Fly with the wind, McCoy

Jonny Costantino



Un saluto a McCoy Tyner e una zoomata su una pagina cruciale della storia del jazz.

McCoy Tyner nel 1967

Un altro gigante se n’è andato. McCoy Tyner è stato il pianista di John Coltrane, il primo pianista cui si pensa quando si pensa a Coltrane, ma non è stato soltanto questo. Nato l’11 dicembre 1938 a Filadelfia, figlio di una pianista dilettante, il mancino Alfred McCoy Tyner inizia presto a strimpellare. Nel ’53 non è che un 15enne eppure già dirige una band di coetanei. 17enne trova Allah e Sulaimon Saud diviene il suo nome musulmano. Nel ’56, neanche 18enne, incontra Coltrane di passaggio a Filadelfia e per una settimana suonano insieme al club Red Rooster. Allora Trane è conosciuto come il sax tenore di Miles Davis, che non è poco. Il suo primo disco da leader, Coltrane, è dell’anno successivo. Dopo quella feconda parentesi pennsylvana, McCoy e John mantengono i contatti. Ognuno per conto proprio, progrediscono. McCoy non è solo un pianista dotato, è anche un compositore ispirato. Un suo brano viene eseguito dal quintetto di Coltrane in un album che dalla composizione prende il titolo, The Believer, un disco registrato tra il dicembre ’57 e il marzo ’58 ma pubblicato soltanto nel ’64. Al piano non c’è ancora McCoy, bensì il brillante sideman di provenienza be-bop Red Garland. Nel ’59 Tyner compie un salto: viene ingaggiato dal trombettista Art Farmer e dal sassofonista Benny Golson e diventa il pianista del loro prestigioso sestetto nascente, il Jazztet, presenziando nel primo disco della formazione attiva fino all’86, Meet the Jazztet, che esce nel ‘60. I tempi sono maturi per fare sul serio.

McCoy Tyner nel 1964

Nell’ottobre ’60, Trane fonda il suo quartetto con Elvin Jones alla batteria e Steve Davis al basso. Al piano, in prima battuta, c’è Steve Kuhn ma le cose tra lui e Trane non funzionano. Il raffinato pianista newyorkese non riesce a dare a John quello che cerca. Più che fornirgli un trampolino per le sue lastre di suono, quasi lo intralcia. Coltrane sta cercando il suo Bill Evans, quello che Bill Evans è stato per Miles Davis, cioè uno che possieda volume sonoro, creatività melodica, estro armonico. Si guarda intorno e capisce che il suo uomo è McCoy. L’unico problema è che McCoy è il pianista del Jazztet. Così Coltrane fa pressione e Tyner non si fa pregare. No, McCoy non dà il benservito a Farmer e Golson a cuor leggero, ma gli è subito chiara la strada giusta da imboccare, quella dove potrà sbizzarrirsi nel mettere in pratica la lezione dei suoi idoli: Art Tatum, Duke Ellington, Bud Powell, Thelonious Monk.

Tyner e Coltrane nel 1963

Il “classic quartet” fa il suo debutto discografico con Village Blues, un brano contenuto nel disco Coltrane Jazz, che esce nel ’61 come un altro l’album, quello con cui il quartetto con cui fa il botto: My Favourite Things. Andò così: il quartetto entra negli Atlantic Studios il 21 ottobre ’60 e da quelle miracolose sessions escono fuori Village Blues, le tracks di My Favourite Things nonché due dischi che verrano pubblicati rispettivamente nel ’62 e nel 64: Coltrane Plays the Blues e Coltrane Sound. In realtà quella di ottobre non era stata la prima prova discografica del quartetto: i magnifici 4 si erano rodati il 10 settembre a Los Angeles e della session possiamo ascoltare 4 brani editi in Like Sonny, uscito postumo nel ’90. Dopo questa partenza in quarta, nel corso del ‘61 ci sono variazioni al basso: Steve Davis ha come successori prima Reggie Workman e poi Jimmy Garrison, col quale il quartetto si stabilizza e scrive una delle pagine più strepitose della storia della musica non solo jazz.

