Il nuovo vecchio west

Gianluigi Bodi



Suo padre era rincasato dalla fabbrica e sul volto erano visibili i segni della stanchezza: si portava addosso l’odore della segatura e tra i capelli aveva qualche truciolo. Gli aveva comprato dei pacchetti di figurine e, mentre Nicola li scartava, si era messo in poltrona a leggere il giornale. Poi si alzò di scatto, rivolse al figlio uno sguardo dolce, gli accarezzò una guancia con la mano ruvida e callosa, e si diresse in cucina. Sentì i suoi genitori bisbigliare. Tornarono in salotto e gli comunicarono che l’indomani sarebbero andati a fare una gita.

Il sabato si erano alzati che fuori faceva ancora buio ed erano partiti a bordo della 128 Mirafiori. Nello specchietto retrovisore vedeva la bocca del padre spalancarsi in una serie ininterrotta di sbadigli. Dopo qualche chilometro, la guida sicura di suo padre lo rilassò, al punto che gli venne voglia di distendersi lungo il sedile posteriore e, cullato dalle oscillazioni della macchina, si addormentò. Una brusca frenata lo fece rotolare giù. Non aveva idea di dove si fossero fermati, si stropicciò gli occhi e iniziò a guardarsi attorno. Erano in un parcheggio, le altre auto sembravano circondarli. L’aria era tersa, il sole del mattino, basso, era una presenza ancora discreta. Quello che colpì Nicola fu l’odore che quest’aria portava con sé. Dolce e pungente, gli escrementi dei cani lasciati seccare al sole. Scesero dalla macchina, i suoi genitori lo presero per mano e entrarono nel parco tematico “Vecchio West”. Il bambino guardava ogni cosa con gli occhi sbarrati, gli sembrava di trovarsi dentro a uno di quei film western che vedeva la sera con il padre. All’ingresso, una donna, con una gonna enorme e una veletta sul viso, gli aveva fatto l’occhiolino. Aveva un neo vicino al labbro e, nel fissarlo, Nicola si accorse che era disegnato. Il cancello, di legno stile ranch, dava subito accesso all’interno di uno scenario che Nicola non avrebbe saputo descrivere a parole. Gli occhi si riempirono di meraviglia e i suoi genitori lo guardavano, soddisfatti della sua reazione. Gli sembrava di non essere mai stato così felice in vita sua, e che questa felicità potesse durare per sempre. Lungo il viale principale di terra battuta, svettavano le costruzioni tipiche del Far West. Davanti al maniscalco, un uomo che poteva avere l’età di suo padre picchiava sullo zoccolo di un cavallo con un martello di gomma. L’animale non si muoveva di un centimetro, ruminava pacifico e ogni tanto tuffava il muso nell’abbeveratoio. A pochi metri di distanza un altro uomo, vestito di nero, rigido e impettito, con la mascella sporgente rasata di fresco e un ciuffo di capelli fini e biondi che spuntava da sotto una bombetta scura, mostrava con fierezza il suo più fidato strumento di lavoro: un metro di stoffa con il quale, a sentir lui, aveva preso le misure a molti banditi che avevano avuto la sfortuna di incrociare la pistola con lo sceriffo Burke. Il bambino non aveva mai sentito quel nome, ma era anche vero che tutti i nomi stranieri, nella sua testa, si assomigliavano. Dall’altra parte della strada l’immancabile saloon, una costruzione che svettava sulle altre e che sembrava essere il vero e proprio fulcro del villaggio. Dentro avevano allestito un self-service in cui i visitatori potevano fermarsi a mangiare. C’erano negozi di souvenir ogni pochi metri e suo padre gli comprò una pistola giocattolo a tamburo. Nicola non sapeva da che parte guardare, gli sembrava necessario trattenere dentro di sé quante più cose possibili per poterle ripescare dalla memoria ogni volta che ne avesse sentito la necessità.“I miei genitori mi hanno portato qui quando questo posto era tutto di legno” disse suo padre. La plastica è arrivata dopo. Attorno al nucleo principale degli edifici il terreno diventava rossiccio; ogni ora, da una collina, scendevano gli indiani furiosi; ogni ora, da dietro la città, compariva lo sceriffo Burke con i suoi fedeli compagni. Il pubblico prendeva posto su una gradinata costruita come un anfiteatro. Nicola e i suoi genitori si erano messi in seconda fila perché suo padre aveva detto che da lì sarebbe sembrato di essere proprio dentro l’azione, a cavallo con i buoni. Fucili e pistole da una parte, urla e archi dall’altra. Alla fine di ogni spettacolo, lo sceriffo scendeva da cavallo, si avvicinava ai bambini e regalava a ognuno di loro la stella da vicesceriffo. Quando si avvicinò a Nicola, il bambino si avvinghiò alla gamba del padre; sua madre gli disse che non doveva aver paura, che c’erano loro lì con lui. Lo sceriffo rise e gli scompigliò i capelli, gli porse la stella di plastica e Nicola vide avvicinarsi le dita sottili, delicate e pallide. Prese la stella, la contemplò per qualche secondo: i bordi erano stati tagliati male, sul retro c’era scritto “Made in China”; se la mise in tasca. I suoi genitori scesero i gradini, Nicola restò a guardare lo spiazzo davanti alla gradinata. Gli indiani feriti a morte si stavano rialzando, si spolveravano i vestiti con forti manate. Nicola fu tentato di dire allo sceriffo di guardarsi le spalle, poi si accorse che non c’era più nessuno vicino a lui e fu assalito dalla paura di essere rimasto solo in territorio nemico. Sua madre lo chiamò, lui la vide e si tranquillizzò. Il padre gli disse di saltare, ma lui non voleva; “Salta,” diceva “ti prende io”. Il bambino valutò la distanza, guardò le braccia di suo padre e gli chiese “E se mi prendono gli indiani?”; suo padre gli sorrise con dolcezza. “Ti proteggo io”. Nicola saltò e, tra le braccia del padre, gli venne da piangere.

