Topolino e bambina

Mario Fillioley



Mia madre è di là che gioca con mia nipote. Il gioco è che mia madre è un topolino e mia nipote ha deciso di portarlo a Roma, non ho capito per quale motivo, fatto sta che sono sedute su un gradino delle scale che portano in camera mia, e questo gradino è una macchina, e mia nipote guida perché loro due devono andare a Roma, e allora ogni tanto mia madre chiede con la voce da topolino se per caso sono arrivate, e mia nipote risponde: «No, devo guidare ancora». E ripartono. Mia madre, quando parla da topolino, deve fare una voce molto stridula e acuta, una cosa che un po’ mi infastidisce e un po’ mi intenerisce. Allora mentre lei e la bambina giocavano io ho chiesto a mio fratello: «Ma a te non dava un po’ fastidio quando eravamo piccoli e la mamma ci faceva la voce del topolino?». «Moltissimo» ha detto mio fratello. «Pure a me», ho detto io. Poi mia madre ci ha guardato e si è morsa il labbro come per dire «Shhh, che c’è la bambina, deficienti», e tutt’e due hanno continuato a giocare al topolino e alla conducente di scalini. Mio fratello mi ha detto: «Comunque io mi infastidivo per fare piacere a te, perché sapevo che a te infastidiva, e quindi siccome tu eri più grande e io volevo essere come te, mi atteggiavo come se fossi stato infastidito pure io, però in realtà non lo so se mi infastidiva, anzi penso di no». Io ho guardato mia nipote che rideva e guidava e mia madre che si faceva portare a Roma come se fosse stata un topolino e mi sono un po’ risentito con mio fratello: «Scusa», gli ho detto, «ma io mi fingevo infastidito perché tu eri quello più piccolo e io mi volevo distinguere da te e fare vedere che ero quello più grande, ma in realtà io mi divertivo un sacco quando la mamma ci faceva la voce del topolino». Allora mia madre s’è voltata verso di noi, sempre di nascosto dalla bambina, e s’è morsa la mano, di taglio, come per dire: «Disgraziati, ma che discorsi da psicopatici sono, non lo vedete che la bambina gioca e si diverte?».

Allora io e mio fratello ci siamo seduti sullo scalino sopra al loro e abbiamo chiesto: «Ci date un passaggio fino a Roma?». Mia nipote ha detto: «Sì, però guido io», e mia madre ha detto: «Siete due topolini anche voi?» e l’ha detto con la voce da topolino. A quel punto io ho guardato mio fratello e devo dire che mi è sembrato abbastanza irritato. «Sarà un riflesso condizionato», ho pensato tra me e me. Lui però mi ha guardato e s’è morso il labbro come se l’era morso mia madre prima, come per dire: «Non farti vedere irritato, cretino, che la bambina è contenta e si sta divertendo». Mia madre si è accorta di questo dialogo muto, e ha detto a voce alta, con la voce da topolino: «Ma non è che per caso voi due vi state un po’ commuovendo?» e poi ha dato di gomito a mia nipote, e tutt’e due si sono messe a ridacchiare, e tutto questo l’hanno fatto due, tre, quattro volte di seguito, fino a quando mia nipote non ha detto tutta seria: «Ora però basta, che devo guidare».

In effetti, forse io e mio fratello eravamo un poco commossi, però io pensavo che ero quello più grande e non mi volevo fare vedere commosso da mio fratello, e mio fratello invece voleva sembrare uno che non si commuove perché ormai è cresciuto. Mia nipote allora si è girata verso mia madre e ha detto: «Nonna, senti, non la fare più la voce da topolino, sennò a Roma con questi due non ci arriviamo mai».








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 7 marzo 2020