Lettera aperta ad Alfredo Palomba

Salvatore Toscano



Caro Alfredo Palomba,

volevo scrivere una bella recensione del tuo romanzo, ma ho preferito seguire questo fulmineo impulso epistolare, perché ho appena finito di leggere Teorie della comprensione profonda delle cose e sento un incontrollabile slancio affettivo e intellettuale nei tuoi confronti.

Io tendo a essere un miscuglio schizofrenico di timidezza e spavalderia quindi non so se sarò mai in grado di dirti a voce ciò che sto per dire qui. Del resto quelle poche volte che ci siamo incontrati di persona abbiamo parlato soprattutto di proteine in polvere: per quanto possa sembrare folle, credo che mi sia venuta voglia di leggere il tuo libro proprio nel momento in cui sorseggiavo un po’ di latte con dentro le proteine al gusto cioccolato bianco riguardo alle quali ti eri espresso con entusiasmo.
È dunque dalle papille gustative che si scatena l’impulso a mettermi in contatto con la tua prosa.

Temo che qualche anno fa avrei provato un’invidia profonda al cospetto di Teorie della comprensione profonda delle cose: un autore italiano nato nel 1985, quindi più giovane di me, scrive un libro vicinissimo alla mia sensibilità molto meglio di come saprei scriverlo io.
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(Il precedente trenino di punti esclamativi sostituisce una bestemmia qualsiasi proferita dall’immaturo e bilioso me stesso del passato).
Ti racconto con franchezza del mio potenziale sentimento di invidia perché credo riesca a spiegare in maniera più dettagliata di qualunque approccio analitico quanto mi ha colpito il tuo romanzo di esordio.
Di norma io non invidio: tendo ad amare/idolatrare/riverire con infinita gratitudine quelli che scrivono opere che mi piacciono perché ‒ so che suona ridicolo, enfatico, ingenuo, ma chi se ne frega ‒ rendono la vita più degna di essere vissuta. Mentre odio/disprezzo/schifo a morte quelli che appestano il pianeta con la loro merda alfabetica, anche se con gli anni una cosa l’ho capita: la storia della letteratura ‒ nella quale includo anche ciò che sta accadendo e che accadrà, i libri appena pubblicati e quelli che verranno ‒ ha prodotto e produce tali cumuli di bellezza che è davvero uno spreco imperdonabile dirottare preziose energie per scagliarsi contro la robaccia.
Certo che la tentazione di ridere alle spalle di qualche incapace è sempre viva: non è uno dei grandi piaceri della vita prendere per il culo gli inconsapevoli fabbricanti di narrativa scadente?
In questo mi sento davvero affine a uno dei protagonisti del tuo romanzo che tiene un blog in cui ridicolizza con crudeltà chiunque inietti cazzate nell’apparato circolatorio dei social senza un minimo di coscienza e autocoscienza critica.
E comprendo pure la necessità di sfottere con il piglio di un bullo spietato una certa compiaciuta attitudine al dilettantismo di sedicenti scrittori che non leggono, che non hanno una virgola di amore per i libri, per i quali la letteratura è solo una via illusoria scelta a caso tra le tante che dovrebbero condurli a fama e gloria imperiture: ovvio poi che questi imbecilli vengano inculati a sangue dal cialtronesco e squalesco mondo dell’editoria.
Comunque ecco dove volevo arrivare: un lettore come me a volte prova amore e a volte prova odio. Basta così, non c’è spazio per altri sentimenti. In qualche rarissima occasione però mi può succedere di riconoscere un fratello, un’affinità profonda, un’ossessione sincera per certi temi che ossessionano anche me, una convergenza di sguardi e interpretazioni sulla vita, l’universo e tutto quanto. Quando alla lista precedente si aggiunge anche un’elevata qualità di scrittura, allora sì che mi sento a casa.
Quindi, caro Alfredo Palomba, autore di Teorie della comprensione profonda delle cose, ti confesso senza vergogna che leggerti mi ha fatto sentire a casa.

Prima di congedarmi voglio cospargere la coda di questa lettera di impressioni un po’ casuali appuntate a caldo su foglietti volanti mentre leggevo il tuo romanzo.
Ti chiedo perdono in anticipo, so che sei un dottore di ricerca in letterature comparate...

Chissà perché provo un’immediata simpatia per un’opera di narrativa con il titolo che di primo acchito fa pensare a un saggio: Teorie della comprensione profonda delle cose è meravigliosamente fuorviante, innesca un piacevole cortocircuito cognitivo.

