In compagnia di Rigoni

Jonny Costantino



Il racconto di un incontro e una scelta di frammenti di Mario Andrea Rigoni.

Mario Andrea Rigoni ed Emil M. Cioran a Parigi nel 1991.

Montebelluna-Padova, 24 gennaio 2020, regionale 11143, ore 18:23

Rientro da Montebelluna dopo aver trascorso una giornata con Mario Andrea Rigoni. Sono arrivato in tarda mattinata da Bologna e Mario è venuto a prendermi in stazione. Abbiamo pranzato da lui, affidati alle cure culinarie di Luisa, anche lei donna di lettere e compagna di una vita. Lo ammetto, ero emozionato per questo incontro. La mia emozione però non ha fatto da diaframma, non ha prodotto imbarazzo, credo al contrario, a posteriori, che abbia lubrificato il contatto. Questo scrittore dalla visione implacabile e dalla concisione tagliente, come sospettavo, è un uomo amabile e accogliente. Era il nostro primo incontro eppure, da subito, abbiamo iniziato a parlare con la confidenza e la familiarità di due che si conoscono da una vita. Dopo pranzo abbiamo fatto una lunga passeggiata verso il casale di famiglia in collina, sotto il quale si estende a perdita d’occhio un vigneto al cui orizzonte, quand’è sereno, mi dice Mario, si può vedere addirittura il campanile di San Marco. Siamo stati benedetti da una giornata mite e soleggiata. Il punto x della camminata era la biblioteca di Rigoni, un pezzo della sua vasta biblioteca, perché una parte consistente di libri Mario ce l’ha a Padova, dov’è stato professore ordinario di letteratura italiana. Una biblioteca con le doppie file e vitalmente disordinata, continuamente manomessa, vissuta della vita impetuosa della mente. Al centro di quel quadrilatero di carta abbiamo continuato a parlare. Siamo tornati giù ossigenati, io in particolare, che ne ho approfittato per asciugare un po’ dell’umido bolognese accumulato nelle ossa. Dopo un ultimo caffè, Mario mi ha accompagnato in stazione, facendo con nonchalance nell’ultimo tratto, per aggirare un traffico che mi avrebbe fatto perdere il treno, un paio di ardite manovre.

Sono d’accordo con Ernesto Sábato: la vita si scrive in brutta copia. Per quanto ci si sforzi, le pagine della nostra vita sono piene di false partenze e cancellature, e mi viene in mente che in brutta copia consegnai persino il mio tema su Pasolini all’esame di maturità, ero così preso che persi la cognizione del tempo e non riuscii a completare la trascrizione. La vita si scrive in brutta copia, afferma Sábato in Sopra eroi e tombe e n’è così convinto che ribadisce il concetto quasi 40 anni dopo, in Prima della fine. La vita si scrive in brutta copia ma ci sono giornate, giornate come questa, che vengono fuori, come per magia, direttamente in bella.

È vero e non è vero che quello di oggi è stato il mio primo incontro con Rigoni. Non è vero nel senso che ci eravamo già stretti la mano. È vero nel senso che solo oggi sapevo di chi era la mano che stringevo. La prima inconsapevole volta è stata sempre a Montebelluna, il 6 novembre scorso, in occasione di una doppia proiezione al cinema Italia Eden del film La lucina alla presenza dei registi, Fabio Badolato e il sottoscritto, nonché dell’attore protagonista, Antonio Moresco. Abituati come siamo a veder proiettato il nostro film anche per un numero modesto di spettatori, siamo rimasti sbalorditi dall’afflusso nei due spettacoli, un afflusso che sarebbe stato sorprendente anche in un capoluogo di regione: circa 300 persone. È evidente che in loco c’è una realtà, il Cineforum Gagliardi, che sta facendo un eccellente lavoro culturale con la comunità. Ebbene, nell’imminenza del primo spettacolo, quello delle 19:00, l’organizzatore mi ha presentato rapidamente, nella calca dell’ingresso in sala, il Professor Erre-qualcosa che, dopo il piacere di rito, si è intrattenuto qualche minuto con Moresco. I due avevano di che dirsi a quanto pare: a distanza li ho visti parlottare e accendersi, prima di essere interrotti da Gianlorenzo Mocellin, l’organizzatore della serata, in procinto di cominciare con la presentazione del film. Non ero, con un eufemismo, al massimo della forma quella sera. Fabio e io eravamo reduci da tre notti quasi bianche di contro-festival free jazz a Berlino insieme a Peter Brötzmann, il Jesse James della New Thing europea sul quale abbiamo in canna un documentario dall’eloquente titolo PeterFuckingBrötzmann. Per di più, il viaggio in macchina da Berlino a Montebelluna non era stato quel che si dice una passeggiata di salute. Tanto per cominciare, la polizia stradale ci aveva rimosso la macchina per divieto di sosta la mattina della partenza. Dopo la mezzora di panico dovuto al timore del furto e un recupero della vettura non proprio banale né economicamente indolore, ci siamo messi in viaggio con sei ore di ritardo sulla tabella di marcia, destinazione Salisburgo, dove avevamo previsto di rifocillarci e farci una bella dormita, per arrivare a Montebelluna freschi come due rose. Per una serie di sfortunati eventi che meriterebbero un racconto a parte, quella notte l’abbiamo trascorsa sì a Salisburgo ma non nell’ameno B&B prenotato, bensì nel parcheggio di un autogrill, sotto la neve e dentro la macchina col motore acceso per non svegliarci come due ghiaccioli.

