Antologia pandemica

Guido Ceronetti



È classico, in tempo di peste, parlare d’altro. A Fiesole, nel 1348, parlare di quello, durante le dieci giornate, sarebbe stato disonesto e volgare. Forse, oggi, l’economia è il nostro Decamerone, un esorcismo. Nessuno parla della Morte Rossa nel castello dove la sua apparizione repentina sarà giudicata insolente, prima che il suo rivelarsi porti il definitivo silenzio. Se hai ospiti, nessuno parlerà d’inquinamenti: si teme che la Morte Rossa, che è fuori, nominata entri in casa. Eppure è già in casa: esce dal rubinetto, nel piatto dove mangi, negli spray, nella polverina acre che fa brillare tutto, nell’aria entrata al mattino, sulla giacca, sulla pelle, nei bronchi, nella carta ossessiva che invermina i portafogli. «No, no, questo è allarmante senza motivo; il pericolo c’è ma non va sopravalutato.» Altro sintomo classico: la peste non deve mai essere sopravalutata. Meglio ancora: deve essere negata. Un certo senso del pericolo, insieme alle smentite e ai decameroni, galleggia ogni tanto sui giornali, ma i giornali non penetrano nelle zone profonde dove i bollettini della pestilenza incontrano un vortice che li tiene lontani dalla coscienza. Se Psiche vuole restare sprangata, non passa assolutamente niente.

La Musa ulcerosa, 1978.

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La paura è un contagio. Osserva Alain che la maggior parte dei pericoli spaventano poco, se non li vediamo riflessi in un volto, e che quasi nessuno di noi resiste a un moto di terrore panico.

Gellio dice che la temperanza scampò Socrate dalla peste ateniese, mediante astinenze e vita ben regolata, ut nequaquam fuerit communi omnium cladi obnoxius. Mito bellissimo, evento possibile. Della peste, che è disordine, confusione, scardinamento, sfrenarsi, la temperanza è il vero antidoto, il contrario. Ma è classica cura allopatica. L’omeopatia richiede una temperanza non troppo rigida, una dose di peste diluita bene.

Dalla gelosia, secondo la Rochefoucauld, vengono la cancrena, la rabbia e la peste. È dare a questa passione più del dovuto, un eccesso di antropocentrismo.

Stavano chiudendo tutti portoni, e le vie facendosi rapidamente deserte. Era giorno, ma senza passaggio di ore. Si diceva che era vicina una grande inondazione e la gente si asserragliava nelle case con provviste per resistere molto tempo. Mi spaventava sopratutto il colore livido della luce e il linguaggio muto di quei portoni chiusi, tutti in fila, che rappresentavano la città intera, concentrata in una strada unica. Rientravo, e il mio portone subito era rinchiuso alle mie spalle da mani pronte. Più nessuno doveva uscire; più nessuno, forse, sarebbe uscito.

Il silenzio del corpo, 1979.

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Un lazzaretto di appestati poteva guarire, sentire realmente le bolle infuocate staccarsi dalla pelle davanti a una simile visione; noi temiamo d’angoscia leggendo su un giornale che «è in arrivo il virus dell’influenza», privi di palo apotropaico subito sentiamo la carne afflosciarsi. Basta pochissimo a disgregarci, nonostante tante compresse, supposte e trasfusioni trapianti, perché il cerchio della resurrezione è sparito e leti sub dentibus annaspiamo in un limite vuoto.

L’occhiale malinconico, 1988.

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La peste chimica combinata con la radioattiva ci restituirà i grandi paesaggi umani della fine del Medioevo, le moltitudini di storpi e di ciechi, il loro brulicare intorno alle chiese, le impressionanti piaghe dermatologiche, che hanno fatto la meraviglia della pittura, il nerbo della poesia, la forza della religione, la bellezza dei borghi e casuale – sempre sicaria – la salute del corpo. Purché non nascondano tutto in lazzaretti sotterranei, in lager immensi, murati, lasciandone fuori soltanto i possessori di un certificato, aggiornato settimanalmente, di buona salute!

