Disse Cane:

Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini





Storpierò le parole per tutto marzo, come le vecchiette che non vogliono bestemmiare. C’è qualcosa che vorrei dire ma che non ho il coraggio di dire. [Sai che novità.] E allora dirò qualcosa che somiglia a quello che vorrei dire senza però dirlo veramente, come le vecchiette che bestemmiano senza bestemmiare. [Che poi persino Beckett ha scritto Porca Madonna. A quel punto abbiamo molto più diritto di bestemmiare noi, che ci tocca di lavorare, che ci tocca di tirare al giorno dopo come se fosse meglio del giorno prima. Ma non è certo una gara al ribasso: per noi potete bestemmiare quanto vi pare e piace, tanto e grassamente e volentieri, per quel che ce ne frega.] Che poi le vecchiette finiscono a dire delle cose prive di senso, mentre le bestemmie un senso ce l’hanno eccome, potrà non piacervi, ma non potete negare che abbiano senso. [Sul serio: perché l’esausto sì, e noi no?]
Oppure non dirò un cazzo, ci girerò intorno come un cane alla catena, sì, farò così. A spirale paratattica scappellata, sì, farò così.
O forse seguirò il flusso, e mentirò anche stavolta. [Sì, farai così.]

Parlerò di me. Basta con la seconda persona singolare. [Il singolare non esiste. [Esiste solo la singolarità. [Smettila di cercare di dire cose intelligenti: esistiamo solo noi ed è di questo che parlerai stavolta.]]]
La verità è che non mi va di parlare di niente. La primavera fa schifo, e non c’è bestemmia storpiata che possa sistemare le cose. Non sbocciano fiori sul mio davanzale, non riesco ancora a dare un nome all’amore.
Marzo ama dipingersi di prato ma non è certo giugno. Le acque sono fredde e l’aria è rarefatta, c’è bisogno di vestiario tecnico e ipoallergenico, di bombole d’ossigeno per poter respirare a pieni polmoni, delle dovute vaccinazioni: la primavera è una stagione per creature performanti. Guardiamo al nocciolo delle cose: chi ce li ha i soldi per andarsi a sdraiare nella natura? [Non i baristi, poco ma sicuro.]
Anche i colori sono vividi e ottimisti: marzo ha sfumature vincenti. Lo prenderei per il bavero fiorito e gli griderei nel muso che non è altro che la sconfitta dell’inverno. Mese ruffiano, crumiro, con tutti quei colori, tutti quegli odori. Gli esteti si risvegliano, si sfregano le mani, schioccano il palato dalla soddisfazione. [Verrà mai il tempo del brutto? Chi mai amerà le donne pelate?] Marzo si ripete ogni anno come un’allucinazione statale. Il primo sole fa gran notizia, si riempiono i tupper di polpette e si va al mare a lavare via la puzza di inverno.
Poco importa che l’ebbrezza sia solo presunta: a marzo si presuppone la gioia.
Mese staminale di merda.

Tutto precipita nella penosa centrifuga nazionale, nella quale le foibe sono ormai equiparate all’olocausto e i migranti smettono di annegare durante Sanremo. [Sanremo è a febbraio] Stai zitto.
Riesco a parlare di politica solamente con un numero ristrettissimo di esseri umani. A quanto pare, per tutti gli altri le mie posizioni sono di stampo terroristico. Pensa un po’. A me è la democrazia liberale a sembrare terroristica. Non mi pare opinabile: il capitalismo fa molti più morti dell’ISIS. E comunque sia, i pochi coraggiosi che vanno a combattere lo Stato Islamico a fianco dei curdi, al loro ritorno in Italia vengono messi sotto sorveglianza speciale e trattati come delinquenti o, peggio, come terroristi. Come si fa a non mettersi a urlare. Il fascismo è già tornato. Come da accordi, il nazismo tornerà a breve. Trump, Orban, Salvini, Meloni, Netanyahu, Putin, Erdogan, Bolsonaro. Come si fa a non mettersi a urlare.
Negazionisti climatici, suprematisti bianchi, etnonazionalisti, terrapiattisti, sionisti, cristiani ultrareazionari, antiabortisti, incel, ditemi come diavolo si fa a non mettersi a urlare.
[Bifo scrive che la critica [arte della misura] non è attrezzata per queste smisuratezze. [C’è un sorriso sgangherato, in Florida, che uccide i delfini a coltellate. Si può contestargli tutto, tranne che la sua vocazione non sia originale.] È forse giunto il tempo della dismisura? Se così fosse fate un fischio, siamo maestri della dismisura. [Siamo maestri del fallimento e della procrastinazione, vorrai dire.]]
Dall’altra parte [la stessa parte] abbiamo la violenza neoliberale del centrosinistra e le piazze piene del sogno non-violento di quattro boy scout in saor: mentre una forma socialmente accettata di schiavismo ha sostituito il lavoro salariato è importante non lasciarsi trascinare nella maleducazione del conflitto e stare ben attenti a non cambiare il sistema produttivo. No, meglio salvare il mondo con i sorrisi rassicuranti e i pesci di cartone, le borracce termiche e la raccolta differenziata nei paesini svizzeri, la gentilezza nei modi, la pacatezza nei toni, la sconfitta nel cuore.
Questa sembra avere tutte le caratteristiche della fine. Ma la verità è che siamo molto più resistenti di così. E non sono del tutto sicuro che sia una cosa buona.