L’indomani a Montebelluna no, non eravamo esattamente dei boccioli, Fabio e io. Durante la prima proiezione siamo andati a bere col nostro attore, innaffiando una stanchezza che pareva atavica con del vino rosso che, almeno a me, mi ha ulteriormente appannato. Tornati al cinema, sul far della seconda proiezione, quella delle 21:00, abbiamo rincrociato il Professore che usciva dalla sala. Il film non gli era dispiaciuto, com’è emerso da un rapido scambio di battute, cui è seguito un precipitoso congedo, incalzati ancora una volta dall’ottimo e scrupoloso organizzatore. Il timing della serata è stato serrato, gli spettacoli si sono avvicendati in pratica senza soluzione di continuità. Il Professore non poteva trattenersi oltre e a noi spettava reintrodurre il film, scappare a cena durante la seconda proiezione e tornare in tempo per il dibattito finale. Più delle poche parole scambiate, di quel momento ho trattenuto la luce degli occhi del Professore e la nobiltà che emanava dalla sua intera figura, una nobiltà persistente nei giorni successivi. Era chiaro che quell’uomo era qualcuno.

Simone Boué, Rigoni e Cioran a Parigi nel 1985.

Circa un mese dopo a Bologna, chiacchierando del più e del meno con Antonio Moresco, quasi per caso ho appreso, trasecolando, che il Professore era Mario Andrea Rigoni. «Ma io sono un fan sfegatato di Rigoni», sono esploso con un’uscita del genere e con sorpresa di Antonio che − sapendomi pressoché indifferente a un buon 90% degli scrittori italiani viventi − non prevedeva una reazione tanto caliente. Da non crederci: Mario Andrea Rigoni ha assistito alla proiezione del nostro film e io non me ne sono nemmeno accorto! C’è gente che ha fatto harakiri per molto meno! Ma cosa diavolo ci faceva lì, quella sera, al cinema con noi? No, non era stata l’irresistibile fama della Lucina a imporgli di abbandonare le sue occupazioni. Mario aveva ricevuto un impulso. La regia occulta di quella fuggevole convergenza di anime era firmata da Maria Franguli. Traduttrice greca sia di Moresco che di Rigoni, Maria aveva segnalato a Mario, che vive a Montebelluna, la proiezione dell’adattamento cinematografico del romanzo da lei di recente tradotto col titolo Το φωτάκι.

Oltre Maria, Antonio e Mario hanno un altro amico in comune: Giacomo Leopardi. Per rendere l’idea: nel 2019 Antonio ha tenuto a Recanati il discorso inaugurale delle Celebrazioni Leopardiane e contestualmente ha ricevuto il Premio Leopardi, in qualità di «più leopardiano» tra gli scrittori italiani; Mario è noto per essere uno dei massimi studiosi di Leopardi, ha curato il meridiano delle Poesie e vanta tra le sue pubblicazioni l’autorevole raccolta Saggi sul pensiero leopardiano, la cui prima edizione con l’editore padovano Cleup risale al 1982. Ma non è stato questo a farmi trasalire nell’apprendere l’identità del Professore. Il mio Rigoni era altro: il mio Rigoni era lo scrittore di due libri più unici che rari nel nostro panorama letterario, Variazioni sull’impossibile e Vanità, nonché l’amico e il traduttore, il corrispondente e lo sdoganatore italiano di uno dei miei vertiginosi amori del secondo Novecento, Emil M. Cioran. I primi di dicembre Rigoni era questo per me e − dopo − sarebbe diventato ancora altro.

Un inciso. Pur essendo notoriamente avverso a introdurre libri propri e altrui, Cioran ha scritto la prefazione che accompagna i suddetti Saggi sul pensiero leopardiano, fin dall’edizione Liguori del 1985, e che li accompagnerà anche quando cambieranno titolo e diverranno Il pensiero di Leopardi, con Bompiani (1997) e Aragno (2010), e adesso in ulteriore ristampa presso La scuola di Pitagora. Anche l’ultrafilosofo rumeno era leopardiano fino al midollo. Leopardiano un pelo meno di quanto, almeno io, da cronico baudelairiano, lo riconosco nella scrittura baudelairiano. Ma su questo punto, sono disposto a essere smentito e bacchettato dal prof. Rigoni.

Il treno è già dentro la stazione di Padova e ho pochi minuti per cambiare regionale, alle 19:09 parte quello per Bologna. Devo schizzare.

Mario Andrea Rigoni ed Emil M. Cioran a Parigi nel 1991.