La pazienza dell’arrostito, 1990.

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«Durante la malattia aveva fantasticato che tutto il mondo fosse condannato ad essere vittima di una terribile, inaudita, mai vista pestilenza, che dal fondo dell’Asia marciava sull’Europa. Tutti dovevano perire, tranne alcuni pochissimi eletti. Erano comparse certe nuove trichine, esseri microscopici che s’insinuavano nei corpi degli uomini. Ma quegli esseri erano spiriti, dotati d’intelligenza e di volontà. Gli uomini che li accoglievano nel proprio interno, diventavano subito indemoniati o pazzi. Però mai, mai uomini si erano stimati così intelligenti, così infallibili, come si stimavano quegli appestati».
FÈDOR DOSTOEVSKIJ, Delitto e castigo, 1866

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«Senza badare a quali persone, malate o sane, pulite o sporche, plebee o altolocate, prendessero posto, ognuno andava in chiesa considerando se stesso e tutti come già cadaveri.
E in verità lo zelo che tutti mostravano nell’accorrervi, l’ardore e la devozione che mettevano nell’ascoltare le parole dei sacerdoti, rendeva evidente come agli uomini l’adorazione di Dio importi soltanto quando credono di essere alla vigilia di morire».
DANIEL DEFOE, Diario dell’anno della peste, 1722

Tra pensieri, 1994.

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Il pensiero ha indugiato di più sulle grandi pandemie, sulla peste nera, il vaiolo, il colera, oggetto di storici-filosofi, di pensatori-romanzieri, di cronisti in cerca di esplicazioni non razionali. Orrori evidenti, le città sprangate, la visione offerta alle menti pensanti dai fatti epidemici, fornivano materia al pensiero non puramente astratto, a poesia e pittura, alla riflessione morale e teologica; ma forse il pensiero sentiva la pandemia come molto simile alla guerra, e la guerra è un crogiuolo inestinguibile del pensare. Ci può essere filosofia se non si sa o non si vuole pensare la guerra?
La pandemia però non è la guerra: talvolta sono comparse insieme, ma pensandole le separiamo. L’epidemia di spagnola piomba attaccata alla guerra di Quattordici come al dito l’unghia, ma il pensiero comincia a considerare le conseguenze e gli effetti della guerra a partire dagli eventi del 1917 e chi muore, dopo, di spagnola non è più visto come una vittima della guerra. La spagnola resta un oggetto di pensiero disoccupato: il pensiero si buttò al lavoro sulla storia della guerra e le file di carri funebri della spagnola, evento cosmico, restarono fuori dal quadro per sempre.
L’uomo è per tre quarti passivo, nella guerra moderna, o nella guerra di sempre, ma almeno di attivo, di possibilità di essere attivo, qualcosa gli resta: in una pandemia la nostra passività è totale. La forza del male obbliga tutti alla sottomissione: tocca a chi tocca. Si entra in una killing zone illimitata, battuta dai gas nervini e dall’artiglieria atomica, senza la minima speranza. L’uomo si mostra nella sua pazienza, che non è una qualità dell’animo.

Cara incertezza, 1997.

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Osservazione dispiacente (a me per primo), ma forse non errata. I tormenti morali e linguistici di Alessandro Manzoni sono la sua parte morta; la sua fede giansenistica, riflessa nell’Innominato, nessuno è più in grado di comprenderla (figuriamoci di accettarla). Del romanzo restano vivi i Paesaggi Urbani, i paesaggi lombardi, una peste ben dipinta come un quadro di David. L’epoca dei Tumori e dell’Aids non trova riscontri e guarda a quell’epidemia provinciale, fatta arte pura, con indifferenza. Come qualsiasi immortalità è mortale!

