Guendalina e i fascisti

Sergio Baratto



Nel minuscolo paese tra le colline dove di tanto in tanto vado a rifugiarmi vive una donna molto anziana. Si chiama Guendalina, ma tutti la chiamano Lina. È una persona notevole e le sono molto affezionato. Vedova, ormai quasi novantenne, una vita trascorsa a lavorare la terra, è come una bestiola selvatica, a un tempo elementare e complessa: ha le sue piccole astuzie, i suoi piccoli sotterfugi. Capisce l’italiano ma non lo parla, perciò i nostri dialoghi sono faticosi tentativi – da parte mia – di decifrazione che non franano miseramente solo grazie ai miei studi di filologia e al mio interesse per le lingue non ufficiali parlate in Italia e liquidate con disprezzo come “dialetti”.

La Lina vive di poco, poveramente. In inverno si rintana nella sua vecchia casetta riscaldata alla bell’e meglio (una stufa a legna in cucina) ed entra in una specie di letargo da cui esce solo in primavera. Nelle giornate di bel tempo, nelle ore meno fredde, sgattaiola furtivamente fuori e si immobilizza nel raggio di sole per un po’, alla maniera delle lucertole.

Ascolta tutto il giorno la tele a volume altissimo. Dico “ascolta” perché la mia impressione è che nel frattempo giri per casa sbrigando faccende o cucinando. Generalmente si tratta di programmi musicali di misconosciute televisioni locali: ore e ore di canzoni da balera o vecchi successi popolari.

Nonostante ci sia una chiesetta a pochi passi da casa sua, spesso segue anche la santa messa alla tivù. Forse non ama stare troppo in mezzo alla gente (in genere non più di dieci o quindici persone, visto che il borgo non ne conta molti di più), o forse chissà, ha troppo freddo, o non ha voglia e basta. Quando guarda la messa alla tele, si mette a cantare all’unisono col prete sullo schermo, a squarciagola. E se nel mentre le capita qualche incidente, per esempio un coperchio o una posata che cade per terra, non esita a interrompere il canto per lanciarsi in feroci litanie di bestemmie.

Un giorno, in questo paesino di pietra semispopolato e pressoché ignoto alle carte stradali, sono arrivati due ragazzi a vendere “Lotta comunista”. Era estate: meriggiare pallido e assorto, ronzare di mosche e lucertole guizzanti, sole, cicale e l’impressione che il mondo intero si fosse fermato.
I due giovanissimi militanti hanno suonato alla porta della Lina. Lei si è affacciata sull’uscio (tiene sempre la porta aperta).
«Giornale comunista?» le hanno chiesto.
«Comunista! Sì, comunista! Bandiera rossa, bandiera rossa, alla riscossa, alla riscossa!» ha cominciato irresistibilmente a cantare lei, a squarciagola come fa con i canti della messa.
Frammenti di un Novecento ormai remoto. Eppure, quel secolo dissennato Guendalina è ancora qui a incarnarlo, ostinata, con la sua fitta rete di rughe, le gambe martoriate, le dita dei piedi deformate dall’artrosi.

Ma non c’è solo quello. C’è in lei anche la sopravvivenza di qualcosa di più profondo e ancestrale, una forma sottile e appena dissimulata di paganesimo. Usi antichi sopravvissuti in questa piega nascosta dell’Italia: veri e propri fossili viventi che continuano a nuotare tra le valli più remote come cinquecento, mille, duemila, tremila anni fa.
Una volta, ai tempi in cui era ancora vivo suo marito (che io chiamavo tra me e me il vecchio Celta), mi capitò di entrare nello stanzone buio e terroso che un tempo usavano come stalla. C’erano ancora le conigliere, anche se vuote, e le mangiatoie. Su un muro annerito era appesa un’immaginetta di Sant’Antonio, il protettore degli animali.