Padova-Bologna, venerdì 24 gennaio 2020, regionale 2247, ore 19:19

Continuo a prendere rapidi appunti sul mio taccuino che, tuffato nella borsa di tela durante il cambio di treno, per cinque minuti abbondanti sono stato convinto di aver perduto. S’era andato a nascondere tra i due cespi di radicchio trevigiano che a tavola avevo più che onorato e di cui Luisa, non sfuggendole il mio apprezzamento ai limiti dell’eleganza, mi ha fatto dono.

Torno alla rivelazione bolognese. Appresa l’identità del Professore, come dicevo, m’è venuta la febbre. Ho chiesto subito ad Antonio di procurarmi un suo contatto. Dovevo scrivere a Rigoni il prima possibile, questione di vita o di morte, per comunicargli che, se avessi saputo chi era, non l’avrei lasciato andar via così, senza nemmeno provare a balbettargli cosa i suoi libri hanno significato per me. In tempo record, Antonio m’ha fatto avere l’email chiedendola a Maria Franguli, con la quale in seguito sarei entrato in contatto epistolare. Che mosca bianca, Maria! Come non amarla all’istante, fosse solo per il fatto di coniugare amorosamente nella propria visione due mostri (ad alto coefficiente di sacertà e all’apparenza antitetici) come Moresco e Rigoni, per chi capisce di cosa sto parlando, coniugarli nel segno della discesa nelle viscere del rispettivo caosmo e della restituzione del loro intimo battito scritturale. Così ho scritto a Rigoni e Rigoni mi ha risposto. È iniziato un fitto ed eccitante scambio di epistole elettroniche, di quelle che cambiano l’umore della giornata. Cose da dirci, come avevo sospettato leggendolo, ne avevamo eccome e, siccome la sintonia si tagliava col coltello, ho spinto affinché c’incontrassimo di persona. Ed eccomi qui, al termine di questo perfect day, come direbbe il compianto Lou.

Sì, posso serenamente dire che l’incontro con Mario Andrea Rigoni è un incontro di quelli che, nell’economia di un’esistenza vissuta dentro il fuoco della passione, stabilisce un prima e un dopo. Rigoni è quello che io considero un esemplare Atlante della scrittura: una scrittura che è insieme lucidità e musica. Quest’uomo che la vita non ha risparmiato porta con grazia sulle spalle il peso della sua ossessione per la conoscenza abissale e della lotta per trattenerne l’oscuro bagliore. Rigoni è uno scultore di frasi che sono schegge della deflagrazione dell’uomo, dello scrittore, nel proprio abisso. Rigoni è il depositario selettivo di uno sterminato sapere elettivo che, lungi dall’aver ingolfato lo scrittore, funge da carburante di una scrittura fuoriserie. Rigoni è saggezza nutrita di sapienza. Mario Andrea Rigoni è un fanciullo. Tutto è fluido in lui. I suoi pensieri sono di un’elasticità cartilaginea, non c’è niente di ossificato nel suo meditare, sia scritto sia orale. Il suo candore, che in un paio di frangenti mi ha disarmato, è il contrario della bonomia pacioccona di tanti bravi lavoranti della letteratura, è il candore che viene dall’autentico stupore, quello di chi gioca una partita quotidiana a strip poker col proprio demone, un demone che sovente è un demonio. È il candore − lo so − che avrei trovato negli occhi di Cioran. Solo chi abita in pianta stabile la notte ha occhio per luminescenze aurorali impercettibili ai più. Snuda e ravviva, l’occhio di Rigoni.

L’arte di Rigoni è un contravveleno contro la diabolica mediocrità del grosso degli scribacchini di grido e di altri impotenti poetici, contro la vigliacca brutalità dei possidenti di serre culturali, in generale contro la demenzialità di questi tempi corrotti, spiritualmente corrotti. Le frasi di Rigoni rimettono le cose al loro posto e fanno il silenzio intorno, spazzando via la fanghiglia intellettuale con cui i reggenti del culturame coprono le loro vergogne. Di Rigoni ti fidi e basta: basta una pagina a caso di qualsiasi suo libro, per capire che questo scrittore non vuole impressionarti con giochi di destrezza, che è uno che non bluffa. Questione di peso specifico della frase.

Come i pugili, ci sono gli scrittori ballerini e gli scrittori di potenza. Rigoni è uno scrittore di potenza: un suo diretto vale cento se non mille combinazioni di un ballerino. Uno scrittore di potenza con la precisione di un cecchino. Non mi dilungo: siano sufficienti questi pensieri di getto perché tu ti faccia una vaga idea del perché Rigoni occupa il posto che occupa nel mio pantheon.

