Cercando di imparare qualcosa dalla pandemia

Tiziano Scarpa



1. “Sono preoccupata per voi”

Guardando siti e giornali stranieri in questi giorni, sembrava di ritrovare una traduzione di notizie già lette qui; gli altri Paesi si comportavano come l’Italia un mese fa: oscillavano fra allarme e scetticismo, minimizzavano, si accusavano al loro interno di sottovalutazione e inadempienza. È solo un’influenza; no, è una cosa molto seria. Non sei uno scienziato? E allora taci. Sei uno scienziato? Taci e lavora, invece di fare la star in televisione e sui social. Non possiamo mettere a repentaglio l’economia, teniamo tutto aperto. Cominciamo a tagliare le cose superflue della vita: cinema, teatri, cultura. Teniamo solo quelle fondamentali: cibo, farmaci, campionato di calcio. Nelle home page europee la pandemia fino a ieri l’altro era un quadratino sotto campagne elettorali, condanne del produttore stupratore, ribassi del prezzo del petrolio. In quarantotto ore il quadratino si è ingrandito, è risalito, ha dilagato occupando tutto lo schermo. Ieri ho risposto a una mail di un’amica tedesca, preoccupata per me e per i suoi amici italiani. Da un giorno all’altro – le ho scritto – ti ritroverai in coda fuori da un supermercato, ad almeno un metro da ogni altro essere umano; avrai una museruola sanitaria sulla faccia, e il fiato che esce dall’orlo in alto ti appannerà gli occhiali; in una tasca terrai un flacone di liquido disinfettante da usare ogni volta che hai toccato qualcosa; in un’altra tasca un’autocertificazione in cui dichiarerai solennemente, sotto responsabilità penale, che sei uscita di casa a comprare lo yogurt. I primi giorni ti dirai che tutto sommato è un’occasione preziosa, hai settimane libere davanti a te, potresti finalmente leggere i libri che hai sugli scaffali, e per fare un po’ di attività fisica potresti pulire a fondo la cucina come non avevi fatto nemmeno quando hai traslocato. In pochi giorni ti ritroverai imbambolata davanti al computer, per ore, a fissare la webcam puntata sulla piazza vuota della tua città a due passi da casa.

2. L’avamposto sanitario d’Europa

Dal suo avamposto sanitario l’Italia assiste con due o tre settimane di anticipo a quello che sta succedendo in Europa, con il susseguirsi di tira e molla più o meno simili a quelli già accaduti qui. Questo, da italiano pandemico, mi fa sentire una specie di ibrido fra Cassandra, Noè, gli dèi omerici, gli scienziati del clima, e certe avanguardie sociali, in cui si sperimentavano utopie urbane, nuove mode, forme ardite di convivenza, che quando sono nate sembravano bizzarrie di sparuti dandy, hippy, bohémien, esistenzialisti, punk, gay, artistoidi scappati di casa, e nel giro di qualche anno sarebbero diventate il conformismo di tutti. Mi sono immaginato come dev’essere vivere sempre in anticipo; ma non di anni o mesi; essere costantemente sfasati di due o tre settimane prima del resto del mondo. Un moderato fuori sync, in un tempo fuor di sesto, time out of joint (Shakespeare). È una situazione desiderabile, o è la peggiore delle maledizioni? Per un verso è orribile: si prova la disperazione di Cassandra, di Noè e degli scienziati ambientali, per i loro allarmi inascoltati. Per un altro verso ci si sente immeritatamente saggi, e anche sornioni, con una punta di compiacimento sadico: continuate così, fate pure, dubitate, negate, sottovalutate, alzate le spalle; vedrete che presto capiterà anche a voi, non c’è scampo. Si assume la postura di Ananke: quel che è successo a me è la necessità universale, il destino di tutti. E anche l’authority of failure (Scott Fitzgerald), l’autorevolezza del fallimento, o meglio, in questo caso, l’autorità dell’emergenza e della catastrofe. E poi ci sono gli dèi che guardavano le cose dall’alto, da un Olimpo dove ci si permetteva di sorridere dei mortali: non cambieranno mai, povere formichine, sempre gli stessi sbagli, sempre ad accapigliarsi e dibattersi invano…