La televisione la riempie di sgomento con i suoi programmi sull’incubo metropolitano, sulle città invase dall’orda dei migranti e in mano a bande criminali. Milano come Ciudad Juárez, secondo i canali numero cinque e le reti numero quattro. Allora mi avvicina e, nella sua strana lingua nel contempo aliena e familiare, mi domanda (o si domanda ad alta voce) come facciamo a vivere così, in quei posti così pericolosi, tra i delinquenti e i tagliagole.
Io le rispondo che non è come dicono, che dove abito si sta bene, si vive bene. Ma lei non mi crede: si vede dalla faccia perplessa che fa, dalla smorfia delle labbra, da un certo modo di guardarmi con quegli occhi marroni neolitici. Di solito corruga la fronte e mormora qualcosa di incomprensibile ma inequivocabilmente sdegnato.

Alla Lina non dispiace chiacchierare, ma è meno loquace delle altre vecchie. A volte siedono in compagnia su una panchina all’ingresso del borgo, come Argonath a custodia del loro antico e quasi svanito minuscolo regno di arenaria, e lei è di gran lunga la più silenziosa e ieratica.

Ogni tanto, quando torno dalle mie passeggiate in montagna o per le colline, mi succede di incrociarla davanti al lavatoio. Lei mi chiede dove sono stato, io le elenco i posti tendendo il braccio in questa o in quella direzione. Lei fa sì con la testa: conosce bene la sua Heimat, i passi, le cime, le località dai nomi arcani o improbabili che figurano solo sulle carte catastali ottocentesche e nelle memorie dei valligiani più vecchi. E io, che sono perdutamente innamorato di questa regione boscosa attraversata da reticoli di sentierini in dissolvenza mai toccati dalla vernice bianca e rossa del CAI, ne approfitto per interrogarla, nella labile speranza di decrittare le sue indicazioni e usarle per costruire le mie mappe mentali del tesoro.
La Lina mi indica vagamente un punto all’orizzonte, o dietro le colline che bordeggiano la valle verso il crinale, via via sempre più alte e impervie, già quasi montagne in miniatura, menzionando luoghi che forse un tempo furono rifugi di pastori o covi di briganti e contrabbandieri, ma che adesso sono completamente sconosciuti agli abitanti della zona, salvo forse a qualche cacciatore: vecchie edicole votive nascoste in faggete dove passano di tanto in tanto solo i taglialegna, ruderi senza più forma di cui ignoro lo scopo e l’età, sepolti sotto una coltre di muschi e licheni, muri a secco franati che possono avere un secolo o tremila anni…

Tra quei luoghi ce n’è uno che ha una storia particolare. Non è segnato su nessuna mappa e sulle foto satellitari è impossibile individuarlo, se non lo si conosce di già: potrebbe trovarsi ovunque, in quel mare d’alberi che si estende per chilometri e chilometri, senza incontrare strade o centri abitati, fino alle falde dell’Appennino.
È il punto in cui, nel luglio del 1944, i tedeschi stanarono un gruppo di partigiani sopravvissuti ai rastrellamenti dei mesi precedenti che si erano rifugiati lassù, nel folto della foresta, in attesa di riorganizzarsi. Forse a tradirli fu un fuoco acceso, o forse qualche fascista locale fece la spia. Quasi tutti furono massacrati sul posto: Il loro comandante, ferito, venne portato nel borgo più vicino e ucciso con sadica lentezza di fronte agli abitanti, costretti ad assistere all’esecuzione. Aveva ventiquattro anni.