Aveva fatto molta fatica a ritrovare il “Vecchio West”. Erano passati parecchi anni e nessuno sembrava ricordarsi dell’esistenza di un parco a tema nel bel mezzo della campagna; anzi, qualcuno aveva replicato, alle sue richieste di informazioni, che doveva essersi sognato tutto. Aveva iniziato a girare a vuoto dal giorno prima, da quando si era ricordato della gita e nella sua testa si era formato il pensiero che forse avrebbe potuto portarci suo figlio. Aveva passato la notte a perlustrare anche le strade meno promettenti e, da pessimo guidatore qual era, nessuno gli era stato vicino quanto aveva iniziato a guidare, aveva anche rischiato di finire dentro a un fosso. Al bar di un paese disperso tra i colli, un vecchio aveva ammesso di sapere dove si trovava il parco e di averci pure lavorato. Nicola gli offrì un bicchiere di vino e il vecchio gli diede tutte le indicazioni stradali necessarie raccontandogli anche un mucchio di storie sul “Vecchio West”. Era andato tutto male in breve tempo; nessuno se n’era reso conto fino al giorno in cui avevano mandato a casa la gente e avevano chiuso il cancello con una catena. Lo sceriffo Burke era stato licenziato perché si drogava. Il vecchio, però, non seppe dire a Nicola se quel Burke fosse lo stesso che aveva visto lui. Gli attori cambiavano di frequente, erano stuntman di professione, capitava che passassero al cinema per guadagnare di più. Poi avevano beccato uno degli indiani dietro a un covone di paglia, si stava dando da fare con una ragazzina che poteva avere non più di quindici anni. La goccia che aveva fatto traboccare il vaso, però, era stata un’altra. Gli animalisti, all’epoca, avevano ancora un mondo da salvare e, quando scoprirono che i cavalli se ne stavano così buoni perché venivano drogati, scoppiò il putiferio. Fu un polverone più grande di quando i camion venivano a scaricare la terra rossa, per rimpiazzare quella che i turisti si portavano via a poco a poco, appiccicata alla pelle, nascosta tra le fibre dei vestiti e che sotto la doccia, la sera, sembrava li facesse sanguinare. Nicola prese la macchina e si rimise in viaggio. Il parcheggio stavolta era deserto, tra le crepe dell’asfalto l’erba era alta e secca. C’erano vecchie coperte, sacchi di spazzatura e la carcassa di un cane che doveva essere lì da qualche giorno. Era proprio come aveva detto il vecchio: il cancello era chiuso con una catena, ma qualcuno aveva ricavato un passaggio nella rete di cinta. Il terreno aveva perso il colore che aveva nella sua memoria. Si rivide mentre, a piccoli passi, percorreva quelle strade con i suoi genitori. Le pareti di plastica degli edifici erano scolorite, alcuni pezzi erano venuti via e lasciavano esposto lo scheletro delle costruzioni. I vetri delle finestre erano quasi tutti rotti, come se fossero stati presi a sassate. Una città fantasma abitata dai suoi ricordi: l’illusione era svanita. L’insegna del saloon pendeva sbilenca. La classica porta, che esisteva solo nei film, era stata divelta dai cardini; nel vero West i saloon non avevano porte a molla: sarebbe stato un po’ come invitare il freddo a entrare. Anche questa era una proiezione, l’ennesima immagine che si sovrappone al reale, fragile come certe promesse puntellate di bugie, a volte fatte con l’idea di fare del bene. Si diresse verso l’anfiteatro: la gradinata aveva tenuto bene. Sulle assi di legno erano stati montati dei seggiolini di plastica. Erano, con ogni probabilità, la cosa più nuova di tutto il parco, forse l’ultimo tentativo di tenere in vita quella finzione. Nicola salì sulla gradinata e si sedette nello stesso posto di quando era venuto con i suoi genitori. Suo padre gli aveva detto che lo avrebbe protetto e quella era stata una promessa che nessuno avrebbe mai potuto mantenere. Era stata una bugia e suo padre lo sapeva. Tutti attorno a lui ne erano consapevoli, tranne lui.

Uscì dal parco senza voltarsi, salì in macchina e accese la radio. Cercò di fischiettare una canzone, non ci riuscì e allora la spense. Scese dalla macchina, prese una delle coperte buttate sul terreno e coprì il cadavere del cane. Estrasse il cellulare dalla tasca, chiamò sua moglie e si fece passare suo figlio, gli chiese come era andata a scuola, gli disse che stava per tornare a casa e che aveva comprato le figurine, che si sarebbe fermato un attimo al cimitero e poi sarebbe stato tutto per lui.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 11 febbraio 2020