L’imbutino

Fabio M. Rocchi



Aferdita ha sempre abitato nel distretto di Kukes, fin da piccola. Famiglia robusta, numerosa, lavoratrice. Il bosco, la legna, la miniera di cromo. Due maglioni d’inverno, tre magliette d’estate. I suoi giurano che l’ha rovinata la TV italiana, con i programmi dedicati alla ricerca dell’amore e alle storie di assassini. Con tutti quei sogni sbagliati che coltivano le ragazze di laggiù. Ne sono fermamente convinti nel paese, tant’è vero che le ragazze che si mettono a guardare la De Filippi o la Leosini appena rientra il padre vengono prese a parole: spegnete subito quel coso. Non vi voglio più vedere a sbavare di curiosità dietro quelle kurve impestate se non volete fare la fine di Aferdita la delinquente. Aferdita ha conosciuto un solo uomo, Miri. Lui l’aveva vista nuda ben prima di prendersela come moglie, ma per fortuna nessuno aveva voluto impicciarsi e niente di irrimediabile prima del matrimonio era successo perché si potesse anche solo provare a fare della maldicenza sulla sua puttaneria. Miri le piaceva. L’amore glielo aveva insegnato bene. Durava a lungo, la cercava diverse volte, e prima di arrivare al dunque c’erano un sacco di piccole attenzioni e di mosse che le facevano perdere la testa. E la dignità. Era il suo uomo e non avrebbe saputo pensare a nessun altro sopra e sotto di lei. Una volta sposati, dopo la festa durata tre giorni, ad Aferdita toccò di andare a vivere nella casa di Miri. Che aveva ancora la madre anziana con sé. Quella maledetta dittatrice. Quella capra vecchia a cui puzzavano di marcio i denti. Purtroppo non c’era nulla da fare nemmeno per una ragazza desiderosa del nuovo come Aferdita. Da quelle parti la madre del marito è una specie di santa da venerare, da servire come se si trattasse di un’imperatrice che ha aperto al suddito le porte della propria mensa. La nuora deve sottostare ad ogni cosa, soprusi, invettive, comandi. E lo deve fare per dimostrare l’autenticità di quel sentimento del quale – praticamente per legge – è in debito nei confronti dell’uomo e della sua famiglia. Tutti gli altri figli e figlie della progenitrice Fatbardha, rimasta vedova, si erano sistemati altrove e a Miri, l’ultimo nato, erano rimasti la madre. E la casa. Una costruzione con le mura tirate su grezze, senza intonaco, con davanti uno spiazzo per parcheggiare o tenere gli animali; il tetto sorretto dalle travi mangiate e le pietre irregolari tenute insieme con la malta. Di quelle che al primo terremoto vengono giù e ci lasciano dentro il morto. Il pavimento era fatto di assi di legno, nel mezzo a volte ci si annidavano le forbici e altri insetti difficili da togliere. A sentir loro era una grande proprietà. A lei sinceramente pareva una catapecchia con molte stanze da pulire e nessuno dei comfort che aveva visto in città. Ma Fatbardha si comportava da matrona, ne andava così fiera. Guarda che dimora ti ha dato mio figlio, lassù al tuo paesello ve la sognate una casa così, di’ la verità. Fin dal primo momento in cui Aferdita mise piede in quella dannata baracca, ghiaccia d’inverno e infuocata d’estate, la suocera si dedicò a lei, alla sua educazione. Portami questo. Così no. Anche se non sei un’aquila dovrai imparare prima o poi. Quando lo farai meglio? All’inizio sopportava. Gli bastava avere il marito vicino la notte e cominciare a costruire la propria famiglia. In fondo un anziano ha sempre qualcosa da insegnarti, per quanto possa essere fastidiosa la sua presenza. Miri però si stancò presto. Cominciò a dirle che era in pensiero a causa del lavoro e che non la voleva sempre addosso. La prima volta che non tornò a dormire Aferdita si rigirò