Ultracorpi 2

Piera Ghisu



Gli Ultracorpi sono i morti che ritornano. Possono rimanere lì per anni, ad aspettare, ad attendere il momento più propizio per dire Ve l’avevo detto. _ Rientrati dalla porta di servizio, fanno il loro ingresso trionfale nel salone delle feste, nelle giungle contemporanee, nella nostra vita pubblica e privata.
Prepariamoci. Se tutto è già stato detto, che ce lo dicano in faccia.

Per leggere Ultracorpi 1 clicca qui.

2

Mi sveglio alle prime luci dell’alba. Sento il bisogno impellente di urinare, ma sono conficcato per bene nel mio sacco a pelo, il molle utero dei campeggiatori. Cerco di raddrizzarmi al suo interno, e con estrema fatica lo ispeziono per trovare la cerniera e la via d’uscita. Senza occhiali mi è difficile, così ripenso con nostalgia al mio comodino, quello sopra al quale poggio la custodia verde regalatami da Asja, che tanti dei miei pensieri ha generato. Ho pensato di scriverle prima di venire qui, ma non ho avuto il coraggio di chiedere a Bertolt il suo numero. So che vive ancora a Berlino, vicino al bosco di Schoenholz, che insegna russo alle donne africane di passaggio in Europa, che si è appassionata al kayak. E so che pensarla mi procura ancora un fortissimo turbamento...
L’urgenza fisiologica in corso fortunatamente prevale sulla tempesta emotiva, e così riprendo ad adoperarmi per trovare l’uscita. Trovata, e sistemata la mia schiena, mi tiro su e senza occhiali esco dalla mia tenda. Davanti a me dovrebbe esserci quella di Karl, dalla quale sembrerebbero spuntare solo i piedi, con indosso ancora le Superga. Albeggia, e mi aspetta una traversata tra le tende, con vista scarsa, e ancora, me ne rendo conto solo ora, completamente sbronzo. Non ricordo nemmeno a che ora sono rientrato ieri, ne’ come. Ogni domanda è ora assolutamente inopportuna, devo sbrigarmi. I cessi più vicini sono in direzione delle auto, contro sole. Se non avessi il terrore di quello che potrei trovare, cercherei nella tenda di Karl i suoi occhiali da sole, perché i raggi mi violentano gli occhi come coltelli da ostriche. Decido di avviarmi tra le tende: purtroppo sono tutte vicinissime, cosi sembra impossibile e trovare un buon posto per pisciare, e camminare decentemente. Le mie scarpe da barca fortunatamente mi assistono. Rischio comunque di inciampare svariate volte, sui cavi che tirano le tende, e di spaccare coi piedi le bottiglie disseminate tra le stesse. Più che vederle, le sento rotolare al mio passaggio, facendo lamentare i fusionisten che stanno dormendo nelle loro tende. Ora l’alcol si fa sentire potentemente, ho una nausea tremenda, e se questo è il prezzo per capire il contemporaneo, Scheisse, ist zu hoch.
Avanzando riesco comunque a godere della natura che circonda l’area del festival. Le grandi querce, die deutsche Eichen, sono lì per darmi la forza per reggermi in piedi. Ripenso a quella poesia di Brecht, che ho sempre amato molto, il Discorso all’albero Greihn...
Entro nel cesso, dopo una breve fila, e come prima cosa ci vomito dentro. E’ uno di quegli orrendi affari chimici, e non potrò far altro che constatare l’accaduto e ricordarmi cosa ho bevuto la sera prima. Chiudo gli occhi e ci piscio su. Ci srotolo sopra un rotolo di carta igienica, fortunatamente in dotazione (Walter/Omino gobbo 1-0) e torno indietro, ringraziando di non aver portato gli occhiali con me. Sto decisamente meglio. Mi sembra di recuperare addirittura la vista. Cerco di non pensarci per non buttarla nuovamente sul sacro.