È stata la Lina a parlarmene per la prima volta, parecchi anni fa.
Io tornavo da un’escursione, con i piedi bolliti negli scarponi e la maglietta fradicia di sudore. Lei stava come al solito seduta sul bordo del lavatoio. Ci siamo messi a parlare, le solite cose, dove sei andato? Ci sono già i mirtilli?
Mi sembrava contenta che un forestiero come me, un “milanese”, si interessasse al suo mondo, che volesse esplorarlo e riesumare i sentieri senza nome battuti dai suoi nonni e bisnonni. E visto che le chiedevo suggerimenti sui posti da scoprire o riscoprire, a un certo punto mi ha mormorato qualcosa che ho interpretato così: perché non vai a vedere il monumento ai partigiani?
«Ah! C’è un monumento ai partigiani?» devo aver detto io.
Poi mi sono accorto che le si erano inumiditi gli occhi.
Mi ha mormorato qualcosa (era senza dentiera), ma io ho capito soltanto che dodici o forse tredici ragazzi erano stati uccisi sul monte, lassù, questo qui, proprio da quella parte, dietro lì, in mezzo al bosco, e che nel dopoguerra in quel luogo era stato costruito un piccolo sacrario o una specie di monumento in loro memoria.
Quell’accenno mi aveva subito incuriosito. Avevo cercato di saperne di più, ma le sue indicazioni erano vaghe, inframmezzate da termini dialettali e nomi di località indecifrabili. Dopo aver tentato un paio di sentieri, avevo sospeso le ricerche.

Sono passati anni. Mi è nata una figlia che ha imparato a sua volta ad amare quelle vecchie pietre e quei boschi. Quasi tutti gli anziani che avevo conosciuto se ne sono andati. Guendalina invece è rimasta al suo posto, nella sua casetta in fondo al borgo. Resiste, sempre più vecchia e acciaccata, ma ancora sulla breccia.
Un’estate, tornando da una breve ma avventurosa esplorazione nei boschi, l’abbiamo trovata appollaiata sul bordo del lavatoio. Come sempre sono cominciate le domande di rito, i tentativi di decifrazione, i “dove siete andati?”. E di nuovo, senza apparente legame con ciò che stavamo dicendo, mi ha menzionato il monumento ai partigiani.
Le ho confessato che l’avevo cercato ma non ero proprio riuscito a trovarlo. Ma lei ha scosso la testa e mi ha fissato con una punta di compatimento: «Oh Sergio, è facile! Su di là, poi giù per il sentiero che porta a Xxxxxxxxx… Vai a cercarlo!».
Poi, di colpo, le si è incrinata la voce per la commozione.
«Quei poveri ragazzi, ammazzati così, dai tedeschi… Che roba brutta…» ha mormorato prima di mettersi silenziosamente a piangere.

Allora lì, all’improvviso, ho capito tutto. Ho capito perché si è commossa e perché mi ha parlato due volte di quel posto misterioso e nascosto. Quei “poveri ragazzi, ammazzati così, dai tedeschi” dovettero suscitare parecchia impressione, in quella valle così stretta e raccolta, dove si conoscono sempre tutti, da sempre. Del resto erano ragazzi della zona, figli di quella terra. La voce dovette correre veloce, quel giorno, di borgo in borgo. Nel ’44 Guendalina era una ragazzina, aveva quell’età in cui tutto ti rimane indelebilmente impresso. Sicuramente sentì gli adulti parlare di quel massacro, e forse sentì addirittura l’eco delle mitragliate che all’alba troncarono la vita dei giovani partigiani: sono pochi in linea d’aria i chilometri che separano il paese di pietra dal sacrario nella foresta.

L’estate è finita. Siamo tornati a Milano Juárez, è arrivato l’autunno, poi l’inverno. Non siamo stati aggrediti, rapinati, sgozzati. Abbiamo preso due o tre raffreddori, messo i vestiti pesanti, acceso il riscaldamento. È venuto Natale: l’albero, i regali, il panettone… Poi siamo partiti per la collina, giusto in tempo per evitare il capodanno in città: l’orrore che mi coglie ogni volta al pensiero di cenoni feste e petardi è tale che preferirei bivaccare in una capanna diroccata e senza tetto in mezzo ai lupi durante una tempesta di grandine.