nel letto senza chiudere occhio. Sembrava una pazza. Fatbardha la sentiva dall’altra parte del muro ma non volle intromettersi. La mattina, mentre preparava il bagno caldo per la suocera, aveva le lacrime agli occhi. La vecchia, con la schiena piegata dai dolori, si sostenne sul bordo della vasca e mentre entrava dentro nuda espose un’ascella pelosa. Se un uomo non mangia a casa, la colpa mia cara è sempre di chi non gli ha tolto la fame. E ora chiudi la porta. Quando rientrò Miri era ubriaco. La picchiò prima ancora che potesse iniziare ad aggredirlo con la puntuale inquisizione che mentalmente aveva preparato. Prese una padella e gliela batté addosso di taglio, mirando alle costole. Aferdita riuscì a girarsi e il colpo la ferì sulla scapola destra, che aveva lasciato senza difesa nella rotazione. Mai l’aveva offesa a quel punto fino a quel giorno. Ma da lì in poi cadde una barriera. E se non erano botte erano male parole e gesti volgari rivolti alle sue spalle, non appena lei lasciava la stanza ma ancora controllava con la coda dell’occhio se potesse arrivarle in capo qualcosa lanciato da dietro a tradimento. Venne a sapere che Miri si frequentava con una ragazza più matura, senza uomo, che gestiva un emporio a qualche chilometro da loro. Ogni volta che protestava erano botte, né provava a cercare in Fatbardha una alleata, perché tanto sapeva come sarebbe finita. Cercava di fare sempre meno, di non dare nell’occhio, ma lì dentro entrambi i suoi aguzzini non sembravano avere altro scopo che vivere per vessarla. Gli sembrava di essere finita in un carcere. Con il marito aveva ancora rapporti, ma il figlio non veniva. Allora Miri, dando credito ad una teoria che gli avevano raccontato in un bar, una storia di una tizia di Voskopojë che aveva rifatto la verginità per recuperare l’onore ma che poi non aveva potuto più avere figli, divenne sospettoso. Quando aveva bevuto il raki la lingua non aveva freni. Che hai combinato puttana, tuo padre ti ha ripagato una fica nuova per poterti accasare? E io stupido che ti ho creduta ingenua, ne avevi già messi di merli nella gabbia tu, prima di me. Ogni tanto Aferdita si metteva a sedere sulle scale, quando Miri non c’era e Fatbardha era di sotto. In quel momento nessun poteva vederla. Fissava un punto sul muro e si immaginava il futuro, che era poi anche il presente. Nessuna soddisfazione. Probabilmente due o tre figli incapaci di stimarla. Forse qualche cognata che di tanto in tanto l’avrebbe difesa, prima dalle cattiverie di Fatbardha e dopo dalle intemperanze e dalle percosse di Miri. Poi la situazione, dopo i quaranta, sarebbe naturalmente migliorata. Il marito più calmo, lei fuori dai giochi, sformata di gravidanze e di lavoro, senza più nessuna aspettativa. Gli anni che la separavano da questo mezzo traguardo, nessuno glieli avrebbe ripagati. Ne valeva la pena? Malediceva il giorno in cui aveva detto sì. Avrebbe dovuto almeno comprarsi uno smartphone e farsi un profilo social, come avevano cominciato a fare le sue amiche d’infanzia, per conoscere gente e sentire altre campane. Lo avrebbe potuto nascondere da qualche parte, né la vecchia né il marito avrebbero sospettato. Anche per rimanere in contatto con il mondo che là fuori aveva deciso di fare tutto un altro percorso. Era ancora giovane grandissimo dio, non si meritava la clausura e aveva cervello a sufficienza per capire che fosse giusto pensarla così. Si era fidata e basta. Ormai lo sbaglio era fatto e vedeva difficile liberarsi dal laccio. Un giorno Fatbardha le chiese di aiutarla a lavarsi i piedi. Era bloccata su quella sua schiena malridotta e si chinava con difficoltà. Una volta però