Già dai primi capitoli di un romanzo che termina a pagina 406, mi sento catturato da una voce affidabile, autorevole: anche se si volteggia da un argomento all’altro, da un punto di vista all’altro, persino da un genere all’altro, chi scrive dà sempre l’impressione di sapere di cosa sta parlando. C’è un evidente, mastodontico, lavoro di ricerca che per miracolo non appesantisce quasi mai il testo, e in aggiunta una capacità rara ‒ con picchi di virtuosismo riscontrabili solo tra i più scafati e talentuosi giovani americani allevati nei seminari e nei master in creative writing ‒ di maneggiare numerosi registri linguistici, stili, tecniche, soluzioni.

Mi sembra di apprendere decine di informazioni bizzarre di cui senza esserne cosciente ero assetato. Ecco un grande merito, mai messo in risalto, di un buon libro: andare a scovare nel lettore un bisogno di conoscenza che non sapeva nemmeno di avere, individuare una curiosità dormiente per risvegliarla con dosi massicce di energie creative e stimoli suggestivi. Il romanzo può essere anche un defibrillatore che rianima il nostro desiderio di esplorare lo scibile.

Alcuni capitoli sono composti parodiando il Don Chisciotte il che ‒ essendo il capolavoro spagnolo una parodia dei romanzi cavallereschi ‒ investe Palomba del ruolo donchisciottesco di metaparodista.
Voglio sottolineare che io amo Cervantes, ho letto due volte per intero entrambi i volumi del Don Chisciotte, quindi ho tutti gli strumenti per rompere le palle e puntare il dito contro chi si azzarda a imitarne lo stile. All’inizio di Teorie ero un po’ perplesso ma andando avanti posso dire che non ho niente da eccepire: funziona, la parodia è gestita ad arte e mi ritrovo a ridere come davanti a una puntata di South Park.

L’elenco di scrittori che mi sono venuti in mente leggendo Teorie della comprensione profonda delle cose ‒ Bret Easton Ellis, Chuck Palahniuk, Umberto Eco, David Foster Wallace, Achille Campanile, John Barth ‒ mi fa prendere coscienza di quanto questo romanzo sia anomalo per il mercato editoriale italiano, ben radicato nella tradizione ma al contempo del tutto spiazzante. Rattrista un po’, ma ho il sospetto che se fosse stato tradotto da un’altra lingua, magari pubblicato da Minimum Fax o da Einaudi, dovrei tapparmi le orecchie per le grida di giubilo di critici, blogger, recensori e influencer che gareggiano per stabilire chi l’ha scoperto per primo.

Palomba è uno scrittore molto più perfido di quanto saprei essere io e questo mi dà una gioia enorme perché è come se avessi trovato qualcuno che si occupa del lavoro sporco che di norma non ho il coraggio di fare con le mie mani.
Anche la mole gigantesca di dati, nozioni, aneddoti bislacchi pescati dalla cronaca storica, da testi scientifici, da biografie di personaggi marginali ma degni di nota, dal mondo dei social, anche tutta questa erudizione che traffica senza pregiudizi tra cultura altissima e trash ignobile, mi conforta e stupisce: ho trovato pure qualcuno che fa il lavoro noioso al posto mio.

Forse esagero, ma c’è un’abbondante porzione di presente che aveva bisogno di essere narrata proprio così e proprio da questo scrittore, che tra l’altro mi dà l’idea di trovarsi soltanto all’inizio di una lunga carriera perché si muove con il tipico passo di chi ha ancora molto da dire e ha in dotazione un arsenale sconfinato per farlo. So bene che qualcuno si metterà a spaccare il capello e vorrà trovare imperfezioni in Teorie della comprensione profonda delle cose, ma se c’è qualcosa da rimproverare ad Alfredo Palomba è un eccesso di generosità, e quindi va bene così: ci sono casi in cui il troppo non stroppia.

In conclusione, caro Alfredo, ti chiedo di nuovo perdono. Come al solito combino sempre casini e credo che questa non vada bene né come lettera né come recensione.
Abbi pietà e non prenderti gioco di me nel tuo prossimo romanzo: se c’è una cosa che ho imparato leggendoti è che conviene non diventare bersaglio del tuo feroce senso dell’umorismo.
Spero di rivederti presto, magari la prossima volta sarò io a consigliarti un gusto di proteine in polvere che non hai ancora assaggiato.








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 24 gennaio 2020