3. L’industria del forestiero

L’umanità non ascolta gli allarmi, ci diceva un’amica. Qualche mese fa commentavamo il suo libro ancora inedito. A un certo punto qualcuno di noi ha detto che l’unica cosa che potrebbe smuovere la specie umana costringendola a prendere provvedimenti è una catastrofe: una catastrofe parziale, moderata, ma concreta, dalle conseguenze gravi. Uno scossone, possibilmente non devastante ma sufficientemente serio. La pandemia servirà a far riconsiderare il sistema produttivo planetario? O sarà solo l’ennesima occasione per spianare la strada a speculazioni ancora più spietate, a economie più predatorie, a politiche più ciniche? Me lo chiedo anche qui, a Venezia. Sta succedendo qualcosa di simile a quel che è accaduto un secolo fa. Nel 1914 si credeva che la guerra sarebbe stata un episodio passeggero, che non avrebbe intaccato l’economia locale: nei primi mesi dopo l’attentato di Sarajevo, i turisti continuavano ad arrivare. Ma in poco tempo tutto cambiò: niente più turisti e, al posto loro, disoccupazione, carestie terribili, malattie. Sui giornali locali si avviò un ripensamento collettivo dell’economia veneziana. Ci fu chi coniò un’espressione geniale: Venezia in quei decenni aveva puntato tutto sull’“industria del forestiero”. Leggendola ho immaginato proprio delle fabbriche che producono turisti, uno dopo l’altro, con uno stampo, in serie, poggiandoli su nastri trasportatori. Da quella consapevolezza, si avviò la grande stagione di Porto Marghera. Tutto nacque dalla necessità di emanciparsi dall’industria del forestiero. I capitalisti dell’epoca si riunirono con il sindaco, tra l’altro nemmeno nelle stanze del Comune, ma in un appartamento privato, fuori dalle sedi istituzionali, firmando un contratto storico: la concessione di terreni che si affacciavano sulla laguna, per impiantarvi quello che sarebbe diventato un polo petrolchimico enorme, la cui fortuna ha coinciso con il Secolo breve. Dopo un secolo, tra smantellamenti e dismissioni, i lavoratori di Marghera, compresi quelli dei grandi cantieri navali, si sono ridotti a circa un terzo rispetto a quelli di cinquant’anni fa. E con la riconversione del pianeta Terra in un unico grande aerodromo low cost, Venezia è tornata a essere una fabbrica di forestieri, come gran parte d’Italia. Ma adesso, dopo la grande acqua alta dello scorso novembre e questa pandemia, che ne sarà della mia città? Questa situazione inaspettata risolverà molti problemi, o li aggraverà? Si sarà costretti a dedicarsi a qualcos’altro oltre che all’industria del forestiero? Gli affitti e i prezzi delle case si abbasseranno, e molti veneziani emigrati in terraferma potranno permettersi di tornare a vivere qui, ripopolando una piccola cittadina di provincia abitata a malapena da cinquantamila abitanti? Oppure una grande banca e qualche fantastiliardario russo o arabo o cinese si compreranno tutto? L’osceno business delle crociere, con la sua abominevole idea di viaggio e di divertimento crollerà? Le grandi navi non entreranno più in laguna smettendo di devastare i fondali delicati, di far tremare i vetri delle case, di sporcare l’aria di una città che non ha automobili eppure è il terzo porto più inquinato del Mediterraneo? Ci voleva un cigno nero dalle ali luciferine per scaravoltare quello che angeli e persone di buona volontà non sono riusciti a smuovere di un millimetro?