tuffate le zampe nell’acqua che fumava non disse nulla e lasciò fare tutto ad Aferdita. Tirò fuori le dita dal pelo dell’acqua, che si era fatta opaca, e disse alla nuora di prendere qualcosa per accorciarle le unghie. Guarda come si sono fatte lunghe, ecco perché da un po’ mi fanno male le scarpe quando me le infilo. Ad Aferdita parve troppo. Questi servizi è meglio che ve li facciate da voi, perché ho paura di farvi del male. Ho capito carina, non preoccuparti. Seguì un silenzio. Aferdita era ancora piegata sulle ginocchia e stava strizzando il panno togliendo il sapone e lo sporco quando Fatbardha alzò di scatto la gamba destra. Con l’unghia dell’alluce riuscì a raggiungerle la guancia. Poi con voce calma le chiese scusa, perché non lo aveva fatto apposta. Si alzò e si asciugò calpestando un asciugamano che era per terra. Poi la lasciò lì. Aferdita con una mano controllava cosa le avesse fatto e se uscisse sangue dalla ferita, che già cominciava a frizzare. La guardò fissa negli occhi senza dire niente. Mentre la suocera le voltata le spalle per andarsene le venne davanti un’immagine di suo padre, quando rientrava dal lavoro con la faccia scura. Si capiva che c’erano stati problemi, contrarietà che avevano rovinato la sua giornata. Dopo essersi tolto gli scarponi e aver chiesto a sua madre la tinozza con l’acqua calda raccontava di gente che si opponeva al taglio di una parte del bosco. Gente che gli aveva mancato di rispetto. Adesso mi hanno veramente stancato tutti; adesso conosceranno chi è Ilir. Parlava tra sé come se nessuno fosse nella stanza, masticando espressioni del genere. E il giorno successivo passava al contrattacco senza dire più niente, in maniera fulminea. Se lo ricordava così; e lei sapeva bene che era figlia di suo padre. Da quel momento cominciò a pensare di versare dell’olio bollente dentro l’orecchio di Fatbardha, in modo da friggerle il cervello e da farla crepare senza possibilità di salvezza. Di questa tradizione di vendetta aveva soltanto sentito parlare dai vecchi di altri villaggi, non aveva consapevolezza di come si potesse realizzare la cosa. Allora si mise a pensare ad ogni dettaglio. Voleva essere preparata e dare concretezza al pensiero. La vecchia intanto avrebbe dovuto essere sdraiata e abbastanza inerme, in modo che le gocce le scendessero direttamente nella testa. Dunque era una cosa che doveva essere fatta durante il sonno. Non poteva bastare soltanto una pentola o una padella. Ci doveva essere qualcosa che favorisse la penetrazione. Cosa avrebbe usato? La pevera con cui travasano il vino o la nafta dalle taniche non andava affatto bene. L’abbocco era di dimensioni eccessive. Le serviva un condotto piccolo, in modo che il fluido bollente penetrasse tutto dentro l’orecchio e che trasmettesse la morte in maniera immediata. Nei mesi e negli anni successivi si sarebbe pentita amaramente di come aveva permesso di prendere il sopravvento a quella smania omicida, ma in quel momento era fuori di sé, con una cattiveria addosso che non era umana. Nulla la appagava come il pensare alle sequenze in cui avrebbe suddiviso la propria azione. Il desiderio di agire era più forte di qualsiasi istinto di pietà o di prudenza. Decise di scendere allo spaccio e di comprare poche cose per la casa. Senza dare troppo nell’occhio avrebbe aggiunto anche ciò che le serviva. La vecchia avrebbe brontolato, ma di certo non avrebbe intuito. Cercò sugli scaffali ma fu costretta a chiedere al commesso. Hai per caso quegli imbuti piccoli per travasare i liquidi? Sì che ne ho, di tipi diversi. Ma a cosa ti serve con esattezza? Cosa ti interessa a te, dimmi se ce l’hai o non ce l’hai