Sold out in Treccani

Umberto Sebastiano



Mi sollevo in punta di piedi per vedere fin dove arriva la fila. Da piazza Paganica fino a piazza Mattei: così tanta gente alla Treccani non l’hanno mai vista. Ci voleva Myss Keta. Dietro di me ci sono due ventenni, un ragazzo e una ragazza, stanno parlando: «Quando facciamo gli spettacoli, facciamo sempre ‘sta narrazione che la capisce solo lei, la coreografa». Drizzo le orecchie, lui continua: «… bello, eh, però poi lo rende un rito pagano un po’ sciapo». «Ah, peccato», commenta lei. E io penso, ecco qua, ho l’attacco del pezzo, vi ho fottuto tutti, anche se nessuno mi ha chiesto di scrivere un pezzo, è solo una balla che mi sto raccontando per ingannare il tempo. Mi volto e li guardo: lui ha la barba nera e le unghie smaltate d’oro, lei ha gli occhi piccoli, i capelli castani e ricci. E mantengo il mio sguardo sui loro volti perché ho imparato che se si va oltre la maschera, la scorza di protezione, se si supera quel senso di disgusto che ci prende tutti a contatto con gli altri, si vede l’umanità e ti sale al cervello, è potente, potentissima. E infatti è così, mi assale e devo volgere lo sguardo altrove. I ragazzi stanno in silenzio per un po’, fumano, poi lui chiede: «Ma che è successo ad Amadeus?». E lei risponde: «Non so, me pare che è stato maschilista». «Vediamo che dice Instagram, la bibbia», aggiunge. In quel momento la fila si muove e ci fanno entrare.

Massimo Bray, il direttore generale della Treccani, ha stampato in faccia il sorriso di un bambino al quale hanno regalato un giocattolo. Mi viene voglia di andargli vicino per capire se ha le pupille dilatate, se si è calato qualcosa, magari una mezza pasticca, così, giusto per stare al passo coi tempi. Il sospetto mi viene quando prende il microfono e invita i tanti giovani accalcati in mezzo alla sala a spostarsi più in fondo, in modo che anche quelli che sono rimasti fuori possano entrare. E ovviamente nessuno si muove, nessuno vuole lasciare il posto agli altri, ci mancherebbe, e Bray continua a sorridere come se fosse in estasi e non aggiunge altro perché tanto lui è contento così, anzi, quasi quasi è anche più figo se poi dicono che alla Treccani c’era talmente tanta gente che qualcuno è rimasto fuori, ad alitare sui vetri, a sbirciare dentro la sala affrescata. Nicola Lagioia indossa una maglietta con la scritta DIRECTED BY DAVID LYNCH. Lo so che è solo merchandise di Twin Peaks, che si compra online, però mi chiedo lo stesso se non stia cercando di comunicarci che è lui a essere diretto da David Lynch e che quindi dobbiamo intendere ogni suo gesto, ogni sua battuta come una recita. Il dubbio mi resta per tutto l’incontro, e mentre gli altri guardano Myss Keta, pendono dalle sue labbra invisibili, io non stacco gli occhi dallo scrittore, voglio coglierlo in fallo, catturare l’attimo in cui ripassa a mente il copione, così da potermi alzare e urlare che l’ho capito, che è tutta una messa in scena. E invece non lo faccio, osservo i ragazzi seduti per terra che scrivono sui fazzoletti di carta messaggi d’amore mascherati da domande.