Il "Classic Quartet", da sinistra: Jones, Tyner, Coltane, Garrison

L’apporto di McCoy al sound della band è decisivo, come egli stesso non ci mette molto a comprendere: «Coltrane non si sarebbe evoluto allo stesso modo se non avesse avuto me come pianista, e ne era ben consapevole. Questo posso dirlo perché quando fui costretto ad assentarmi per motivi di famiglia, tipo quando mia moglie aspettava un bambino, non mi sostituì e preferì suonare senza pianista, perché sapeva che nessuno sarebbe riuscito a dargli l’appoggio ritmico che gli davo io, e a cui lui era abituato. Forse il fatto che, nei primi anni, fossi stato così colpito dal modo di suonare affascinante di Thelonious, mi permise di dare a John un terreno simile a quello che aveva conosciuto con Monk, quando entrai nel suo quartetto». E ancora: «La musica di Monk è strana, sfuggente, e ha la particolarità di essere al tempo stesso molto mutevole ma anche molto radicata, con un tempo molto solido. Il mio modo di suonare, credo, possedeva quella stessa precisione ritmica metronomica». Una sintonia, quella tra John e McCoy, che sembrerebbe a prova di bomba atomica. Invece no. Durante l’anno del Signore 1965 qualcosa si rompe e il primo ad abbandonare la sun ship − una nave che sta tutt’altro che affondando − è proprio McCoy.

McCoy Tyner

5 anni e mezzo, quelli con Trane, durante cui McCoy diventa uno dei maggiori pianisti in circolazione. Anni magnifici, nel corso dei quali avvia altre collaborazioni al top sia come sideman sia come comprimario e, soprattutto, incide 5 album a suo nome. Il primo è Inception, che esce nel ’62 ed è in trio, col sodale Elvin Jones alla batteria e Art Davis al basso, un altro fidato che ha già suonato con Trane, Monk e Dizzy. In occasione dell’esordio come leader, Coltrane si esprime in questi termini sul suo pianista: «Innanzitutto c’è la sua inventiva melodica e, accanto a questa, la chiarezza delle idee. Inoltre egli possiede un suono molto personale; a causa poi dei frammenti di modo che usa e della maniera in cui li dispone, questo suono è molto più brillante di quanto ci si potrebbe aspettare dai tipi di accordi che suona. Ancora, McCoy ha un senso della forma eccezionalmente sviluppato, sia come solista che come accompagnatore». È una sintesi eloquente per il magistero di questo artista completo che allora aveva davanti a sé altri 50 anni di carriera, una carriera costellata da successi di pubblico e critica, da premi e riconoscimenti, con circa 140 progetti discografici all’attivo, la metà a suo nome. A Coltrane invece restavano appena 5 anni di vita.

Tyner nel 1974

Se dovessi consigliare un paio di dischi di McCoy Tyner a chi volesse farsi un’idea del musicista al suo zenit, indicherei i due progetti che aprono e chiudono un anno vissuto in stato di grazia: il 1972. Mi riferisco a Sahara (inciso a gennaio a New York) e Echoes of a Friend (inciso a dicembre a Tokyo), limitandomi a segnalare (siccome non c’è due senza tre) che in mezzo c’è un altro album felice, Song for My Lady (inciso tra settembre e novembre a New York). Giudicato disco dell’anno dalla rivista “Down Beat”, con le sue oltre 100 mila copie vendute, Sahara rappresenta il maggiore exploit discografico di McCoy e per molti il suo capolavoro. I cinque brani (di cui uno per piano solo) che compongono l’album sono espressione di un artista al suo apice compositivo e pianistico. Sahara è un disco carico di energia e invenzione dove McCoy non si limita a far cantare la tastiera, suona anche le percussioni, il flauto e il koto, strumento giapponese a corda della famiglia delle cetre. Superlativa è l’intesa con Sonny Fortune, sassofonista di stampo parker-coltraniano scomparso nel 2018, anche lui al suo meglio in questa incisione. Echoes of a Friend è un omaggio per pianoforte solo a John Coltrane, a 5 anni dalla morte. 5 standard coltraniani, tra cui le hit My Favourite Things e Naima, compongono un disco di spiccata sensibilità armonica, dove − tra progressioni à la Jarrett e cromatismi à la Debussy − Tyner omaggia con una lingua mite e vigorosa, profonda e limpida, una lingua solo sua, «l’uomo, l’amico, il maestro» cui dedica l’opera.