e non allungare il brodo. L’imbutino era veramente piccolo, come di meglio non avrebbe sperato trovare; di un colore viola acceso. La plastica non sembrava particolarmente spessa, anche se forte. Si sarebbe deformata al contatto con il calore? Fin quanto avrebbe resistito? La parete poteva bucarsi, lasciando disperdere l’olio all’esterno? Avrebbe voluto fare una prova, ma non era tempo di tirare il collo a nessun animale nel pollaio. Toccava inventarsi una malattia ma una gallina morta non si mangia e sarebbero rimaste le prove, le ustioni. La plastica magari si sarebbe sformata un po’, ma di certo una colata l’avrebbe retta, specie se dal recipiente fosse riuscita a versare in un unico gesto, con un movimento deciso. Anche se ci pensava continuamente sentiva di non avere sufficiente coraggio per portare a termine un’azione così irreversibile. Il marito usciva spesso, ormai passava diverse notti fuori inventandosi lavori che non esistevano. Quando tornava sui vestiti aveva odore di femmina, l’aveva resa la scema cornuta del paese quel buono a nulla. Contava a questo punto sulle sue assenze, lui non rappresentava un problema. Ma di ostacoli ce n’erano comunque molti. Era l’inizio dell’estate e a Fatbardha piaceva stendersi sul divano vicino alla finestra, perché da lì verso le tre di notte soffiava sempre un po’ di vento che le rendeva più fresco e piacevole il sonno. Questo significava che probabilmente l’avrebbe sentita arrivare. Muovendosi in uno spazio aperto le avrebbe dato tutto il tempo di rendersi conto che qualcuno stava avvicinandosi. E poi, non si sarebbe difesa? Come sarebbe riuscita ad appoggiarle all’orecchio l’imbutino senza che lei non opponesse resistenza? L’altra mano sarebbe stata occupata dalla pentola, rendendo le manovre per sopraffarla ancora più lente. Si convinse che Fatbardha dovesse essere sedata. Messa in condizione di non nuocere. Sarebbe passata dal sonno alla morte senza alcuna reazione. Un po’ le spiaceva, perché avrebbe voluto che avesse piena coscienza del dolore, ma era l’unico modo possibile per avere successo. Aspettò dunque che ci fosse l’occasione per spostarsi verso Tirana, per rendere anonimo l’acquisto di alcune pasticche di sonnifero. Durante tutto quel tempo, che occupò lo spazio di una ventina di giorni, cercò di sopportare ogni ingiustizia senza mai controbattere. Il marito non la toccava più a letto perché già si era sbattuto quell’altra? Zitta. Nemmeno il sarcasmo. La suocera criticava come aveva cucinato? Pazienza, farò meglio la prossima volta. Un angolo di quella dannata casa diroccata non era stato pulito bene? È vero, non ci avevo fatto caso, metterò più attenzione. Morì la moglie di uno dei fratelli di Miri e la cerimonia funebre doveva svolgersi proprio nella capitale. La famiglia andò avanti. Lei con una scusa prese la corriera del giorno dopo, per aver il tempo di fermarsi in una farmacia. Chiese dei sonniferi fingendo che fossero per sé. Se ne prendo tre riuscirò a dormire? Resto in piedi la notte, non ne posso più. Mi dia qualcosa di bello forte. Tre? Non esageri, possono darle parecchi fastidi il giorno dopo. Mi dica la dose giusta per fare le cose per bene. Di queste? Non più di una pasticca per volta, e sempre a stomaco pieno. Gettò la scatola per strada e nascose i due blister sotto i vestiti, raggiungendo il marito tutta vestita di nero come si conveniva. Mentre scambiava i saluti in silenzio con le altre donne di casa guardava il culo grasso di Fatbardha e la immaginava zitta, sdraiata al posto della morta. Una volta tornati a Kukes si trattava soltanto di aspettare. Non succedeva nulla e ad Aferdita sembrava di