Le parole delle canzoni. Su Spotify c’è una playlist della Treccani: ogni settimana scelgono una parola e la spiegano con gli strumenti dell’enciclopedia. È una cosa bella, lo so. Però non riesco a non pensare che sia anche un modo per attirare i giovani e succhiar loro il sangue. Immagino che quel sangue serva a tenere in vita un moloch nascosto in una stanza buia, fatto di pagine ammuffite, ingiallite. E mentre ci penso, arriva il momento della luce e la star fa il suo ingresso in scena. SOLD OUT IN TRECCANI, esclama la cantante mascherata. SOLD OUT IN TRECCANI, ripete lo scrittore. IN CAPS LOCK, aggiunge. «Roma è bellissima, ma Milano è una città in cui io mi mando i DM col sindaco», dice Myss Keta, ed è forse la frase più bella della serata. E poi: Brama, inerzia, queer, tempura, con il lobster roll ti viene in mente un ambiente tipo gintoneria, manga, super colore, pop estremizzato, fashion, il fatto di essere un cartone animato mi gasa tantissimo, il medio oriente è strano, da una parte il lusso, dall’altra un mondo terribile e brutale, il burqa, le donne con il volto velato, tante cose sono state usate post 11 settembre per spaventare, ok?, sicuramente tutto questo è entrato nel mio cervello.

Le parole sbocciano sotto la sua maschera, le scivolano addosso e poi precipitano giù. Myss Keta può inciampare nelle parole senza farsi male. E ci sono immagini da postare su Instagram che raccontano più delle parole, ad esempio la foto con i volumi della Treccani usati come base per l’asta del microfono, una funzione d’uso simile a quella della zeppa. E mi aspetto che da un momento all’altro le sedie scompaiano, si abbassino le luci e la Treccani si trasformi in discoteca. Un sabba allegro, che non spaventa, con gli impiegati sui pattini, che scivolano sulla pista distribuendo sushi e alcolici. E gli scrittori, i letterati, in ginocchio, in adorazione della regina, a rinnegare gli anni passati a sgobbare sui libri.

Una ragazzina passa un fazzoletto di carta a Nicola Lagioia, lui legge: Ciao Myss, io ti vedo un po’ come la mia mamma, tu come vorresti essere vista da chi ti scrive? Sono qui dal Veneto solo per te. E lei si commuove: «Vorrei esser vista come la tua mamma, mi fa mega piacere questa cosa, è super bella per me». E alla fine siamo tutti felici e le parole diventano accessori con i quali abbellirci, sentirci diversi e moderni. Trotterelliamo verso casa portandoci dietro una sfrontatezza che a poco a poco si infrange contro l’ignoranza, la violenza, il razzismo che ci circondano. E allora proviamo a tenere insieme le cose: ascoltiamo le canzoni di Myss Keta e contemporaneamente leggiamo un saggio di geopolitica, un altro sull’identità di genere, e non ci riusciamo, il nostro cervello si sdoppia, gli emisferi si allontanano, prendono il volo, ci salutano e ci lasciano soli.

E non ha più senso parlare al plurale perché ci sono solo io di fronte al pentolino nel quale ho messo a scaldare una zuppa biologica di farro e ortiche che vendono in una confezione di plastica che non verrà mai riciclata. E tutt’a un tratto mi sento triste e fallito come i personaggi delle canzoni e del teatro di Kate Tempest. All’India mettono in scena Wasted e mi piacerebbe scrivere qualcosa che tenga insieme Myss Keta e Kate Tempest: i nomi sembrano fatti apposta per stare insieme. Ma è come chiudere in una stanza Raffaella Carrà ed Emily Dickinson. E l’unica cosa che mi viene in mente è che a Kate Tempest voglio bene, anche se non la conosco, vorrei abbracciarla e sedermi accanto a lei a guardare le facce della gente, e invece Myss Keta mi sta simpatica e potrei andare a ballare con lei, tutto qui. Nessuna analisi comparata, non peso le parole delle canzoni con la bilancia della semantica, della sociologia, penso solo a due lingue che si sfiorano, si leccano, si baciano, mentre la zuppa di farro si brucia, si attacca al pentolino e io alzo la fiamma e alzo il volume. Il mio speaker a forma di coniglio bianco vibra e riempie la cucina di poesia, e io prendo il pentolino e lo scaglio fuori dalla finestra, prima apro la finestra e poi scaglio fuori il pentolino, e lui si trasforma in un disco volante e mi invita a seguirlo.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 25 gennaio 2020