4 giorni fa, venerdì 6 marzo, l’81enne McCoy Tyner s’è spento. Da anni era malato e la sua ultima registrazione edita è un solo dove la tastiera ruggisce e miagola ancora, Live in San Francisco, inciso il 6 maggio 2007 durante il San Francisco Jazz Festival. Negli ultimi 13 anni di vita ci sono state solamente sporadiche apparizioni concertistiche. Una di queste è il tour internazionale Echoes with a Friend − che ha avuto luogo tra il 2016 e il 2017 con tappe anche a Milano ed Empoli − per il 50enario della morte di Coltrane, a riprova del fatto che fino all’ultimo Tyner non non ha smesso di pensare al fratello maggiore e di elaborarne la lezione. Rispetto alle ultime performance di McCoy, nel corso di uno scambio privato il musicologo Stefano Zenni − oracolo su Armstrong e Mingus da cui si attende il libro definitivo sulla musica di Trane − mi ha riferito di avere avuto l’onore di conoscere McCoy Tyner nel 2014, durante il Torino Jazz Festival, e mi ha descritto un uomo che «camminava a fatica, fragilissimo», fisicamente intaccato nella sua maestria: «sul piano le dita s’impastavano, articolavano a fatica e senza grande energia». Live in San Francisco, suo ultimo disco, è stato pubblicato nel 2009. Sempre a "Cisco", mezzo secolo prima, nell’ottobre ’59, veniva inciso un leggendario disco di solo piano, Alone in San Francisco di Thelonious Monk. Il finale di partita di McCoy Tyner è dunque nel segno del silenzio discografico, come l’ultimo atto della vita di Thelonious “Sphere” Monk, che si zittì anche nella vita privata e si trincerò in una fortezza muta. Thelonious, “The High Priest of Jazz”: colui che prese con sé l’impetuoso tenore che suonava (e talvolta, stordito dall’eroina, ciondolava) nella band di Miles Davis e ne fece John Coltrane, Gesù Cristo del Jazz.

McCoy Tyner

Ed eccoci alla domanda che immagino stesse pungolando, e non poco, da qualche capoverso i più esigenti e vispi dei miei lettori: perché McCoy Tyner molla John Coltrane? Vado dritto al sodo. McCoy molla JC quando JC radicalizza la sua vena free. Lo molla quando Colt si tuffa a pesce nella più sfrenata libertà improvvisativa, sull’esempio prima di Ornette Coleman e poi di Albert Ayler, che suoneranno entrambi al suo funerale, il 21 luglio 1967 nella chiesa St. Peter a Manhattan. In buona sostanza, McCoy molla Trane quando il sassofonista inizia a suonare rompendo il tempo costante su cui si fonda la concezione modale messa a punto insieme al pianista, spingendosi oltre le scale e le trame armoniche, «oltre le note».

McCoy Tyner nel 1976

Commenta Tyner a caldo, nel ’66: «Quello che John sta facendo è costruttivo per lui, ma non è più compatibile con me». E a freddo, nel ‘77: «Sentivo soltanto un gran fracasso. La musica non mi comunicava più niente, e quando non provo sensazioni, non suono». La rottura definitiva avviene nel dicembre ’65. All’inizio dell’anno successivo McCoy sta già suonando col clarinettista Tony Scott e ad aprile debutta con un proprio quartetto allo Slug’s di Manhattan. A gennaio aveva seguito il suo esempio Elvin Jones, che liquidava Trane accettando una proposta di Duke Ellington. Nessuno dei due però, Tyner e Jones, perse mai la stima né dubitò della visione geniale del maestro. Afferma il batterista in un’intervista radiofonica mandata in onda dopo la morte di John: «Be’, che sia roba completamente fuori del comune è evidente, perché c’è di mezzo una mente straordinaria. Tu ce lo vedresti mai Einstein a suonare Fra’ Martino?». E la mia risposta a Elvin Jones è: sì, ce lo vedrei eccome, a condizione che Einstein suoni Fra’ Martino come Coltrane suona Can caminì spazzacamin’. Ascoltare, per credere, la maniera in cui Trane macella e trasfigura, ancora col quartetto doc al completo, la canzoncina resa famosa dal film di Walt Disney Mary Poppins, nei 6 minuti e 58 secondi della sua versione di Chim Chim Cheree, registrata il 17 maggio ’65 e contenuta nell’album Impulse The John Coltrane Quartet Plays.