[Introduci l’inferno.]
Quello che ho dentro sarà pure un inferno, ma è celestiale. Non voglio guarire. [Non guarirai.] Non ho intenzione di farlo. Ogni cosa è nitida, ora. Vedo con occhi dilatati, definitivi: non esiste altro che la poesia in prosa e le infinite legioni ibride che marciano tra il sonno e la veglia.
[Oppure: non esiste altro che l’insurrezione e la lotta. Il conflitto sociale è l’atto creazionale, fondativo.]
[Oppure: contano solo l’orgasmo e l’orgia. Tutto il resto è pura cosmesi.]
[Oppure ha ragione Sarah Kane, e allora sono cazzi amari. Ma se così fosse, perché diavolo Kafka non la smette di ridere?]
_ Sono già passato da questo incrocio. Ricordo la puzza di cane morto e le bestemmie mutile _
Oppure esisti solo tu, a cui non ho il coraggio di dire quello che vorrei dire, perché sono così scemo e così orgoglioso e ci sono libellule zebrate di mezzo metro che mi mangiano costantemente il cervello.
E sarebbe così semplice gridarlo dal fondo della gola, con le unghie e con i denti, dagli squarci nel cielo cremisi vedresti embrionare un coro avorio, il mio ventre e le mie costole di luce spezzata, e tanto cupa e dolce scenderebbe la notte che forse riuscirei anche a dormire, che forse riuscirei anche a baciarti senza sentirmi un eterno imbecille, che forse riuscirei anche a sopportare questa primavera di merda, quest’aria fresca e rassodante, queste persone pulite che fanno yoga al parco, questi cani di razza che cacano nei sacchetti, queste coppie felici che scrivono t’amo sulla sabbia delle rive di questo paese di merda, di questo Paese di merda.
[.]

Ma invece farò come le vecchiette incazzate, quando brucia l’arrosto o attacca il ragù, quando perdono l’udito e non riescono più a camminare, che non possono bestemmiare, ma vorrebbero, eccome se vorrebbero. Sì, farò come loro.
Storpierò le parole per tutto marzo, lamentandomi del tempo e del governo, e rimarrò solo, credendomi guerriero e martire, vendetta e giogo e di nuovo vendetta. Sì, rimarrò solo.
Eppure. Sebbene. Malgrado.
Sarei felice? Ma come, perché? Io non mi sento incompleto. [Non si tratta di questo.]
Di che cosa si tratta, allora? [Lo sai.]
Lo so.
Che bacerei a piedi nudi tutto il bitume che avanza dall’orlo delle strade scalze, nella rapsodia quotidiana avulsa e scontata della morte della luce, quando il buio non abbraccia le pompe di benzina e tu dici di conoscere un posto in cui il sabato non accenna a finire, e dici di conoscere a memoria le mie bugie, che il mio corpo appartiene ad altri salvo non dire mai a chi, e non c’è dismisura più assurda della distanza tra i tuoi occhi di linee chiuse, e non esisterà mai resoconto giornaliero o leggendario delle ferite che apri nella pancia già vuota che possa farmi desistere, e tu sai che la mia è una droga feroce e tu sai che la mia è una vita a sottrarre, e tu sai dietro alle benzodiazepine che sono un angelo marchettaro e un servo della luce scura e sorda, tu sai che sono costretto a fuggire di continuo dalle cose del Nord e che non c’è luogo che io possa chiamare vita, e l’epistassi mormora e mormora e farfuglia, sotto le parole oscene e delicate, che non c’è fine alla vergogna che provo _ anche solo per il fatto _ di iniziare a considerare _ la remota possibilità _ che io possa decidere _ un giorno _ di ammettere _ di amarti _

[So più cose sull’amore di tutti voi innamorati, solo il cieco conosce i colori e solo il malato conosce la vita – stupido – stupido baco da seta.]
In aprile sei foraggio secco per il mercato del lavoro, un tanto al chilo, al vento fresco sussurri il necrologio d’un amore futuro.
[Ti chiedi se finirà mai.]
Non finirà.

[Dalla verde Toscana i compagni rispondono: e ir budello di tu ma’.]


Fotografia di Martino Frongia








pubblicato da t.w.iacconi gabbriellini nella rubrica racconti il 29 febbraio 2020