A San Silvestro piovigginava, perciò ci siamo limitati a scalpicciare nel fango su per la sterrata che dal paese si perde tra i boschi per un’ora e mezza, prima di approdare – quando ormai la speranza di raggiungere una meta qualsiasi è svanita – a un borgo ancora più microscopico abitato da una sola persona e da un numero indefinito di gatti. Ma poi il sole si è rifatto vivo. Qualche giorno dopo abbiamo riempito gli zaini di pane, formaggio e acqua, e siamo andati su per il monte.
Non c’era nessuno, non c’è mai nessuno: non sono sentieri tracciati, non hanno nome, ci puoi incontrare tutt’al più qualche cacciatore di cinghiali. Più si sale, più la strada si restringe e si fa impervia. Incontri ossa di grandi animali, mandibole, femori. Poi resti di muretti a secco disposti a gradinate secondo un disegno ormai indecifrabile ma di certo rispondente a una logica precisa. A che epoca risalgano, se a cinquanta o a duemilacinquecento anni fa, è difficile dire. Ma l’impressione è di grande vetustà, e nel dubbio la mia regola dice “Scegli la versione più bella”. Perciò dico duemilacinquecento.

Siamo arrivati sulla cresta del monte, tra i faggi. Il sentiero sale fino a un’edicola votiva dedicata a Sant’Antonio e da lì discende nell’altra valle, verso altri borghi e paesi che non ho mai visitato, dai nomi antichi, forse preindoeuropei. Non so che storia dimenticata nasconda quel cippo di pietra. Abbozzo un’ipotesi: il santo protettore delle bestie – ancora lui – forse non è altro che la cristianizzazione di qualche divinità pagana a cui gli antichi abitanti di quei luoghi erano troppo devoti perché potessero rassegnarsi a vederlo trasformato in diavolo.
Abbiamo posato gli zaini e ci siamo seduti sulle pietre. Abbiamo mangiato, a metà tra l’ombra e la luce, con la certezza di essere i soli esseri umani nel raggio di chilometri. È una sensazione strana, a cui non si è abituati, per via della vita cittadina, perciò la accogliamo ogni volta con gratitudine.
Poi ho lasciato le ragazze al loro cioccolato, ho preso il bastone e ho imboccato il sentiero che porta a Xxxxxxxxx, come mi aveva bofonchiato la Lina.
Ho camminato da solo, nel silenzio rotto solo da un picchio verde che martellava il suo tronco. Il cielo era così incredibilmente azzurro e terso tra i rami che lo si sarebbe creduto dipinto. E poi, all’improvviso, seminascosta in mezzo agli alberi, una piccola radura. Eccolo, finalmente, il monumento ai partigiani: una semplice lapide con i nomi ormai sbiaditi. La mia lunga ricerca era finita.
Mi sono fermato qualche minuto, il tempo di una preghiera laica.

Quando siamo tornati in paese, per combinazione abbiamo trovato la Lina appollaiata sulla sua seggiola nell’ultimo spicchio di sole calante. Le sono andato incontro e le ho raccontato tutto.
Mi ha detto: «Bravo Sergio!».

Non è un animale politico, la Lina. Non riesco a immaginare nulla di più alieno dalla politica di quella indocile selvatica vecchia ragazzina analfabeta. Ma ha conosciuto la guerra: factum infectum fieri nequit. E i nazifascisti se li ricorda ancora. Dice «Stavano lì», indicandomi una casa in fondo alla stradina. «E qui», proprio di fianco al lavatoio, «hanno sparato con la mitraglia al Pierino, che è scappato giù per di lì.»
Lei era lì a vedere.
Il Pierino se l’è cavata, ma che paura, che spavento.

E nell’altro paese, quello degli scalpellini, lassù, dietro quella cima, arrivarono i tedeschi e i repubblichini per arrestare gli abitanti e non trovarono nessuno, solo il pretino nella canonica. Allora gli ordinarono: «Dicci dove sono andati a nascondersi». E il pretino disse no, e lo ammazzarono come un cane: aveva venticinque anni. E in quell’altro paese ancora, giù a valle, non trovando il prete, che credevano amico dei banditen, presero la sua vecchia mamma. E visto che non rispondeva alle loro domande perché era sorda, la ammazzarono sul posto: aveva settantasette anni.

Se li ricorda eccome, Guendalina, i nazifascisti.








pubblicato da s.baratto nella rubrica democrazia il 27 gennaio 2020