Mario Andrea Rigoni in Giappone

Di quante cose abbiamo parlato, Mario e io, non appena ci siamo messi comodi e il primo sorso dell’eccellente prosecco di casa Rigoni c’ha dato il la. Abbiamo parlato del senso profondo del perseverare nel fare quello che facciamo, del perseverare restando umani e cercando di non farci turbare più di tanto dal rimbambimento generale. Abbiamo parlato di poesia e poeti, di cinema e pittura. Abbiamo parlato dell’imprescindibile Céline, di Benn e Fondane, di Malaparte e Primo Levi, di Bernhard e Ceronetti. Abbiamo parlato della malattia. Abbiamo parlato di Goffredo Parise (e dell’Odore del sangue che entrambi adoriamo) e di Giosetta Fioroni a partire da un suo dipinto che, appena entrato in casa, ho notato su una parete del soggiorno (uno splendido volto di donna nato come immagine di copertina di La ferita di Kaleb, la favola che Rigoni ha dedicato alla sua Luisa nel 2017). Abbiamo parlato del Giappone dove Mario è stato un paio di anni fa e dove io, insieme ai sodali Badolato e Moresco, porterò a breve La lucina. Abbiamo parlato di Joyce Carol Oates (di cui Mario apprezza i racconti e io gli scritti sulla boxe) e di Susan Sontag (che brevi manu gli donò Sulla fotografia). Abbiamo parlato dei miei grandi amici Ivano Ferrari e Domenico Brancale, tra l’altro traduttore clandestino di Cioran, e dei suoi grandi amici Michel Orcel ed Enzo Turolla. Abbiamo parlato di parabole editoriali e di cretini integrali. Ci siamo dilungati su Antonio Moresco e Maria Franguli. A più riprese, era inevitabile, siamo tornati su Cioran, «il funambolo dell’intollerabile», con una brillante definizione rigoniana molto apprezzata dal destinatario. Parlando gli argomenti fluivano l’uno nell’altro, in modo fisiologico, senza soluzione di continuità. Malamente ho cercato di esprimere a Mario quanto mi avesse toccato Mon cher ami, la raccolta delle lettere che Emil gli ha spedito dal ’77 al ’90. Per tutta risposta, Mario mi ha mostrato gli originali che conserva in una scatola di scarpe, pensa un po’, in una vecchia scatola sormontata da altri plichi in un cassetto basso della libreria. Tra gli originali è spuntata fuori pure una letterina a Cioran il cui mittente è, nientemeno, Samuel Beckett.

Sono un uomo fortunato, lo riconosco. Sono un uomo fortunato che crede in qualcosa di cui la vita non smette di dargli conferme: la scrittura (ma potrei dire l’arte) a un certo livello (ma soltanto a un certo livello di oltranzismo) non viene tradita dall’uomo. Una verità, questa, di cui mi dà un’eccellente chiave di lettura proprio una variazione di Rigoni: «Il rispetto dell’espressione non è solo un fatto estetico, ma anche morale. Chi è capace di compromettere la lingua, è capace di qualsiasi cosa». È così e più vado avanti − se si può dire avanti per un movimento che tende al dentro e all’oltre − più riconosco che è proprio così: chi compromette la propria lingua (la propria arte) è capace di qualsiasi compromesso nella vita (oltre che nell’arte). Temilo, dunque, costui: se ne avrà l’occasione, ti pugnalerà alle spalle.

Sono un uomo fortunato che, se ha un minimo merito per le fortune che gli capitano, è quello di presentarsi agli appuntamenti, esponendosi a passi falsi, persino a disastrose reazioni a catena. Nel caso dell’incontro con Mario Andrea Rigoni è stato diverso. Ero in cuor mio preparato. Il miracolo, inconsciamente, è stato a lungo propiziato.

Mario Andrea Rigoni è dominato dal genio dell’amicizia e un’altra cosa che credo di poter serenamente dire è che − oggi − Mario e io siamo diventati amici. Abbiamo tacitamente siglato un patto di amicizia che cercherà forme declinazioni condivisioni sprint necessari a chi non ha voglia di stare ai porci comodi di un tempo capriccioso e taccagno, di chi come noi brucia di vita perché ha la morte alle calcagna.

La ragazza di fronte a me ha terminato la sua vestizione, in men che non si dica siamo arrivati al capolinea. Mi preparo per la discesa.

Lettera di Cioran a Rigoni del 28 aprile del 1988 (pubblicata in E. M. Cioran, "Non cher ami. Lettere a Mario Andrea Rigoni" (2007). L'«Elogio» cui Cioran si riferisce è il libro di Rigoni "Elogio della sigaretta", edito in Italia nel 2010.

Venerdì 31 gennaio, Bologna, ore 2:41

Ho riletto quel che ho scritto in treno. Dovevano essere poche righe introduttive ma mi è sfuggita la mano. La ragione per cui siamo qui è che tu senta il gusto della parola di Rigoni. Dovresti sapere che non sono uno che ti fa venire l’acquolina per poi lasciarti a bocca asciutta. Sto per darti di che azzannare e assaporare. La giornata odierna l’ho dedicata alla trascrizione di una mia scelta di stille e brecce rigoniane. Ti offro quindi una degustazione del mio Rigoni, mettendoti prima una pulce nell’orecchio: accanto al Rigoni poeta della prosa pensante c’è anche un sorprendente Rigoni pensatore in rima, autore di quelli che lui chiama con encomiabile modestia «versicoli» e dei quali c’è un fulgido assaggio nella sezione “Vintage” del suo neonato Fondi di cassetto.

