La terra rossa di Andrea Donaera

Silvana Farina



Alcuni libri si attraversano. Non come si attraversa una strada, di corsa e soprappensiero, ma come si attraversa una terra, con lo sguardo filtrato dalla memoria. E anche se poi “la notte lava la mente”, il cuore del territorio attraversato è rimasto incagliato tra i pori della pelle. Quindi, in un certo senso, ci appartiene.
Questo è il caso di Io sono la bestia, l’esordio letterario di Andrea Donaera, pubblicato da NN editore. Ho iniziato a leggerlo con quel tipo di scetticismo di cui non vediamo l’ora di liberarci, come un fastidio che impedisce di avere una visione complessiva. Il gioco cangiante del linguaggio da un lato mi infastidiva, dall’altro lato mi incantava. La storia di Mimì esplode, infatti, e si compie, proprio attraverso le lingue dei personaggi elaborate all’interno di un vero e proprio sistema linguistico. E non sono lingue ossute, asfittiche, enigmatiche, ma dense, polpose e vive. Lingue deflagranti e abbacinanti che stordiscono con la loro moltitudine irrequieta di segnali rivelatori o di rimandi innocentemente insignificanti. Prosa, poesia e musica formano in Io sono la bestia un impasto che sa di terra, carne e quotidiano Sud, con le ripetizioni cantilenanti come a voler fermare una realtà che scorre troppo dolorosa. Un romanzo poetico, perché ogni libro è intramezzato dalle poesie di Michele Trevi, figlio suicida di Mimì, e costituito da frasi architettate quasi come immaginifici versi: “Morti che sono di quella terra, la terra rossa sua, ci pensa ora Mimì, gli sembra di camminare su una terra fatta di corpi, sulle schiene marcite dei morti, sulle facce decomposte dei morti, guarda la terra, Mimì.
Una lingua cinematografica quella di Donaera, che attraverso i dialoghi iperrealistici ci conduce nei pensieri di ogni singolo e diverso personaggio. Un libro scabro come i “mò” e i “matò” di questi dialoghi, fatto di odori, oltre che di suoni. Perché Mimì è l’animale che sente: “Sente tutto, Mimì, sente sempre tutto". Come quando da bambino sentiva i pesci muoversi nel mare nero, accanto a suo padre. Li sentiva, come sente le mani di sua moglie che odorano di cipolla tagliata, o la puzza di cibi cotti delle piccole case di campagna con le cucine ordinate e pulite in modo ossessivo. E sono odori che ci attraversano proprio come fendono i personaggi, per indagare quasi inconsapevolmente le loro e le nostre ferite.

I personaggi di Andrea Donaera sono vividi e autentici, sono stanchi e colpevoli, alle prese con sentimenti nuovi da addomesticare. Personaggi che sono adiacenti come Nicole e suo padre (“un’adiacenza esagerata. Un’adiacenza di merda”), come Arianna e suo padre Mimì. Arianna e Nicole, due ragazze alla prese con le proprie paure, l’una della morte, l’altra dei suoi stessi ricordi (“Ho paura di diventare un nodo di memorie impossibile da sciogliere”). Sono personaggi che tremano e si sfaldano, che perdono pezzi e cercano in qualche modo di ricomporsi all’interno di vite che ruotano attorno all’incubo in cui si ritrovano.
“Le sembra una pietra, sua madre. Un muro, anzi.” Anche Marta, la madre di Arianna, si sfarina, si sgretola sotto i colpi di una realtà inaccettabile. Il dolore di una madre, descritto magistralmente da Donaera, che in una pulsione finalmente liberata, rimane comunque preclusa a sua figlia. Il dolore di una madre che si concretizza in consapevolezza e che terrorizza: “Se per una volta mi guardo allo specchio, una volta, mannaggia mia, ‘na volta, se me lo concedete, mi guardo allo specchio e mi dico: Marta, guardati, guardati. Me ticu: Ma che sta succedendo, Marta? mi dico, mò che per una volta mi sto guardando allo specchio. Dopu anni, anni che non mi guardavo allu specchiu, me lo dico: Che sta succedendo Marta?”
E poi ci sono personaggi-prigionieri come Veli, pietrificati nell’attesa di una punizione o di una possibile vendetta. Io sono la bestia è un romanzo dedicato all’odio, all’ereditarietà del male, allo slacciarsi da sé. Alla domanda di Mimì: “Perché non scappi? Perché non scappa nessuno da me?”, Veli risponde: “Non si può scappare, Mimì. Non si può”. E, infatti, non si scappa dalla bestia, dalla crudeltà dell’essere umano, come non si scappa dalla struttura ferrea del libro di Donaera, una struttura che è circolare nel punto in cui scopriremo Arianna e Mimì speculari, re e regina, con la rabbia e la ferocia come due facce della stessa terra rossa, a cui chi vi nasce è ben addestrato.








pubblicato da s.baratto nella rubrica libri il 18 gennaio 2020