[Come fanno i cosmonauti a dormire senza gravità]

Tobia Wilson Iacconi Gabbriellini



Raccontami, se riesci, una storia in cui nessuno deve lavorare.
Non so più come dirlo: odio il giorno a meno che non sia giallo e caldo. La colpa non è della luce: il problema è la funzionalità. [Non hai già scritto troppo a proposito di questo?]
Tanto non legge mai nessuno.

A volte uso la dolcezza per riempire vuoti di senso. Se solo avessi studiato di più, se avessi letto di più, ora potrei permettermi di essere una persona peggiore.
Passiamo alle maniere forti: ti ho osservata dormire, come altri esseri umani prima di me. Immobile, neutrale, la pelle scorsa da vene celesti, nessun tremito, nessuna contrazione. Il corpo, nell’incontro impossibile tra viscera e natura, teso in una postura impeccabile. Niente lo scompone, non da dentro, non da fuori. Ti ho sollevato le palpebre e ho guardato giù, al centro della testa. E ho capito: tu non sogni mai. Per questo sei così felice. [Non è vero: non ti ho mai vista felice.] Il tuo sonno non è che un’attesa del giorno: sei una bambina che si addormenta in macchina perdendosi tutto il viaggio. [Mentre per me solo il viaggio ha senso.]
[Aggiungere qualcosa di acuto sul viaggio?]
Non ho niente da aggiungere.

Inarchi la schiena, mandi la tua pelle a cercarmi. Come faccio ad accarezzarti, non vedi che sono in guerra su un pianeta lontano?
Lasciami stare. Non so neanche che cosa ci sia, dentro al tuo corpo. Fiabe antiche parlano di simulacri di sale e golem d’argilla. Per quel che ne so potresti essere solo un contorno, una sembianza – animata e persuasa dalla mia forza. Chi mi dice che non esisti solo in relazione a me? E chi mi dice che non pensi lo stesso? Io, stupido maschio, non riuscirei a sopportarlo.
In quali stanze segrete nasce la voglia di toccarsi? Ci definiamo attraverso il contatto e dalla separazione nasce l’identità. [Niente di buono può derivare da questo.] Mi chiedo come facciano i cosmonauti a dormire, vedendoci immobili in tutto quel nero. Quanto deve fare male, allungare una mano e toccare niente. Nemmeno l’aria.
Il vuoto è asfissiante – e niente lo può capire quanto un corpo e il suo sistema di confini.

Michelstaedter aveva torto: si può smettere di tendere, nella grande assenza. [Michelstaedter aveva ragione. C’è qualcosa di più spaventoso di rovinare a terra: è l’eterna caduta, la mancanza di attrito.]
Ha senso chiederti cosa siamo in relazione al vuoto? Senza fare propri i connotati della lotta e della proporzione, contro forze uguali e contrarie.
Resistiamo nella stessa maniera, al letto di spine come al morbido giaciglio. Senza massa, non siamo che luce. Perché sdraiarsi se non abbiamo un peso da mettere a tacere, se non abbiamo una massa da sopportare?
Il contrario del niente non è il tutto: il contrario del niente è un numero diverso da 0 e da ∞.
[Il contrario di un vuoto non è un pieno. Il contrario di un vuoto è un numero finito di corpi.]

Quella sui palmi delle mani non può essere semplicemente pelle. Penso questo mentre la passo sulle tue cicatrici. Hai giocato agli unicorni sui prati del cielo, fino a che tuo padre ti ha preso a cinghiate la schiena bianca, esplosa in molluschi di carne, e chissà come fanno i cosmonauti a dormire, nel vuoto osceno, vedendo precipitare ogni attimo di noi.
Hai ucciso la bambina che eri per non [non essere retorico. Per favore.]

Sei sporca di me. La mattina ti radi i capelli con la lametta vecchia, la stessa con cui ti radi la fica. Qualche rigagnolo di sangue scivola via nell’acqua dolce, ma sono sottili lampi di rosso in un cielo bianco e terribile. Vedo indugiare le gocce sulle piccole piastrelle divelte della doccia, diverse tonalità scolorite di celeste e verde pastello. Chissà quanto ci metterai a dimenticare il bagno minuscolo del tuo appartamento da studentessa, questa porticina bianca e storta, gonfia d’umidità, i libri di Donna Haraway e i piatti vuoti scaldati nel microonde.
Ti lavi i denti con tratti veloci, controvoglia. È solo un gioco a togliere: [non c’è cosmesi nella tua finzione.]
La stanza puzza di piscio di gatto, ma la tua giovinezza emana un odore che ha qualcosa di divino – e io ti odio per questo. [Perché sei giovane e perché sei sacra.]
Quando non ci sei continuo a far finta di dormire: non dormo mai davvero perché non voglio che finisca. Non voglio perdermi niente. Sogno di continuo la tua fica. Con le labbra penzoloni, umide e grandi, e il clitoride piccolo e nascosto. Tu ti arrabbi perché non mi alzo mai dal letto, come se fosse colpa mia. [Non lo vedi, amore, che sto passeggiando nello spazio aperto, siderale?] Quando torni dalla doccia ho una bestia antica al posto del cazzo. Faccio il maschio del bisonte e lo tiro fuori come se fossi l’unico in tutto l’universo ad averne uno.
La tua stanza è tenera e squallida. Nel buio acerbo i tuoi occhi appannati sono vetro nero, e come fanno i cosmonauti a dormire senza avere un corpo?

Ma forse i cosmonauti non hanno nessuna voglia di dormire.
Mi guardi come se non appartenessi a queste terre, come se mi trovassi qui solo di passaggio: per te sono solo un turista della tristezza.
C’è un boato eclettico di là, i tuoi coinquilini artisti entrano con la spesa e il cosmo si mette a puzzare di anelli di cipolla fritti. Alzo il piumone e guardo per l’ultima volta quel corpo che non può esistere. Le vene celesti hanno preso il sopravvento e adesso sei dello stesso colore del mosaico ammuffito della tua doccia. Vedo i miei occhi cattivi nel tuo vetro nero.
Continuiamo a esistere solo nella terminazione nervosa, nei vasti e capillari confini: febbraio non passerà mai.
[Oggi ti chiamerò Blu. Stanotte tornerò a chiamarti amore.]


Fotografia di Sabrina Oliviero








pubblicato da t.w.iacconi gabbriellini nella rubrica racconti il 10 febbraio 2020