Jimmy Garrison

L’unico del “dream quartet” che non molla Trane è il piccolo grande Jimmy Garrison, il più fedele dei suoi fratelli spirituali. Garrison rimane vicino a Coltrane hasta la muerte, tenendo in serbo il suo più indimenticabile assolo per quella che sarà l’ultima registrazione live di John, il concerto al Centro di Cultura Africana di New York del 23 aprile ’67, The Olatunji Concert, testamento spirituale in forma d’incunabolo sonoro. Un assolo di 7 minuti e 32 secondi − quello cui mi riferisco − dove Garrison conduce il contrabbasso a un grado di comunicatività e introspezione propria di uno strumento a fiato. Un assolo che prima, pacatamente, ci conduce nel fondo stoico di un’interiorità che ha accettato la tragedia e da lì − con un salto di note e non meno di volontà − ci trascina in un crescendo esaltante verso l’attacco del soprano nasale di Trane. Un Trane fanciullo, lacerato e lacerante. Un Trane 40enne (cazzo, soltanto 40enne) che sputa fuori dal sax il serpente di fuoco e luce che è la sua anima, terrorizzando con quel turbine musicale le metastasi cancerose che, a partire dal fegato, gli stanno fottendo, a uno a uno, gli altri organi interni. Il pezzo di cui sto parlando è uno dei due (l’altro è Ogunde) che compongono il disco: My Favourite Things, una straziata e sanguinante, orgiastica e metafisica, gorgonica e agonica, spaventosa e commovente versione di 32 minuti e 38 secondi del classico dei classici coltraniani.

Coltrane durante il concerto all'Olatunji, il Centro di Cultura Africana di New York, il 23 aprile 1967

Torniamo al 1965, annata a dir poco critica per Coltrane. Dopo un lustro di consenso unanime tra pubblico e stampa, i suoi colpi di testa e di suono spaccarono l’audience. Già prima che McCoy ed Elvin se la svignassero, il 23 novembre, Coltrane aveva inciso in studio Meditations, dove al proprio sax affiancava quello di Pharoah Sanders e alla batteria di Jones quella di Rashied Ali. Un’opera matura e imponente che ebbe sul numero di dicembre di “Down Beat” due recensioni in totale contrasto, beccandosi da una parte cinque stelle e dall’altra una soltanto, a dimostrazione del fatto che il Coltrane free o lo amavi o lo odiavi. Prendere o lasciare, pareva non ci fossero vie di mezzo, e questa cesura diede luogo a situazioni piuttosto spiacevoli. Ingaggiato alla fine del ’66 al Front Room di Newark, New Jersey, la prima sera ci diede così dentro da agghiacciare spettatori e gestore, i quali lo implorarono di addolcire loro la pillola con qualcuno dei suoi standard. Coltrane non volle sentire ragioni. Per quanto dispiaciuto, non poteva tornare indietro. Così il contratto venne annullato e il saxman mandato a casa come fosse un pivello qualsiasi. Chi era con lui in quel frangente lo descrisse deciso e, tutto sommato, sereno. Sapeva di non essere lì per divertire nessuno e, soprattutto, cosa c’era in ballo. Sapeva di dovere obbedienza a una chiamata che gli imponeva di alzare vertiginosamente la posta in gioco sul piatto dell’arte. Si legge nel booklet di Echoes of a Friend a firma di McCoy Tyner: «Many are called, but few are chosen». Non saprei dire da chi o da cosa, ma neanch’io, come McCoy, ho dubbi che Coltrane sia stato scelto.