impazzire. Spostava di continuo i due blister delle pasticche. Per sicurezza aveva tolto dalla cucina l’imbutino, nascondendolo tra i panni sporchi del bucato dove era sicura che la vecchia non avrebbe mai rovistato. Venne il giorno in cui Miri le comunicò che sarebbe stato via per alcuni lavori in cima alla diga. Avrebbe dormito in una baracca assieme agli operai e agli ingegneri tedeschi che avevano in mano il lavoro. Che fosse vero o meno non le interessava più. Non indagò oltre. Gli preparò una borsa con dentro qualcosa e lo lasciò partire senza mostrarsi particolarmente contenta o infelice. Poi sminuzzò nell’impasto della pasta fresca otto pasticche di sonnifero, stando attenta che sembrassero farina. Concentrò la polvere tutta nella razione destinata alla suocera. Stasera vi faccio i maltagliati al sugo, come gli italiani, che ne pensate? Sapeva che le piacevano. Alla fine non sei una cattiva ragazza Aferdita, con quel figlio disgraziato che ho poteva capitarmi molto di peggio. Ognuno deve avere l’orgoglio di tenersi il posto che gli è toccato, questa è la prima cosa, ma di ragazze rispettose come te al giorno d’oggi se ne trova una su cento. Dammi almeno un nipote jeta ime, ti manca solo questo. Porta pazienza e impegnati. Quella specie di complimento le suonò nuovo. Mai Fatbardha le aveva rivolto una buona parola. Le sembrò che qualcosa di diverso potesse cominciare. A un certo punto pensò di confidarsi con lei, perché ne era certa, anche quel ricordo di donna, sfatta e rugosa, non doveva aver avuto una vita semplice. Cresciuta in mezzo al nulla, negli anni del comunismo, madre di sette figli. Stette a pensarci, prima di mettere a bollire la pasta. Ma un’azione così irreversibile era impossibile da rimandare o addirittura da annullare. Qualcosa la spingeva verso la fine, non c’era più nulla che si potesse fare per arrivare a una conclusione diversa. Preparò prima la porzione destinata alla suocera, poi fingendo di essere stata sbadata nell’aver buttato poca pasta cosse il resto, cambiando acqua e bollitore. Mangiate voi intanto, a rifarla ci vuole un attimo. È un po’ saporita, forse ho messo troppo sale. La vecchia stava a capo chino sul piatto e trangugiava ingorda i maltagliati. In quella posizione poteva intravederle le linee della cute, che scriminavano una selva di capelli grigi. Qualche pelo setoso spuntava da un orecchio e Aferdita si rese conto che non aveva ancora deciso se il lato dal quale avrebbe versato sarebbe stato il destro o il sinistro. Nel caso fosse stato il destro, quella piccola selva di pelacci avrebbe forse preso fuoco e fumato come quando si ustiona la pelle dell’anatra prima di metterla in forno. Dopo cena Fatbardha si mise a girare per la cucina in cerca di qualcosa che non trovava, mentre Aferdita stava rallentando la rigovernatura dei piatti nella speranza che la vecchia se ne andasse a letto. Dormite in camera vostra stanotte? Cosa ti interessa dove dormo io? Che me lo chiedi a fare? Mi sento la testa pesante, hai messo troppe uova nella pasta, non c’è nulla che ti possa rimettere a posto a te, rimani una buona a nulla con le mani bucate. Versami un po’ di raki perché ho paura di non riuscire a digerire quel tuo intruglio. Aspettò che si spegnessero le luci e si mise in silenzio ad ascoltare i rumori, con la porta della sua camera semi aperta. La vecchia si era buttata sul divano. Non tardò a rantolare un respiro pesante e irregolare. Si accertò che fosse stabile nel sonno e poi scese in cucina. Sempre senza accendere la luce mise sul fuoco quasi un litro d’olio. Passava dalle tende della finestra un po’ di luna; era più che sufficiente. I posti delle cose in