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Per emergere dalla fecalità e dalle pestilenze abbiamo in Occidente edificato le cattedrali gotiche e sciolto, là dentro, il drago angelico del gregoriano. Le acque dolci erano chiuse nei pozzi e nelle falde, cercavamo le celesti. E la morte veniva per diarrea, per bubas, per ferro. I denti tutti guasti o spariti. Come poterle decifrare oggi (rifarle, mai più) le danze pietrificate del gotico? Tutto il loro alfabeto si è inabissato nell’igiene, nel mare delle protesi... Di che cosa parlano le guide turistiche? E i preti delle comitive... e le statue? A chi o a che cosa avrà sorriso l’angelo di Reims? Quali cieli volano incontro alla guglia unica di Strasburgo? Verso dove cavalca il Cavaliere di Bamberg?

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«Abbiamo tutti bastante forza per sopportare i mali d’altri» : una delle più squartanti, tra le massime del duca di La Rochefoucauld (Maximes, XXII, ed. 1665). Possiamo constatare ogni giorno, ogni momento, che la massima è vera: ma se non fosse così chi avrebbe la forza per portare soccorso? E nello stesso tempo la Valle delle Lacrime è anche piena di smentite alla massima, che risulta così acuminata e spuntata insieme, un paradosso psicologico. Molti medici hanno mente e vita funestate, disarticolate dall’ininterrotto contatto coi mali e la morte d’altri. Moltissime donne darebbero senza pensarci troppo la vita per dare sollievo (per non doverli sopportare) ai mali di padri, mariti, amanti, sorelle, o di loro assistiti per obbligo di lavoro. Perché la sofferenza d’altri contagia, in un modo o nell’altro, sempre. (Forse soltanto per i bambini la massima XXII resta del tutto incontestabile: la loro specifica insensibilità naturale li rende invulnerabili dal contagio).

Insetti senza frontiere, 2009.

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Albano 28 agosto [1971]

Cerco di rendere poetico l’ineluttabile, forse – ma perché ho ancora un residuo, anche più di un residuo, d’ideale di morte petroniano: morire svenato da una schiava, recitando versi perfetti. (Succederà in chissà quale altro sgangherato modo; non importa; l’ideale resta e il velo pagano anche). E il pestigrafo non può tenere un « giornale di bordo » puntuale stilla nave appestata, fino al giorno che la peste lo chiuderà?

Sergio Quinzio – Guido Ceronetti, Un tentativo di colmare l’abisso. Lettere 1968-1996, 2014.

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Viaggiare in Italia: spariti la Bellezza visibile, le malattie veneree, le epidemie, le bocche sdentate, la miseria, i casini, i mestieri, le sale da ballo, l’avanspettacolo, i barbieri, i caffè, i miracoli, le guerre, i preti, che cosa resta da scoprire a un povero scrittore? Quali avventure da vivere? La politica? La psicanalisi? Sono umiliato. Farò del commercio ambulante.

30 settembre. Mezza domenica con Erica nell’inferno spesso e vischioso di Napoli, in una persecuzione da rumore altissima. Montagne di cadaveri nelle loro bare di metallo a quattro ruote non sentono, non patiscono; specialmente, ridotti come sono dalla decomposizione mentale, non provano vergogna. Gli uomini dopo i trenta sono quasi tutti col ventre gonfio, che con gli anni si fa mostruoso. Quanti gobbi, deformi, curvati, le bocche storte; qua e là fessure d’occhi dove si fa strada un’innocenza perduta, una bontà infantile. L’uso dei motori li ha abbrutiti. Tornati stanchi morti a Pompei in serata, mangiamo semolino, ricotta e fichi. Le disobbedienze degli idioti: hanno da poco avuto il colera, seguitando a mangiare i molluschi che li contagiano, allevati agli sbocchi delle fogne; ignorano i divieti di bagnarsi durante l’estate. Nelle donne vedi più energia, più forza. Qui l’uomo non ha più esistenza che di fuco...

Un viaggio in Italia, 1993 e 2014.

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[a cura di Tiziano Scarpa]








pubblicato da t.scarpa nella rubrica emergenza di specie il 21 marzo 2020