Domopak

Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini





È aprile e il mondo è finito. I negozi e i bar sono chiusi da mesi e le persone si odiano. Le strade sono vuote quasi come il mio portafoglio.
È una pandemia eugenetica, la nostra: i giovani hanno sterminato i vecchi. Dicono sia un virus codardo che dà il colpo di grazia ai malati. Io non ho niente da dire.
La proprietà privata è sopravvissuta ai proprietari.

Non so se abbiano ragione Agamben o Slovic o Davide Grasso. Non so se l’economia si riprenderà e non sono nemmeno sicuro che mi interessi – ma so che mi vergogno ad ammetterlo. Non so se Sanders riuscirà a spuntarla contro Biden. Non credo. Ho sonno e mi sento piccolo e stronzo. Datemi una sbarra per fare trazioni, tutti i libri di Emily Dickinson e un quintale di fegato alla veneziana con i piselli. Forse riuscirò a non fumare. Forse riuscirò a non pensare alla tua fica.

Vorrei beccarmi il virus per poi correre a cacare in bocca a tutte quelle facce di merda che per anni ci hanno spiegato perché era necessario smantellare la sanità pubblica e che adesso dalle loro quarantene di lusso ci implorano di non fare orge per non contagiare nessuno.

La casa puzza di disinfettante. Tra le pareti bianche ci guardiamo di sbieco: non sopporti più i miei nei, le imperfezioni che un tempo amavi iniziano a farti schifo. Mi dici che sono ingrassato e che sto perdendo i capelli. Non ti rispondo. Nello specchio rotto, decentrato, ammiro il mio sottile strabismo. Nessun amore sopravvive alla quarantena.

Se volessi essere retorico direi che la metropoli pandemica ha un vuoto nella pancia e questo vuoto è il consumo.
Mi affaccio sul collasso perimetrale: lo stomaco ringhia, atrofico. Ho voglia di comprare qualcosa su Amazon.
Chissà se i fattorini sono immuni.

Ricevo un messaggio su WhatsApp: Avrei voluto imparare ad ammazzare le bestie a mani nude, aggirare mucchi di cadaveri per strada. Che distopia noiosa.
Non ci sono squadre di punk che combattono per la benzina, la Terra non è coperta di acqua o di polvere, nessuno accende fuochi nei barili di petrolio. La realtà è molto più arrendevole: le grandi catene di supermercati ci portano la spesa a domicilio e nelle quarantene spopolano le maratone Netflix.
Che triste fine del mondo è la nostra fine del mondo.
Nessuno si fidi di nessuno. Non intendiamo creare allarmismi, ma ognuno se ne stia in casa propria a uccidere i propri familiari.
Odiamoci, amore, avvolti nel domopak.

Se avessi una bestia, la chiamerei COVID-19. È poca cosa, immagino. Ma al momento ci sono menti ben più brillanti e volenterose al lavoro, tutte alla ricerca della grande opera virale, la metafora definitiva, epidemica. La mia stanchezza, ancora una volta, non ha niente da aggiungere, se non qualche patetico esempio di sciacallaggio poetico.
Il tempo ha trovato un nuovo modo di fermarsi. Vaga ora per le strade vuote, piccolo insolente tubero, e muori come meglio credi.


William Congdon
Rome - Colosseum, 2
1951
Olio e smalto su pannelli, 95 x 123 cm
Collezione The William G. Congdon Foundation








pubblicato da t.w.iacconi gabbriellini nella rubrica racconti il 11 marzo 2020