quello schifo di casa li conosceva a memoria. Nessuno c’era. Né fuori né altrove, e Aferdita guadagnava di minuto in minuto la consapevolezza dell’immunità dagli sguardi altrui. Era sola davanti a se stessa. Il respiro di Fatbardha la descriveva caduta in un sonno profondo, non privo di agitazione. Sembrava che le sue vie respiratorie fossero ostruite. Quando Aferdita la andò a controllare, con già l’imbutino in mano e l’olio che non aveva ancora raggiunto la massima temperatura, comprese che era come collassata, del tutto priva di coscienza. Un braccio sporgeva dal divano, intirizzito in una postura innaturale. La sua mano si apriva e si richiudeva lentamente, in preda a contrazioni involontarie. Provò a toccarla e a chiamarla, ma il sonnifero l’aveva stordita talmente tanto che la vecchia Fatbardha non era più in sé. Forse il cuore si stava fermando. Forse stava già passando dal sonno alla morte. Allora ebbe paura che non fosse rimasto tempo per farle provare dolore. Accese la luce e appena visto che l’olio fumava sollevò con una presa di panno il pentolino che aveva arroventato sulla fiamma. Con l’imbutino in bocca si avvicinò al divano un’altra volta, poggiò per terra tutto e si fece sopra Fatbardha, ruotandola tutta sul fianco destro ed esponendole il volto di profilo. Mi senti? Stai per morire, voglio che tu lo capisca. La scuoteva come un sacco ma quella non faceva uscire nulla dalla bocca, se non un rantolo mezzo gutturale, una specie di oh-gha oh-gha che la deluse e la invitò a non perdere altro tempo. Non voleva che l’olio si raffreddasse. Prese l’imbutino e lo introdusse nell’orecchio di Fatbardha, liberandolo dai capelli appiccicosi. Il corpo non oppose alcuna resistenza. Riuscì anche ad esercitare una pressione dall’alto sull’oggetto, perché penetrasse ancora meglio. All’inizio aveva ribrezzo del suo gesto, non riusciva a imprimere alcuna forza. Poi però, una volta visto che lo strumento non rimaneva ancora in una posizione perfettamente dritta, con il palmo aperto spinse decisa, fino a che l’imbutino non affondò un pezzetto dentro il buco. Aferdita si disgustò al piccolo rumore che seguì, un clac che aveva rotto qualcosa, il padiglione auricolare, la cartilagine, non sapeva bene. Cominciò ad uscire un filo di sangue. Già macchiava la federa del cuscino su cui il capo della vecchia era affossato. Gli venne a mente una parola strana, di quelle mediche. Si sorprese che la sua mente l’avesse recuperata proprio in quel momento, né era sicura di riuscire a dare a quel termine un significato preciso. Cauterizzare. Si tenne a distanza con entrambe le mani aggrappate alla presa di panno e rovesciò lentamente l’olio dentro l’imbutino. All’inizio la carne ebbe un piccolo tremito, che non scompose la posizione di Fatbardha. Si sentì un puzzo mentre il liquido continuava a scendere. Alla seconda gettata la vecchia si tese tutta, buttò fuori qualcosa di sporco dalle narici e cominciò ad essere scossa da alcune convulsioni. Le palpebre semichiuse le scoprivano solo il bianco degli occhi. Aferdita avrebbe voluto tenerla ferma ma mentre stava pensando a come liberare una mano e continuare a versare, le convulsioni si fecero più intense arrivando a provocare come un conato di vomito. Cadde dal divano, stirandosi con le braccia tremolanti. L’imbutino era volato oltre il cuscino, rotolando con un piccolo suono sul pavimento. Un muco scuro e denso colava ancora da entrambe le narici di Fatbardha, che adesso soffiava via la poca vita rimasta in un ghuu orribile, via via affievolito dagli spasmi che si calmavano. Quando non sentì più nemmeno un fiato Aferdita spense tutte le luci. Andò in camera