliore che riverbera sul mare, in uno sciame di insetti molesti, in un raggio di sole che illumina il pulviscolo atmosferico… Ma anche l’Inferno e il Paradiso dell’oltretomba, a loro volta, sono costruiti con materiali terrestri. Per spiegare come si vive nell’aldilà, Dante fa paragoni con la vita sulla Terra, scova analogie. E non si tratta solo di spiegazioni, di similitudini: è l’aldilà stesso che è edificato con i mattoni del nostro mondo.

Però la pioggia che cade nel terzo cerchio dell’Inferno non si è mai vista sulla Terra. È fatta di acqua sporca, nevischio e grandine: il peggio dell’inverno e dell’estate messi insieme. Il peggio delle precipitazioni atmosferiche. Una volta, in novembre, in uno dei suoi viaggi da una città all’altra, Dante sarà rimasto sotto il temporale per ore. Avrà pensato: “Ecco un angolo d’inferno”. Un’altra volta, in febbraio, raffiche di neve gli avranno ghiacciato le ossa, e anche allora avrà pensato: “Un altro po’ d’inferno”. In un pomeriggio d’agosto l’avrà sorpreso la grandine: “Riecco l’inferno”. Perché l’inferno si fa vivo spesso, nella vita. Per farne esperienza basta una grandinata che ti prende a sassate in una pianura senza ripari.

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Il terzo cerchio è il cerchio della pioggia. Questo è l’Inferno della Pioggia. Dante non sa ancora quale sbaglio dell’umanità sia punito così. Per il momento sa solo che qui dentro piove.

È una pioggia interminabile, infame, gelida, pesante: «etterna, maladetta, fredda e greve». Non succede mai, in tutto il poema, che si sprechino così tanti aggettivi in sequenza. Dante sta insultando la Natura. Sta riassumendo in un colpo solo, con quattro aggettivi, la sua insofferenza per il clima. È un’invettiva contro il brutto tempo, invernale ed estivo, sintetizzata in una frase. Quattro aggettivi, dieci grumi di consonanti: sei sono suoni doppi, pieni di rancore fonetico: tt, rn, tt, fr, dd, gr. Le parole digrignano. La lingua preme rabbiosa contro i denti.

Le anime sono distese a terra. Non sono più padrone del proprio peso. Sono succubi totali. A una di loro viene concesso di tirarsi su per qualche minuto, riesce a mettersi seduta giusto il tempo per scambiare due chiacchiere con Dante. Ma quando la conversazione finisce, crolla di nuovo giù, per sempre. Dunque la punizione consiste nel non avere più il controllo dei propri muscoli, se non per rigirarsi cercando riparo nel vicino. Il castigo è questo: essere puro peso. Giacere slacciati. Sparpagliati a terra. Sotto la pioggia gelida. Martellati dalla grandine. In un incubo assordante: scrosci, grida, latrati. Un orco si aggira a mordere e strappare. Non si può sfuggire.

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Dante calpesta una pianura di anime. Spiriti mescolati alla terra viscida, impastati di fanghiglia. Non si riesce più a distinguerli dall’acquazzone, formano una mistura sordida, sono pozzanghere d’anima, acqua sporca.

“Soffriranno di più, quando gli verrà restituito il loro corpo?” chiede Dante alla sua guida.
“Sì. Chi è completo soffre di più”.
Dunque noi, qui, in carne e spirito e ossa, soffriamo più delle anime infernali.

Da vivi, questi uomini apprezzavano la raffinatezza della civiltà, il vertice della cultura materiale: la cucina. Le buone ricette. Il trionfo dei sensi: la tavola apparecchiata, il profumo dei manicaretti, i sapori succulenti, la conversazione con i commensali, al caldo, in una bella sala, con i suonatori che decorano di musica l’atmosfera. Adesso il ristorante è uno sfracello di intemperie ghiacciate, si sentono solo urla disumane e la puzza dei loro corpi fradici, terrorizzati, terrei nella melma marcia. C’è un’unica portata nel menu: una brodaglia di anime putrefatte, una secchiata di vermi umani scaraventati a terra. I golosi sono diventati cibo. Il padrone della nuova gestione ne pilucca qualcuno con gli artigli, li scortica come si spella un salume. Sono avanzi andati a male, materiale da masticazione per una bestia malgustaia che non sa distinguere la carne umana, l’anima umana, da un boccone di fanga putrida. Lo spirito è condannato a essere materia.

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Come li avremmo puniti, noi poeti mediocri, i golosi? Probabilmente con un effetto speciale banale. Trasformandoli in maiali che frugano nel fango. Dante fa di più, li degrada di più: li mantiene umani, ma li amalgama alla melma. Mescola la cosa più nobile con la cosa più infima: l’anima e la poltiglia lurida.

Potendo rivolgere la parola a chi ha sprecato la sua vita, voi che cosa gli domandereste? Di cosa parla Dante, camminando in mezzo al fallimento della natura umana? Di politica! Di vendette fra partiti. Colpi di stato di quartiere. Fa tenerezza, Dante. Si preoccupa di sapere se i suoi colleghi, gli assessori, i sindaci, hanno nell’aldilà lo stesso prestigio che avevano da vivi.

Sono fatti così, gli italiani. Sono fatti di Dante. Attraversano l’Inferno per sapere chi vincerà le prossime elezioni. L’anima di Ciacco gli risponde con una profezia complicata: lo sta prendendo in giro? Vuole tenerlo sulle spine, con tutti quegli enigmatici ghirigori di frase? Oggi noi fatichiamo a seguire le beghe di quelle fazioni ferocissime, che si scannavano in una città dall’importanza politica pur decisiva all’epoca. A Dante era concesso credere che quelle faccende contassero quanto la salvezza dell’universo. E pensava anche che un ingordo qualsiasi, un mangione senza gloria, uno sconosciuto dal buffo soprannome fosse il simbolo perfetto della degradazione della nostra specie.

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pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 25 marzo 2020