J’abandonne

Samir Galal Mohamed



In generale, si scrive sempre molto meno di quanto si vorrebbe, o si potrebbe. A ogni modo, questo era il suo caso. Impegnato com’era, convulso, nella lettura delle parole quotidiane, nella documentazione ed esplorazione degli stati dell’arte; in quella pratica, angosciosa, di bilanciamento della relazione tra le conoscenze, e la qualità – lo spessore, l’originalità – del pensiero da esporre, si riduceva al silenzio, o alla parsimonia. Del resto, se fosse accaduto il contrario, e cioè se si fosse reso partecipe al processo di scrittura e pubblicazione giornalieri, di produzione e divulgazione culturale ininterrotta, di una straripante ossessione per l’enunciazione, avrebbe ridotto qualcun altro in quello stato di silenzio, e di parsimonia. E questo non lo poteva accettare. È il paradosso: non poteva accettare il diritto all’esercizio di un legittimo dominio. Ebbene, rinunciò. Queste, sono le sue ultime righe:

«L’essere umano è incessantemente, e involontariamente, sottoposto a processi di mutazione dell’orizzonte cognitivo e sociale; esso impiega gran parte delle sue limitate risorse psichiche e fisiche nel tentativo, lancinante, di riconfigurazione dello stesso. La maggioranza degli esemplari della specie ci riesce; penosamente, ma ci riesce. Com’è ovvio, una minoranza di questi fallisce. Allora l’esercizio del diritto – il tentativo di una vita, per quanto penosa – corrisponde all’esercizio del dominio. Legittimo. Ebbene, rinuncio».








pubblicato da t.scarpa nella rubrica poesia il 13 marzo 2020