4. L’incredibile ne esce malconcio

Fra gli effetti secondari della pandemia potrebbero esserci ricadute nelle arti del racconto, in vari media: romanzi, film, fumetti, teatro, serie tv, videogiochi. Qualcosa di capitale è stato messo in discussione: il principio aristotelico di verosimiglianza. Non era verosimile, neanche un mese fa, che un’intera nazione si sarebbe ritrovata chiusa in casa notte e giorno, ad aspettare la conferenza stampa delle sei di sera della protezione civile, con il bollettino dei contagiati e dei morti. L’aggettivo “incredibile” ne sta uscendo malconcio. Non c’è più granché di incredibile. Iperboli bombastiche rischiano di diventare plausibili. La “sospensione dell’incredulità” di Coleridge potrebbe non essere più necessaria; al contrario: si prenderanno sul serio anche le fantasticherie più ardite, si sarà un po’ più cauti prima di liquidarle; potrebbero pur sempre contenere qualcosa di vero. Ma la differenza tra chi semplicemente la spara grossa e chi sa raccontare, come sempre la faranno i dettagli, l’accuratezza nel cogliere effetti particolari, minuzie e grandi sommovimenti difficilmente immaginabili, che solo retrospettivamente risultano perfettamente razionali e consequenziali. Basta tenere conto delle piccole e grandi cose successe in queste settimane: i confinati dei primi focolai che snobbano spavaldamente i divieti ed escono dalle zone rosse attraverso le stradine di campagna; le rivolte nelle carceri; un sindaco che si autoriprende tutto allegro mentre canta in coro con sua moglie per la strada di notte, e due settimane dopo, in un’antica chiesa costruita dopo una pestilenza, si fa filmare mentre prega la Madonna con la fascia tricolore; un ex ministro e capo di partito che prima pretende di chiudere tutto, poi di tenere tutto aperto, poi di blindare ogni cosa ma molto, molto di più; sette parole, fatte di monosillabi, ventisei lettere in tutto, che provocano un tonfo abissale dei mercati finanziari in un colpo solo, dato che a pronunciarle è la presidente della banca centrale europea (“we are not here to close spreads”); le persone che si affacciano alle finestre delle città e cantano in coro, a distanza, da un balcone all’altro; un capo di governo straniero che dice ai suoi cittadini che non si correrà ai ripari perché la strategia sarà quella di contagiarsi tutti per sviluppare un’immunità di gregge, e perciò si preparino a perdere molte persone care. Eccetera. Cose inimmaginabili, ma perfettamente conseguenti all’“incredibile divenuto realtà” (Bohumil Hrabal). Attenzione: fino a qui sembra che questo paragrafo parli di faccenduole da letterati, drammaturghi, sceneggiatori: ma si sa che la politica ricava consenso tramite narrazioni e storytelling, e allora il pericolo è che le narrazioni cinicamente iperboliche abbiano ancora più presa su chi ha dovuto credere a scenari inverosimili, dato che li ha vissuti.

