Mal d’acqua

Domenico Brancale



In anteprima un paragrafo dell’ultimo libro di Domenico Brancale, Mal d’acqua, numero 27 della collana Fotocopie edita da Modo Infoshop.

Diario di un’ora

Prima avevi delle certezze, all’improvviso le hai perse.

Per più di sette mesi ho assunto all’incirca tredici litri di acqua al giorno, ho urinato 20 volte. Ho dovuto tracciare una nuova mappa nella mia esistenza quotidiana, fatta di orinatoi, toilette esclusive, penombre furtive. Mi sentivo come un sasso scagliato a picco nel lago della coscienza. Come una medusa non avevo che una sola dimora, il destino dell’acqua. Il metronomo dell’acqua è stato la ragione del mio vivere.

«Un eccesso d’acqua rende l’anima dolce, affabile, docile, socievole e disposta a piacere» Ermete Trismegisto

Noi non siamo la somma di tutto ciò che abbiamo vissuto. Siamo la sottrazione. Siamo quello che non siamo più. Siamo tutto quello che abbiamo lasciato dietro di noi. Tutte le parti che ci mancano. Siamo gli abbandoni. Le foglie d’autunno. Le perdite di parola. Siamo la sofferenza in carne e ossa.

Mi volto indietro verso l’infanzia, ma quel momento rimane per la maggior parte di noi irraggiungibile. La vita stessa, a volte, è irraggiungibile.

Forse la poesia è un gesto che ci permette di sfiorare quello che crediamo irraggiungibile. La parola è in cammino, assorbe in silenzio tutto ciò che si contrae nella profondità dell’essere. Scaglia l’urlo.

Non riesci più ad addormentarti nel buio. Il nero minaccia. Il nero ti assedia. La bocca si svuota da dentro dei denti, della carne, delle ossa, del vuoto.

Qualsiasi cosa muore dentro di te devi restare vivo. Restare vivo nella morte è il passo successivo.

Qualunque sia stata la causa, una caduta fisica o mentale, una malattia vera o immaginaria, un dolore mai provato o una gioia inattesa sconvolgente, comunque si rilegga il proprio passato, quel momento rappresenta nella nostra vita una svolta radicale, costringe a una scelta che può risolversi nell’assunzione della nuova vita in un io reintegrato, o, all’opposto, nel totale rifiuto delle mutazioni fino alla morte volontaria.

Celan chiamava questo momento Atemwende, svolta del respiro. Prima o poi tocca a tutti, anche a nostra insaputa.

Domenica 23 settembre 2018. Equinozio d’autunno. Saranno le tre, ora antelucana. Ricoverato. Equinozio del dolore.

Non puoi parlare della malattia, al massimo potresti parlare la malattia. Per questo occorre trovare un nuovo pronome che non sia personale, non possessivo, né dimostrativo, né riflessivo. Un pronome per nessuno. Un pronome segreto che non potrai mai pronunciare.

Non avere paura. Rimani per ore dinanzi al chiosco di un’edicola a leggere sulle pagine dei quotidiani i crimini che non hai avuto il coraggio di compiere.

Ogni gesto scava nell’aria il nostro destino. Ogni parola il silenzio. L’intruso che vive dentro di te e che ora ha un nome ti pone continue domande a cui il più delle volte non puoi rispondere. La sarcoidosi ha il volto dell’enigma. Riferirsi a se stessi è divenuto una difficoltà e per ora lo fai soltanto mediante il dolore e la paura. Non è più niente d’immediato e le mediazioni alla lunga stancano. C’è un io che soffre e un altro che rifiuta tutto ciò.

Non puoi morire. Del resto non si muore mai quel giorno. Si comincia a morire prima, nel futuro anteriore.

Ogni pensiero evapora nella presenza del soggetto. Ogni voce si sottrae al linguaggio.

«Edipo era cieco, nessuno poteva vederlo» Jean Cocteau

Scrivere è vedere il tuo corpo.

Non si può andare oltre nella disperazione. Ma abitare l’altrove della lingua ci restituisce alla poesia, a quella trasgressione necessaria senza la quale ogni gesto sarebbe vano.

"Edipo e Antigone" (1828) di Antoni Brodowski

Domenico Brancale, Mal d’acqua, Modo Infoshop, Bologna 2020.








pubblicato da j.costantino nella rubrica libri il 27 febbraio 2020