Ti servo le mie prelibatezze, dunque, estratte dall’ideale trilogia composta da Variazioni sull’impossibile, Vanità e Fondi di cassetto, una trilogia sulla quale aggiungerò qualcosa nella nota bibliografica in coda. Questi tre smilzi libri − che insieme fanno circa 300 pagine combattive come gli spartani di Leonida − valgono, se ben compresi e assimilati, biblioteche. Mi sono imposto una regola chirurgica nella scelta: 10, 10 e 10, con due bis nella terza decina. A farmi da guida nella difficile selezione è stata la prepotenza della risonanza interiore. I frammenti prescelti li trovo così veri che potrei sottoscriverli col mio inchiostro venereo.

E poi c’è un bonus che spero delizierà i più ghiotti: 10 frammenti su Emil M. Cioran. Nell’arco di 40 anni, Mario ha dedicato al suo «caro amico» pagine e pagine di scrittura ispirata. Alcune sono apparse sul “Corriere della Sera”, testata con cui Rigoni vanta una trentennale collaborazione, altre su libri e riviste nazionali e internazionali, altre ancora erano inedite prima di essere pubblicate nelle raccolte da cui ho attinto. Come già mi era capitato di fare con un consanguineo di Rigoni, ovvero Sébastien-Roch Nicolas al secolo Chamfort, sono miei i titoli niccianamente apposti sopra i singoli frammenti. T’invito a leggere questi titoletti come la personale chiave contrappuntistica dell’estrattore, altrimenti a ignorarli, non vorrei che agissero da costrittori, polarizzando il senso del frammento in una direzione invece che in un’altra. Buona immersione.

VARIAZIONI SULL’IMPOSSIBILE (1993)

I. Narratori sotto mentite spoglie

Se leggiamo ancora le opere della filosofia antica e moderna, non è per il contenuto di verità, ma per l’emozione estetica che le loro teorie dischiudono ai nostri occhi interrogativi sull’esistenza: tutta la storia filosofica è storia fantastica, tutti i sistemi sono romanzi.

II. Nel senso anche dell’anima

Il nostro rapporto con le forme estetiche dovrebbe essere biologico: tanto più con la musica. L’esperienza ideale del suono è un ascolto animale.

III. Sconfinamento

Ciò che inebria in ogni avventura amorosa non è tanto la lusinga offerta alla propria vanità quanto la sfida recata ai limiti dell’individuazione, il fatto d’irrompere in un’altra carne, attraversare un’altra vita.

IV. Macello

Conta più la vista di un mattatoio che l’esperienza filosofica di 25 secoli.

V. Regresso

Genealogia della decadenza: dal saggio al filosofo, dal filosofo all’intellettuale, dall’intellettuale all’«operatore culturale».

VI. A buon intenditor

Non merita di essere conosciuto se non ciò che non può essere insegnato.

VII. Microscopia

Dove c’è anima, c’è sporcizia.

VIII. Sublime

Oltre un certo grado la bellezza, come l’eleganza, non è più una semplice sfida all’imperfezione e alla miseria del mondo, è una provocazione, anzi un oltraggio: ciò spiega l’odio che non poca gente nutre verso di essa.

IX. Nel segno di Nietzsche

Sono tutte illusioni, siamo d’accordo, ma le illusioni non sono tutte uguali: da quella che scegli si capisce chi sei.

X. Imperativo

Non scrivere né per te né per gli altri, né per l’oggi né per il domani, né per il guadagno né per la gloria: insegui il tuo piccolo assoluto.

VANITÀ (2010)

I. In un paese di galline spelacchiate

Il pavone è stato spesso assunto come simbolo della natura, della superba e screziata bellezza del suo manto visibile: «una mappa dell’universo», diceva ancora Flannery O’Connor.
Ma, non appena questo uccello dal piumaggio meraviglioso apre il becco, il suono che ne esce è un gracchiare sinistro…

II. Neutralità della vita o Greci 1

Generalmente gli antichi greci consideravano volgare un eccessivo attaccamento alla vita, che non era di per sé un dono divino: per loro contavano di più la bellezza, la felicità, la gloria, in assenza delle quali potevano preferire il suicidio.
Che lezione per noi e che testimonianza di quella superiorità per la quale sono stati ritenuti il popolo spiritualmente più ricco e profondo della storia!

III. Prima legge del fuoco

Negli individui come nei popoli e nelle civiltà tanto più intensa arde la vita e tanto maggiore è la distruzione.

IV. Naufragando

La festa prima della fine, l’orchestra che suona, e non smette di suonare, mentre il Titanic affonda, è più che l’immagine di un’epoca: è una metafora della storia, della vita stessa, di ciascuno e di tutti.

V. Leopardi o Antivanità 1

«Se solo fossi stato poeta…», scrive Leopardi, poco prima di morire, in una lettera indirizzata a un giovane ammiratore francese.
Commovente esempio di modestia, di anti-vanità che − se non conoscessimo il carattere dell’uomo − potrebbe anche suonare come un’estrema civetteria.