John Coltrane e Alice Coltrane

Fu un momento difficile per John Coltrane anche perché vide stroncata un’illusione nella quale aveva legittimamente confidato. Ambiva Trane a tenere insieme due livelli, il passato prossimo e il futuro del jazz, in un presente musicalmente esplosivo. «Pensai che potevo fare due cose: potevo avere una band che suonasse come suonavamo prima e una band che andasse nella direzione in cui sta andando quella che ho adesso. E ci si poteva riuscire… Sono convinto che avrebbe funzionato, ma Elvin e McCoy…». È una dichiarazione amara, questa della primavera ’66, rilasciata dopo il concerto che possiamo ascoltare nell’Impulse Live at Village Vanguard Again!. È la constatazione di un taglio netto. Coltrane sta tagliando i ponti col passato che lo aveva reso una star mondiale per inoltrarsi in un futuro inebriante ma pieno d’incognite, supportato da nuovi compagni di sapiente delirio come Pharoah Sanders, Rashied Ali, Alice Coltrane, oltre che dall’inamovibile Jimmy Garrison. Un passaggio necessario quanto drammatico, durante il quale John non poté impedirsi di pensare quale finimondo avrebbe potuto scatenare se avesse potuto ancora contare sulla sua storica sezione ritmica. Ma Elvin e McCoy…

McCoy Tyner

Trane è troppo lucido per non sapere cosa perde con McCoy. Perde quel tempo regolare e incrollabile in grado di sostenere le sue più scatenate scorribande sonore. Perde un pianista raffinato quanto irruento, delicato quanto potente: perde cioè un tappeto ritmico dove la grazia delle sequenze melodiche disegnate dalla mano destra − in registro di regola acuto e negli anni più fiorite − è contrappuntata dall’intensità degli accordi della mano sinistra, la sua mano forte. Ha ragione il critico François-René Simon a evidenziare il tratto «femminile» dell’arte di McCoy, riferendosi alle qualità ornamentali delle improvvisazioni, al ruolo di «appagamento», «dolcezza», «serenità» che il suo pianismo svolge in fertile contrasto «con la furia e l’inquietudine» coltraniane. Si potrebbe dire che il pianoforte di McCoy è la costola uterina di un suono, quello di Trane, proverbialmente erettile, mascolino. È fin troppo in linea con queste considerazioni che il posto di Tyner nella band venga preso da una donna, la pianista nonché organista e arpista Alice McLeod, presente nelle discoteche di cultori e buongustai col cognome del marito: Coltrane.

Le mani di Tyner

Chissà… La storia, si sa, non si fa coi chissà, ma m’è impossibile non farmi pungolare da qualcuno. Chissà dove Coltrane sarebbe potuto giungere se McCoy ne avesse assecondato il disegno, se si fosse fidato di lui fino in fondo, se lo avesse messo nelle condizioni di fare «due cose» insieme, magari intuendo che gli restava così poco da vivere. Chissà se John, col fratello minore a guardargli le spalle, avrebbe visto finalmente colmata quella mancanza musicale che la sua ricerca estrema mirava a completare (e non stupirti, lettrice o lettore, se parlo di mancanza a fronte di così traboccante pienezza espressiva, perché se la fruitrice o il fruitore può riconoscere quello che il genio ha donato, solo il genio può sapere dove non è arrivato). Chissà, rimanendo nella band, quali nuovi impulsi avrebbe tratto la maturazione artistica di Tyner, una crescita andata di pari passo con un’emancipazione quasi edipica dalla potestà tenorile del maestro, una crescita nel segno della supremazia strumentale del pianoforte e di un’articolazione sempre più serrata e densa, gestuale e compressa, più virile azzarderei, una crescita − in generale − nel segno di una concezione (compositiva e improvvisativa) originale che, nel corso degli anni Settanta, si amplia e si perfeziona, ma sempre al di qua dei confini di una modalità oltre la quale egli non percepiva che «fracasso». Chissà, d’altro lato, se «forze del passato» come Tyner e Jones avrebbero rappresentato per l’ultimo Treno un’ancora terrestre invece di un turboreattore, come dire: un contrappeso gravitazionale all’innalzamento galattico che percepiamo in dischi come Stellar Regions e Interstellar Space, dove già il titolo è un piano di volo. Chissà…

McCoy Tyner

Tra un chissà e l’altro, sfuma una certezza, una certezza che riguarda l’aldilà. Ebbene, ammesso e non concesso che esista un paradiso dei musicisti, la certezza che non abbiamo è che lassù questi due formidabili credenti − i quali side to side sono stati sulla vetta della musica del loro tempo − stiano suonando nella stessa band e nello stesso spaziotempo.

Tyner e Coltrane nel '63








pubblicato da j.costantino nella rubrica musica il 10 marzo 2020