della vecchia, aprì il baule della biancheria, prese il lenzuolo più bello facendolo dispiegare con uno scatto secco delle due mani e trascinandolo per terra lungo le scale. Non voleva guardarla, eppure aveva curiosità nel vedere gli effetti di quello che era riuscita a fare. Glielo gettò addosso ai piedi del divano. Il lenzuolo aderì su Fatbardha come un sudario; subito in corrispondenza del volto trapassò verso l’esterno una chiazza umida e impregnata di quella roba densa che ancora stava lentamente spurgando dalle narici. Si notava anche al buio, nel chiaroscuro della luna che passava dalla finestra. Si fece un caffè e si mise a berlo con i gomiti puntati sul tavolo di cucina, calmandosi. Fu grata all’aroma della moka, che copriva ogni eventuale odore residuo. All’inizio volle aspettare in quella posizione l’alba e l’arrivo di qualcuno. Avrebbero chiamato la polizia; sarebbero arrivati e l’avrebbero condotta al suo destino. Poi invece si ritrovò a pensare che visti quei giorni e l’assenza di visite frequenti da parte di estranei in quella casa l’unica persona che ragionevolmente poteva rientrare era il figlio Miri, quando avrebbe finito di fare i suoi comodi chissà dove e chissà con chi. Allora ebbe terrore che alla vista del cadavere Miri l’avrebbe ammazzata di botte. L’ avrebbe fatta sparire nascondendola in un sacco e gettandola in un crepaccio su, lungo i sentieri che portavano al pascolo. Prese poche cose infilandole in uno zaino di tela e si mise a correre, rimanendo fuggitiva quattro giorni. Quando ebbe più fame e freddo che paura cominciò a scendere verso il basso, sul fondovalle della cittadina che aveva anche il commissariato. Si consegnò lì, a tre poliziotti che stavano parlando dei fatti loro, con i cinturoni abbassati sotto la curva delle pance e senza pistola. Disse agli agenti: mi chiamo Aferdita Vjollca Gorani. Ho ammazzato mia suocera. Merito una punizione quindi ditemi come funziona adesso. Poi stette zitta fin quando un avvocato non riuscì a farle aprire bocca, per organizzare una versione difensiva in vista del processo. Questo racconto, durato poco più di mezz’ora, me lo ha confidato Aferdita stessa anni fa, nella sala deserta dell’auditorium, carcere di Kukes. Lungo le pareti si allungava il freddo dei paesi di montagna, conservato dalle strutture in cemento armato del comunismo. Aferdita era dalla parte opposta del tavolo. Ogni tanto lisciava il bordo con una mano, o si aggrappava alla sedia da scuola elementare su cui le avevano intimato di prendere posto, mentre ripercorreva con calma le sequenze di quello che era accaduto. Oltre a lei e a me erano presenti un Procuratore, che aveva acconsentito alla mia richiesta di dialogare con la detenuta una volta che ero venuto a conoscenza di quel fatto di cronaca. Per ottenerlo, avevo pagato direttamente a lui dal fondo del giornale 10mila leke nuovi. Diciamo più o meno ottanta euro al cambio di allora. C’era anche un ragazzo molto giovane, che mi ero portato in veste di traduttore: una testa coperta da riccioli intricati e un italiano senza accenti, pulito, invidiabile da tanti di noi che amiamo definirci di cultura medio alta. Fu lui a spiegarmi che Aferdita in albanese vuol dire, se non ricordo male, vicina al giorno, portata con l’alba, immersa nella prima luce del mattino. Cose del genere. Quando l’hanno riaccompagnata dentro mi ha fatto cenno con una mano. Ho sentito il soffio di una voce strozzata, che mi diceva grazie.

Il racconto è tratto da una raccolta, in via di pubblicazione, intitolata: "La vergata - e altre storie di vendetta".








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 29 gennaio 2020