L’aritmia della misura

Paolo Cosci



Poesie inedite dal libro in progress di Paolo Cosci.

"La coppia" (1905) di Giovanni Boldini

«Toccami il respiro
e frugami le ossa
e con la destra
avvolgi la sinistra,
il fianco… l’assedio
nell’assedio: e ciò
che laceri, rigenera.
Sorgi e morto risorgi
ancora
al limite del buio
ogni molecola
palpita e che la lingua
luccichi bene
e il mio ombelico sia
il centro di questo
universo marginale.

Toccami le ossa
e bruciami il respiro
e che il fuoco delle ossa
duri a lungo
ché la cenere
è cenere degli astri
ed esistenza
è solo l’estinzione –
brucia
la forma residuale
delle ossa
prima che il vento
le separi che sia
la nostra polvere
indistinta
tra gli spazi limpidi
e che in eterno
bruci.

Prendimi il respiro
e respirami le ossa
risorgi ancora:
respiro dentro
al mio respiro
che sia allora
la parola a palpitare
a mordere l’arsura
il silenzio di questo
spazio siderale
curva la materia
prima di dirsi
addio…

Toccami il respiro
e frugami le ossa
tu solo sciogli il
mio canto
che non si spezza –

sospiro dentro al
mio sospiro:
……………………
tramontami dentro».

Buco nero

Adesso sai
che il vuoto è il pieno più tremendo
che ogni poesia scintilla da uno strappo
e la partitura è solo una menzogna –
tu cerca i sintomi
prima che il ritmo li aggreghi –
la parola retrocessa allo stato minerale dal primo buio crivellata.

*

Scrivo preghiere solo per noi –
prego con modulazioni infinite
perché la massa aumenti o diminuisca
perché anche l’universo si misuri
e contraendosi
nel suo letto
ci culli.

*

Hai negli occhi il bagliore dei lampi:
è un modo come un altro per esistere –
allora lo senti
il peso tremendo delle pietre
è il germe che fermenta dentro
la metastasi uterina
lo stupore di una prima visione.

*

Ci siamo trasmessi (mescolati frantumati le ossa)
tu il peso del vuoto il macigno –
che ad ogni galleria strozza il respiro;
io la pertica uncinata –
che allenta la presa col sangue versato.

*

L’aritmia il collasso –
il rischio costante del collasso
l’attimo dopo il sesso
“il migliore di sempre”
una lama in punta di lingua:
la mia poesia
(con queste nostre trasfigurazioni)
io “tutto nel mio mondo di merda”
tu a desiderare cosa?
Ho scritto questi versi.
È stata una carneficina.

*

Lo spazio metrico è una forma di misura
che applichiamo alla lettera:
lo spazio metrico non mi riguarda
se ancora non conosco la distanza tra gli occhi e la punta delle dita
se anche toccandoti non me ne rendessi conto.
Perché non sono io –
la forma embrionale della voce: il paradosso del tempo.

*

L’assenza genera poesia. L’accumulo verbale può dissipare l’odio?
Parole lembi punti di sutura – aderire al pavimento con solennità
sentire a fior di pelle di cosa è fatto un atomo: cedere al mondo o tentare di resistergli?
Stanotte ho dato fuoco al tavolo ai manoscritti ai fogli di giornale accumulati.
Ho sgomberato ripulito dipinto le pareti – è rimasta l’ombra ostinata della fiamma:
una sagoma taurina. Mi sono sollevato. Ho radunato gli avanzi di cenere dagli angoli.
Mi sono inciso una croce sghemba sulla fronte – scarificato il petto con la china.
L’aria è divenuta plastica l’assenza consistenza: ho teso un braccio genuflesso l’altro.

Abbiamo danzato sotto l’ombra – mossi dal vento tra le imposte.

*

Come traversato da una nebbia, un’obbedienza liquida
o lo sgrondare del miele sugli occhi, una coperta di palpebre
e sulla pelle una seconda pelle. Quel minimo di palpito
per masticare l’aria.

Adesso che non sono io.

I fogli residui, accartocciati sono piccole catene di monti,
qua un vomito di verde, l’inchiostro anfibio l’alveo tra le vallate:
là un fiume, un piccolo torrente, la macchia estesa un grande lago.

Adesso che non sono io.

Vorrei le parole per dire quello che non ho capito,
come una scatola vecchia, la porta a vetro zigrinato,
le crepe al muro, sentirsi unto, avere freddo.

È solo un’impressione panoramica, essere qui
ma potrebbe essere ogni terra o una diversa flessione della lingua:
lo stesso quadro, la stessa poesia








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 13 marzo 2020