Se Google Alerts ti avverte che sei morto

Umberto Sebastiano



Stamattina, con un messaggio recapitato nella casella della mia posta elettronica, Google Alerts mi ha informato che sono morto. La notizia l’ha pubblicata il Giornale di Mantova nella sua edizione online: «Incidente mortale a Goito, la vittima era Umberto Sebastiano. Viveva a Curtatone, lascia l’anziana madre, la sorella e la compagna». Sapevo che prima o poi sarebbe successo, me l’aspettavo, almeno da una ventina d’anni, forse di più, da quando la mia fidanzata di allora, mezza attrice e mezza strega, si mise in testa di studiare il mio tema natale e mi predisse una morte violenta, uno schianto. C’entravano Urano o Plutone nell’ottava casa, qualcosa del genere.

Prima che venissero consultate le stelle, di incidenti ne avevo già fatti. Una volta, ventenne, alla guida della 127 blu di mia madre: gli Smiths a tutto volume nello stereo, accanto una ragazza, dietro tre amici seduti stretti. Imboccai uno sterrato che si alzava come una passerella in mezzo ai campi di mais, accelerai e mi misi a fare zig zag a ritmo di musica. Durò poco, persi il controllo dell’auto, me ne accorsi prima degli altri, giravo il volante a destra e la macchina scappava a sinistra, poi fece un balzo e si torse leggermente sparando i fari verso il cielo. Prima dell’impatto il volo fu dolce, ovattato, ma troppo breve per riflettere a fondo sul senso della vita. La macchina atterrò su un fianco sventrando le piante di mais ormai mature, il mio viso incrinò il parabrezza, il motore restò acceso. Uno dei miei amici si mise a urlare che dovevamo scappare perché la macchina sarebbe esplosa: questo succede quando la finzione del cinema si sovrappone alla realtà e alimenta l’istinto di sopravvivenza. Alla fine il mio amico uscì dal finestrino, calpestando gli altri, lottando per mettersi in salvo. E la macchina naturalmente non esplose, si limitò a lamentarsi insieme a noi, distesa su un fianco nel buio della terra. Poi, da lì a poco, arrivò mio padre, non so come fece, non c’erano i cellulari, eravamo in mezzo ai campi, di notte, ma lui arrivò e ancora mi chiedo come fu possibile.

Molti anni prima, mi era già successo di ritrovarmi al buio, in un prato, incolume, ma spaventato e muto, con un’automobile che mi sbuffava accanto, ferita e capovolta, come una tartaruga fra le mani di bambini crudeli. Mia madre aveva il volto insanguinato da frammenti di parabrezza, sembrava si fosse sfregiata con una corona di spine, mio padre mi chiamava e io non rispondevo. Era notte e stavamo andando al mare, a Bellaria.

E poi ancora, avevo circa trent’anni, sull’autostrada, nei pressi di Bergamo, in direzione di Milano. Pioveva, correvo sulla corsia di sorpasso, la macchina che stavo superando ha chiuso la curva, l’anteriore sinistra della mia Clio è andata a sbattere contro la barriera di cemento Jersey e la macchina è rimbalzata come una palla da biliardo tagliando in diagonale la carreggiata ed esaurendo la sua spinta sulla corsia d’emergenza. Neanche il tempo di capire quello che era successo e un TIR mi è passato accanto ruggendo, trascinandosi dietro il suono delle trombe che si scioglieva nella pioggia.

Leggo l’articolo del Giornale di Mantova: «Secondo una ricostruzione dell’incidente, Umberto Sebastiano si trovava a bordo della propria automobile quando ha perso il controllo della vettura, invadendo la corsia opposta e schiantandosi frontalmente contro un camion: il violentissimo impatto contro il mezzo pesante non gli ha lasciato alcuno scampo, facendolo morire sul colpo tra le lamiere dell’auto completamente accartocciata».

Non siamo in molti a chiamarci Umberto e ad avere quel cognome, Sebastiano, che segue il primo nome atteggiandosi a secondo. Due li conosco, sono miei cugini. Chiamo mia madre: non ne sa niente. Poi mi richiama: «Sì, avevi ragione, è Berto, è lui». L’altro cugino in famiglia lo chiamiamo Umbertino, anche se ha più di sessant’anni.

Mi ricordo che Berto, da ragazzo, non dormiva a casa dei suoi genitori, ma dalla nonna, per non lasciarla sola e per poterla aiutare in caso di bisogno. Una volta che mi trovavo a Foggia in visita ai parenti, ho sentito qualcuno dire che Berto faceva bene a dormire dalla nonna, perché così lei lo avrebbe ricompensato e forse gli avrebbe lasciato in eredità la casa. Invece la casa andò a mio padre, perché era il figlio maschio più piccolo. E poi sarebbe passata a me, se non avessimo deciso di venderla facendo un pessimo affare. Un’altra cosa che mi viene in mente di Berto è che in quella casa mi ha insegnato a ricalcare i disegni dei personaggi Disney. Strappavamo una pagina di Topolino, l’appoggiavamo al vetro della finestra, ci mettevamo un foglio bianco sopra e seguivamo i contorni messi in risalto dalla luce del sole. Poi guardavamo i risultati con orgoglio, perché li avevamo disegnati noi, anche se avevamo usato un trucco. Un altro ricordo risale agli inizi degli anni Ottanta, io avrò avuto diciassette anni e lui venticinque. Si era trasferito da poco a Pordenone, dove vivevo con la mia famiglia. Ero a casa quando è arrivata una telefonata: «È per te», disse mia madre passandomi la cornetta. Una voce adulta, maschile, mi chiese se preferivo la bionda o la bruna. Io tentennai, l’altro capì di aver sbagliato persona e mise giù. Mi sono spesso domandato che cosa avesse scelto Berto, se la bionda o la bruna. Credo che preferisse le brune. Io avrei scelto la bionda. È l’ultimo ricordo che ho di lui. Con quella telefonata, le nostre vite si sono intrecciate e poi separate. Fino a ieri, quando si è messo alla guida della sua Alfa 147, sulla Strada Statale 236, e nei pressi di Goito gli è arrivata una chiamata che era destinata a me.

E mi chiedo se sono io quello ancora vivo oppure sono sospeso in un limbo, immerso in una vasca a sognare quello che mi è capitato, i parenti, le persone che ho incontrato, andando avanti e indietro nel tempo, creando reti di relazioni, nessi causali. La mia mente non è altro che un grosso telaio con il quale intreccio la trama e l’ordito. Perché questa è la vita quando la osservo da lontano, distante dall’urgenza biologica, slegata dagli organi riproduttivi: trama che la morte non riuscirà mai a strappare.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 9 febbraio 2020