VI. Spia

La prova di quanto la vanità sia radicata in noi, di quanto ne siamo impastati fino all’ultima fibra, è che, anche quando resistiamo agli altri effetti dell’adulazione, non resistiamo al piacere.

VII. Strip Maya

Come la verità è nuda, così la vanità è sempre vestita, anzi larvata: giacché, se fosse nuda, che cosa avrebbe da mostrare?

VIII. Belli da morire o Greci 2

I trecento di Leonida che andavano alle Termopili vestiti di tuniche rosse perché non si potesse vedere il colore del sangue: quale esempio di epico e tragico chic!

IX. Società a responsabilità limitata

Sempre più, nell’attuale degradazione, la vanità si allea con la farsa. Tutto è diventato giornalismo, turismo, intrattenimento, spettacolo, anzi festival: la letteratura, la filosofia, persino la teologia… Non occorre Céline per sapere che «lo spirito non ama le riunioni», ma occorrebbe un po’ del veleno delle sue Bagatelles per ritrarre adeguatamente i festival culturali, i loro guitti, le loro «filosofe» e le loro «pensatrici»…

X. Ottone e oro

Si parla tradizionalmente della vanità dei letterati. Dei letterati, per l’appunto, ossia di coloro che praticano la letteratura dall’esterno, come un esercizio o una professione; non dei veri scrittori, per i quali essa rivela l’anima selvaggia della vita e il misterioso incarnarsi di un destino.

FONDI DI CASSETTO (2019)

I e I bis. Con Dostoevskij

La bellezza non giustifica né salva il mondo, ma è la sola obiezione alla sua nullità e il solo valore religioso della sua esistenza.

Infondata, indiscutibile e soggiogante come una formula matematica, la bellezza è il lampo dell’assoluto nella miseria del tempo.

II. La risonanza delle anime

Contro ogni storicismo, che lascio volentieri ai professionisti del pensiero, io leggo ogni libro o documento, anche di duemila anni fa, come se fosse stato scritto per me, in questo momento, per la mia vita. Solo la risonanza delle anime conta; il resto è, in tutti i sensi, tempo perduto.

III e III bis. Degeneri tra padelle e braci

È davvero raro nella vita sociale trovare persone tollerabili: gli uni sono noiosi, gli altri energumeni.

Un motivo di rimpiangere ai giorni nostri la scomparsa della tradizionale “società letteraria”, in fondo l’unico, è che lo scrittore o il pensatore vive nell’isolamento delle sue idee e delle sue scoperte, sulle quali non attira non solo l’approvazione o il dissenso e comunque una discussione, ma nemmeno l’attenzione. Per tentare di averla, dovrebbe confluire in uno dei due schieramenti in cui generalmente si divide il mondo: gli intriganti e gli imbecilli, che spesso si fondano in un’unica armata. Si aggiunga che anche la relazione con i migliori è ostacolata da gelosie, invidie e simili bassezze, niente affatto incompatibili con l’intelligenza. L’amore delle cose in sé, l’oggettività in cui Simmel vedeva «il tratto distintivo dell’uomo», è in realtà prerogativa di pochi, pochissimi degeneri. Ogni tanto, è vero, arriva improvvisamente da un angolo insospettato della terra una voce pura e disinteressata, che ripaga di tutte le solitudini. In realtà non si scrive che per tre o quattro persone al mondo.

IV. Ego quoque

Comprendo e ammiro tutti coloro per i quali l’erudizione è una maschera della disperazione.

V. Per chi fa di tutti i non ottimisti un fascio

Non bisogna confondere la cattiveria intellettuale con la cattiveria morale: i doveri del pensiero non sono i doveri della vita.

VI. Dell’amicizia vera

Nelle vere amicizie, uno dei miracoli della vita, brilla un barlume di eternità, si è appena diventati amici e sembra di esserlo stati da sempre.

VII. Molto raro

Uno scrittore o un artista può avere tanti deplorevoli difetti o vizi privati, può persino essere un criminale, senza che necessariamente la sua creazione ne soffra: anzi, in qualche caso, essa potrebbe addirittura giovarsene, ma è raro che la mediocrità umana di un autore non si propaghi al tenore della sua opera.

VIII. Né in luce né in ombra o Antivanità 2

Se fai qualcosa di buono non metterti tra i grandi e tra i classici, anche perché la tua ambizione testimonierebbe contro di te, insinuando che quel buono non era probabilmente tanto buono: il genio non si conosce, come l’occhio non si vede. Resta per conto tuo, nel tuo angolo, né in luce né in ombra: qualcuno prima o poi ti scoverà e tu avrai la soddisfazione di sapere che la tua moneta non era falsa.

IX. Dovendo

Tra la grammatica e l’eufonia scegliere sempre l’eufonia.