5. Il male ingovernabile

L’essere è, il non essere non è e quindi non lo si può governare. La pandemia era una previsione degli scienziati e dei matematici. Era solo una possibilità. Ma il possibile non ha consistenza. Provo a immaginare se il contagio fosse stato fermato da subito, con qualche provvedimento, magari impegnativo ma non così drastico come quelli che sono stati presi in questi giorni. Se l’epidemia non si fosse diffusa proprio grazie a misure preventive, è probabile che chi non credeva alla sua dannosità avrebbe potuto accusare governo e autorità di allarmismo, di esagerazione, di disposizioni sconsiderate per l’economia, di sacrifici sprecati in nome di un pericolo rivelatosi poca cosa. Questa è un’impasse per chi governa cercando di evitare le sciagure prevenendole. Quanti attentati sono stati sventati, quante attacchi militari scongiurati, quante crisi diplomatiche risolte prima che provocassero disastri? E come fare a dimostrare che terroristi, generali, capi di stato e di milizie avrebbero davvero messo in atto qualcosa che, proprio perché non si è realizzato, era soltanto una possibilità fra le altre? Come dimostrare di avere governato bene facendo la lista delle cose che non sono successe? Che statuto ha ciò che è probabile? E ciò che si profila all’orizzonte? E ciò che è oltre l’orizzonte e deve ancora fare capolino nel visibile? E che cos’è l’orizzonte? È la soglia arbitraria fra ciò che rientra e ciò che non rientra nelle decisioni politiche? È un confine reale fra ciò che c’è e ciò che è soltanto un’ipotesi, una congettura? E il possibile appartiene di più all’essere o al non essere? Mi è tornato in mente Gabriel Bunge, cattolico convertitosi al cristianesimo ortodosso e divenuto ieromonaco. Anni fa mi imbattevo in commenti molto positivi sui suoi scritti, così mi ero deciso a leggere un suo libro sull’accidia, anche perché è un argomento che mi riguarda molto, come credo riguardi tutte le persone che amano – no, non “che amano”: che patiscono la scrittura, e che passano gran parte del loro tempo a evocare fantasmi con le parole, potendo contare solo sulla propria autodisciplina per stare concentrati sul pezzo: tanto più quando lo si fa su uno strumento in cui convergono macchina da scrivere e televisione, cosicché è un attimo sconfinare, passare dal file di word a un dizionario dei sinonimi in rete a una voce di wikipedia a una controllatina alle mail a un notiziario a un video su youtube. Accidia, accidia sempre e dappertutto. Da cui la lettura del saggio di Bunge. Di quel libro, l’unica cosa notevole (che ce ne fosse anche solo una è comunque moltissimo) è che Bunge ritiene che il diavolo sia una persona: non un concetto, non un’energia diffusa, ma proprio un’entità personale, con una consistenza individuale, un carattere, una volontà. Figuriamoci quando il male è ancora meno di un demonio, quando non è una persona e non ha né forma né coscienza; anzi, ancora meno: quando non è uno stato di cose, né un pericolo in atto. Se il male è soltanto un allarme, un’eventualità, una prospettiva, un annuncio, un’ipotesi, com’è possibile fondarsi su queste evanescenze, su queste proiezioni opinabili per prendere decisioni, dare ordini e direttive? Questa pandemia servirà in futuro a comprendere che una minaccia di catastrofe è qualcosa di più solido di una fantasticheria? E come sempre ci sarà chi sfrutterà questo tipo di probabilità, facendola assurgere al rango di fatto? Un po’ come i precog di Philip K. Dick e la loro capacità di prevedere i crimini, arrestando qualcuno prima ancora che abbia commesso il reato. La pandemia sta dimostrando che chi aveva dato l’allarme non esagerava. Questo vuol dire che cambierà il modo di soppesare il possibile, dandogli consistenza di realtà? Tutti i pensieri si ispessiranno? Le cortecce cerebrali degli esseri umani diventeranno pesanti come calotte di piombo? La possibilità non sarà più una via di uscita ma un vicolo cieco? E prevarrà chi saprà sfruttare cinicamente tutto questo?

6. I “siamologi”

La pandemia ha avuto effetti immediati nel discorso pubblico. Basterebbe fare delle statistiche di ricorsività lessicale; in particolare un diagramma dei pronomi: in questo mese in Italia si è impennata la curva del “noi”. Intellettuali, commentatori, giornalisti, scrittori, pensatori, rubrichisti quotidiani si spaparanzano voluttuosamente nella prima persona plurale. Parlano dall’interno e a nome di un’intera nazione, un’intera categoria, un’intera cultura: “noi italiani abbiamo compreso che”, “siamo la generazione che”; “ci siamo accorti che”, “ci eravamo illusi di”, “dovremo fare i conti con”. L’occasione in effetti è ghiottissima: siccome ci si ritrova tutti nelle medesime condizioni, ecco che una finzione retorica, il “noi”, può risultare trionfalmente plausibile, effettivamente referenziale, non vacuo azzardo ma significato prensile che agguanta tutta intera la cosa, la Cosona. I più ingenui aspirano al ruolo del portavoce; i più scaltri a quello del rivelatore, che spiega a una comunità chi è e di che cosa è fatta: “io vi dico come eravamo, cosa ci sta succedendo e che cosa ci succederà”: ma quell’“io vi dico” resta implicito e occultato, perché ciò che deve spiccare occupando tutto il discorso è il “noi”. Sia chiaro, io non penso che usare il “noi” sia un tabù: ogni tanto ci vuole, è fondato e necessario, e a volte può essere illuminante; ma diffido dei predicatori che usano la prima persona plurale sistematicamente, dalla prima all’ultima frase di un articolo o di un intervento. E così bisognerà fare l’abitudine all’ennesima mutazione del trombone mediatico: dal “tuttologo” al “siamologo”, l’esperto di ciò che “siamo”. Il noi è la pompa pneumatica che permette di gonfiare i verbi e farli sembrare autorevoli, giganteschi. La mongolfiera, piena di aria fritta, si solleva e sovrasta il paesaggio: l’opinione di un singolo diventa colossale, si può avvistare a distanza, chiama in causa tutti, riguarda ognuno. I verbi si dilatano: non “sono”, ma “siamo”; non “ero”, ma “eravamo”; non “dovrei” ma “dobbiamo”, non “potrei” ma “diventeremo”; preferibilmente da unire all’aggettivo collettivo “tutti”: “eravamo tutti così, d’ora in poi saremo tutti cosà”. Che nostalgia dell’umile “si” impersonale! Care, obsolete, disusate frasi senza soggetto. “Si può, si potrebbe, si cercherà di”. La forma impersonale si prendeva la responsabilità di dire qualcosa senza barare, non pretendeva di descrivere la situazione di tutti, parlava al singolare senza immaginarsi di essere davanti a un uditorio. O a limite, piuttosto di un “noi” truffaldino, molto meglio un onesto “io”; almeno è un punto di vista reale, non fantasmagorico, punto di enunciazione irrimediabilmente limitato ma non velleitario.