X. L’amore come la musica

L’amore, come la musica, trascende il mondo obiettivo. Tocca una zona dell’essere che sfugge al concetto e al significato: hic sunt leones

CIORANIANA

I. Il tono

D - Che cosa le ha dato Cioran sul piano strettamente letterario?
R - Mi ha fatto percepire una cosa più preziosa di qualunque idea − almeno per uno scrittore o per un letterato: l’importanza del tono. Una volta mi ha detto: «Si vous avez le ton, vous avez tout». [Le vie parallele di Cioran e Leopardi, intervista a Mario Andrea Rigoni a cura di Antonio Castronuovo (2004), su In compagnia di Cioran, Il notes magico 2004]

II. La vera notte dell’anima

Autore di saggi memorabili come quelli su Maistre o Valéry, Cioran non solo condivideva il topos romantico della superfluità della critica («è preferibile fare il droghiere che scrivere sugli altri»), ma diffidava profondamente della stessa letteratura, perché sospettava o temeva che la fatalità di un’esperienza si degradasse a posa, a effetto o a esercizio, insomma soccombesse alla menzogna dell’arte. Pochi erano gli scrittori i cui libri egli giudicasse veri. Alla fine del ritratto dedicato a Fitzgerald negli Exercices d’admiration dichiara che è proprio di uno spirito di second’ordine non saper scegliere tra la letteratura e la vera notte dell’anima. [La letteratura e la notte dell’anima (2001), su In compagnia di Cioran, Il notes magico 2004]

III. Il culto della parola comune

Cioran non ha mai smesso di denunciare la truffa conoscitiva che si nasconde nei giochi di linguaggio e nell’uso stesso di un gergo: donde la freddezza, e anche l’avversione, per la filosofia di Heidegger. Egli praticava il culto della parola comune, semplice e chiara, ritenendo che l’ermetismo, se talvolta può testimoniare una certa sottigliezza, in compenso corrisponde quasi sempre a una forma di impotenza o ciarlataneria. [Come sopra]

IV. Sul frammento + esistenza vs accademia

Il frammento è lo stile che meglio aderisce alla vita spezzata dell’uomo moderno e che, in pari tempo, più si sottrae alla tirannia dell’idea e alla falsità del sistema. Scrittori di questa natura sono per l’appunto catturati dall’esistenza, dagli esseri e dalle cose, non dalle filosofie, dalle scuole, dai metodi, che essi respingono come attrazioni sospette e convenzioni interessate; sprofondati nell’essenziale, attirati in pari tempo dalla fisiologia e dalla metafisica, estranei ai gerghi e alle mode, trovano più verità nell’esperienza di una portinaia o di una prostituta che nelle disquisizioni dei professori e dei critici. [Un nuovo Zibaldone (2001), su In compagnia di Cioran]

V. L’illusione

Tra le tante analogie che ricollegano Cioran a Leopardi, non per trasmissione di idee dall’uno all’altro ma per appartenenza a una stessa famiglia spirituale, basterà citare quella, capitale, che si riferisce al tema dell’irrealtà del mondo e dunque della paradossale sostanzialità dell’illusione, di cui sono entrambi così impregnati da esprimersi negli stessi termini. Nei Cahiers di Cioran si legge questo aforisma: «Se tutto è illusorio, di reale non vi è per l’appunto altro che l’illusione». Sembra la voce di Leopardi, che nello Zibaldone di Pensieri annotava: «Pare un assurdo, e pure è esattamente vero che, tutto il reale essendo un nulla, non v’è altro di reale né altro di sostanza al mondo che le illusioni». [Come sopra]

VI. L’uomo

Ciò che egli cercava in un autore non era tanto o soltanto lo scrittore o il filosofo quanto l’uomo e l’uomo nella sua verità ultima, quale si rivela attraverso i suoi dubbi, i suoi fallimenti, le sue catastrofi. [Cioran e i libri (2009), in Per Cioran, La scuola di Pitagora editrice 2017]

VII. Proporzionalità

Più uno scrittore, un filosofo, un artista è realmente grande e più sarà modesto. D’altronde è logico che sia così: profondità e tronfiaggine difficilmente si accordano. Ricordo che Cioran faceva sempre togliere l’aggettivo «grande» dalle formule con le quali lo si voleva presentare, che anzi dichiarava di essere e di considerarsi uno scrittore marginale. Una volta mi ha anche detto: «Sa, io sono un tipo terra terra…» [Vanità, Aragno 2010]

VIII. Antiprogressismo

Che cosa irrita nei suoi libri? Molte cose, naturalmente, dato che per Cioran un libro non avrebbe molto senso se non rappresentasse un «pericolo», se non fosse in grado di «frugare nelle ferite». Una, forse la principale, è l’antiprogressismo: non per caso, credo, i suoi detrattori recano solitamente le stimmate, non importa se recenti o remote, evidenti o segrete, di una fede ideologica o semplicemente di una fede. Nessun sognatore sociale, nessuno storicista, nessun utopista potrà attingervi motivi di conforto − ma, a dire la verità, non bisognava attendere Cioran per acquistare coscienza dell’incubo della storia, di questo «miscuglio indecente di banalità e apocalisse», come egli ha splendidamente chiamato il divenire nel capitoletto Genealogia del fanatismo che apre il Sommario di decomposizione (1949). [L’inconveniente di essere noti, 2016, in Per Cioran]

IX. Lo stile e l’orecchio letterario

È questione di forma, di modo, di stile? Ma proprio in ciò brillano la novità e l’intensità delle pagine di Cioran, fino al punto di raggiungere non di rado accenti shakespeariani. Come non accorgersi, anche volendo ipoteticamente astrarre dalle idee, che egli è innanzitutto e comunque un superbo scrittore, un poeta della prosa come pochi lo sono in versi? Né conterà nulla che il francese di questo apolide rumeno sia considerato da molti il più bello scritto in oltre mezzo secolo?
Alcuni hanno giudicato il tono di Cioran eccessivo, sia esso lirico o, come è diventato dopo i primi libri, più secco. Ignorano dunque che l’iperbole è una figura retorica e una delle maggiori risorse alle quali attingono lo stile letterario e l’arte in genere? Ancora: non hanno mai percepito la sfumatura ironica che accompagna le sue enormità e i suoi paradossi fin dal titolo di molti suoi libri, Sommario di decomposizione, La tentazione di esistere, L’inconveniente di essere nati, Esercizi di ammirazione?
Nella sua modestia Cioran si considerava sinceramente uno scrittore marginale e del resto, come tale, si è anche sempre comportato nella vita − a differenza della maggioranza dei suoi colleghi. Ma sono proprio il timbro esatto e trafiggente del suo linguaggio, la melodia torturata del suo canto di sirena che ne fanno un caso singolare nella letteratura e che, se non accendono il tiepido sangue di certi critici, è solo perché essi mancano della dote fondamentale del loro mestiere: l’orecchio letterario. [Come sopra]

X. Un Pascal deluso

Forse l’immagine più giusta del Cioran pensatore è affidata a una battuta di Jean François Revel: «Immaginate Pascal che abbia appena saputo di aver perso la sua scommessa e avrete Cioran» [Fondi di cassetto, Elliot 2019]

Cioran fotografato da Richard Avedon nel 1987

Nota bibliografica

Una breve notizia sopra i tre libri miliari dai quali ho prevalentemente attinto.

Variazioni sull’impossibile è uscito con Rizzoli nel 1993 e raccoglie 12 anni di aforismi, dal 1980 al 1992. Una prima versione parziale era uscita in Francia nel 1986 con l’editore L’Alphée, in una traduzione curata da Michel Orcel (traduttore della Divina Commedia e a sua volta scrittore) e supervisionata da Cioran, tra i primi estimatori del libro. Un’ampia selezione da Variazioni sull’impossibile è presente a conclusione del doppio meridiano Scrittori italiani di aforismi a cura di Gino Ruozzi, edito nel 1994 e proposto come la più esaustiva panoramica sull’aforisma italiano, coprendo un arco temporale che va dal Duecento al Novecento. Una selezione di 68 aforismi che conferisce al Nostro il blasone di ultimo discendente di una tradizione che annovera scrittori come Alberti Leonardo Guicciardini Campanella Vico Leopardi Tommaseo e nel Novecento Tozzi Papini Soffici Rensi Saba Flaiano Fortini Bufalino Ceronetti Quinzio Masini.

Esplorazione per lampi e schegge della vanità come «esperienza metafisica della desolante nullità del mondo», Vanità è apparso con Aragno nel 2010 e ha come ultima sezione un’antologia di citazioni rigoniane, la quale rappresenta una frammentaria storia letteraria della vanità, un avventuroso viaggio che dall’Epopea di Gilgamesh e dall’Iliade conduce a Levi-Strauss e a Landolfi passando per Baudelaire e Thackeray.

Fondi di cassetto è stato pubblicato da Elliot nel novembre 2019. Gli aforismi e le memorie in esso contenuti sono tutti inediti eccetto il conclusivo e commovente Ricordo di Enzo Turolla, brano che chiude il libro e che era già apparso sul “Corriere del Veneto” nel 2006, quando l’amico di una vita scomparve. A ennesimo marchio di disonore a carico dei responsabili delle nostrane pagine culturali, di quest’ultimo gioiello in pochi si sono accorti e tra questi pochi c’è Paola Capriolo, che ha dedicato al libro una recensione fuori del comune per acutezza, uscita sul “Corriere della sera” il giorno di San Silvestro col titolo Esplorare la fragilità della vita. Qui la scrittrice nonché traduttrice dal tedesco (Goethe Mann Kleist Kafka…) parla di «gemme di esattezza espressiva e intellettuale, un’interrogazione condotta per squarci, eppure serrata, di morte e di vita, male e bene, e di quell’immenso enigma che è la bellezza» ed è esattamente di questo che si tratta.

Segnalo infine a mo’ di extra che − tra i diversi Rigoni − c’è anche un Rigoni narratore di racconti. Disinganni è il titolo della sua più recente raccolta edita, sempre da Elliot, nel 2019. Al suo interno ritroviamo anche la citata favola La ferita di Kaleb, originariamente pubblicata da sola (fuori commercio) nel 2017 dalla Scuola di Pitagora (col dipinto ad hoc di Giosetta Fioroni in copertina) in un’introvabile perla editoriale.








pubblicato da j.costantino nella rubrica dal vivo il 31 gennaio 2020