7. Il mondo è diafano

Leggo un’intervista a uno scrittore italiano, narratore e poeta, che insegna in una scuola superiore. Fra le altre cose, dice che ha difficoltà a comunicare la Commedia di Dante ai suoi studenti: l’Inferno infervora tutta la classe, il Purgatorio fa fatica a decollare dalla cattedra, il Paradiso non arriva nemmeno alla prima fila di banchi. Ci pensavo mentre fissavo le piazze vuote e i lungomari deserti di tutta Italia, immettendo il mio sguardo in quello delle webcam, per prendere lezioni di impassibilità. E ci pensavo anche durante le varie videochiamate, videoriunioni, videolezioni, videocollegamenti, streaming, dirette facebook che stanno proliferando nelle ultime settimane. Mai come in questi giorni ho visto così tanti amici e conoscenti attraverso uno schermo, invece di limitarmi a sentire come sempre le loro voci al telefono. Mai così tanti filmati e filmatini. Mai così tanti paesaggi in diretta. Il mondo sta diventando sempre più retroilluminato. I volti che conosco mi parlano emanando un’irradiazione. La pandemia sta – no: stavo per dire “smaterializzandosi”, ma non è una smaterializzazione, un trionfo dei simulacri di Baudrillard, o almeno non è solo questo; il mondo viene trapassato da un’irradiazione luminosa, è traforato capillarmente dalla luce, come le anime del Paradiso di Dante. Il mondo è diafano. Certo, la mia reazione è di insofferenza: io sono pur sempre un corpo solido e pesante, mentre scrivo vedo le mie dita, fatte di pelle e unghie, che pestano sulla tastiera, mi ascolto respirare, e anche se non esco di casa mi sprono a farmi la barba appena sveglio per non lasciarmi andare. Faccio resistenza, perché il mondo non è uno schermo, il mondo ha almeno tre dimensioni, non è piatto né retroilluminato – a parte il cielo; e fra poco arriveranno i crepuscoli più struggenti dell’anno, quelli delle prime sere di ora legale; allora sì rimpiangerò di non poter uscire. Il mondo è sottoposto a un processo di purificazione luminescente, di retroilluminazione: gli oggetti, i volti, i paesaggi terrestri sono trattati come se fossero superfici celesti: vengono cielificati, uranizzati, firmamentizzati. Il purgatorio – forse l’imminente inferno – in cui mi ritrovo ad abitare subisce questa beffarda Cura Paradiso. Il teppista della Cura Ludovico di Arancia meccanica era costretto a guardare un film dopo l’altro: ma nella sala del cinema in cui era immobilizzato, con una camicia di forza e le palpebre tenute aperte dalle pinzette di metallo, la luce proveniva da dietro le sue spalle e rimbalzava su di lui da uno schermo bianco e opaco che gli stava di fronte; le persone confinate in casa dalla pandemia fissano schermi retroilluminati, guardano volti di amici intimi non visitabili, paesaggi irraggiungibili a due passi da casa, in cui sfolgora l’irradiazione di un paradiso perduto. Il mondo precipita in una voragine di luce.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica terrestri il 15 marzo 2020