Segni apposti da Walter Benjamin per catalogare i suoi "Passagen" su Baudelaire

Mi ha sempre stupito con quanta rapidità il sole sorge e tramonta. Ora è tutto illuminato, il sole sale. Oramai mi son svegliato e non ho molta voglia di rientrare in tenda. Devo comunque passarci per recuperare i miei occhiali. In lontananza vedo tre sagome femminili, una mi sembra di riconoscerla; e in effetti si tratta di Hannah. Sta rientrando ora, e pare abbia fatto ancora amicizia. Due ragazze di colore la sovrastano ai lati, fungendo da frangiflutti per il moto ondoso generato dalla mia amica. Me le ritrovo davanti, scalze.
Io: Hannah buongiorno.
Hannah: Hey Walter, cosa fai senza occhiali? Ti unisci a noi?
Io: No Hannah, mi sono appena svegliato.
Hannah: Ah già, ieri sera che numeri hai fatto!
Abbiamo chiamato l’auto del festival per raccattarti e portarti in tenda. Hai fatto certe storie!
Io: Che storie ho fatto?
Hannah: Be’ principalmente hai molestato una giovane pulzella. Continuavi a chiamarla Asja. Asja di qui, Asja di li.
(Risatina delle amiche)
Lei ti ha sopportato a lungo, era piuttosto cotta pure lei, ma era evidente che fosse infastidita. Ma tu da vero gentleman hai tenuto le mani al loro posto, sproloquiando in russo. Non sapevo conoscessi così bene il russo
(Nuova risatina)
Io: Non ricordo nulla, mi spiace.
(Ricordo le mie vacanze moscovite con Asja, in compenso. Le nostre camminate, i discorsi che dicevano tutto e non portavano da nessuna parte).
Io: Hai per caso il time-table con te, Hannah?
Nein...
Le nuove amiche di Hannah le sussurrano qualcosa all’orecchio.
Vieni in tenda con noi? chiede Hannah.
Devo recuperare gli occhiali, ok.
Mi incammino, ma non verso la stessa tenda, meglio così. Viel Spass Maedchen.
Trovo gli occhiali, ma non il programma. Forse lo ha Karl, penso. Guardo i suoi piedi, le sue scarpe completamente fradicie, immagino come possa essere il resto, temo il peggio, non oso varcare quella soglia.
Mi incammino verso i Buehne, sperando di trovare anche del cibo. Mi fermo al primo chiosco che trovo, mi metto in fila. Pretzel e birra non è una buona idea. Prenderò un tè e una di quelle cose che qui chiamano energy ball, una specie di polpetta di datteri e piombo, che Karl ingurgita appena può, e che immagino sia molto nutriente.
Davanti a me un ragazzo alto e biondo, prototipo del vichingo in canottiera che popola le strade dei quartieri bohémienne delle città europee, sfoggia un tatuaggio lungo il braccio che raffigura le ciminiere di una fabbrica. Penso a Karl, che ho vergognosamente lasciato a morire nella sua tenda.
Bello, dico al vichingo, indicando il suo braccio.
Mi sorride. Chissà se si è appena svegliato come me o sta andando a dormire, o è in uno stato alterato.
Nessuna delle tre: racconta al suo amico, vichingo anche lui, di come sia stata pesante la settimana in fabbrica. Sono appena arrivati a Laerz. Mi incuriosisco.
Due Pretzel xxl e due Pilsner, chiede alla ragazza del bar.
Tre! Decido di unirmi a loro.
Dove siete diretti? Ho perso il programma e non ricordo chi suoni ora.
V1: Non lo sappiamo mica! Dobbiamo ancora svuotare l’auto, e dobbiamo capire se ballare o faticare come al solito...se non fossi così piccoletto ti chiederemmo una mano.
Risate. Risate anche mie.
Io: Be’ in effetti la mia schiena...
V1: Hai pure due belle occhiaie! Sei qui da tanto?
Io: Ma no...una sera.
V1: Ci hai dato dentro di brutto!
Io: Be’, insomma...
Prendiamo posto in una panca vicina. I due vichinghi srotolano il programma.
Continuo a fissare il tatuaggio, mentre mastico il mio Pretzel di gomma.
V1: Senti ma perché continui a guardarmi il braccio?
Io: Perché il tatuaggio che porti sul braccio è piuttosto originale. E’ interessante perché non parla di cose lontane o astratte, di segni o simboli di altre culture, di corpi, d’amore...
Risate grassissime.
No, cazzo, l’amore è roba da borghesi! (Vichinghi in coro)
(Asja).
V1: Io lavoro duro, lavoro con le cose dure, respiro catrame, indosso una tuta e scarpe da lavoro, e quando non sudo al lavoro sudo qui, il catrame che ho respirato. Non mi interessa altro, non mi può interessare altro.
Sai, interviene l’amico, con noi lo stato sociale si esprime così. Ci dà da ballare. E da sudare.
Comunque lo strano sei tu. Che ci fai qui? Ci siamo già visti, per caso?
No, non credo.
Eppure mi sembra di sì.
Osservo il vichingo numero due: sfoggia un mullet notevole, e come se non bastasse, un bomber cosparso di figure geometriche e fluorescenti. Guardo meglio: una catenina d’argento gli penzola sul petto, e il ciondolo che ciondola ha un’aria familiare...
Posso? Chiedo, indicando il monile.
Annuisce.
E’ un guscio di noce. Una sola parte. Pare molto vecchio, ma ben tenuto. Lo giro.
Per noi Ultracorpi avere a che fare con fantasmi o robe del genere, è quasi sempre noioso. Potenzialmente possiamo vedere tutti, i vivissimi e i mortissimi, quando riappaiono, invocati dai ricordi delle persone. Ma quello che perdiamo, gli oggetti materiali, intendo, è perso per sempre. A meno che non ci capiti di ritrovarlo. L’inorganico che diventa organico, con la sparizione, è una delle esperienze a cui si fa fatica ad abituarsi. È un capovolgimento di senso atroce. L’espressione più vera dello spirito ferocemente antiallegorico del capitalismo.
E ora, io ritrovo dopo quasi un secolo l’oggetto al quale dedicai le mie ore più liete di adulto, quel guscio di noce con la piccola Berlino: quello per il quale tutti mi canzonavano, quello che era il mio talismano, il mio feticcio contro la merce feticcio, quello che mi appare ancora in sogno, quello che stava dentro la mia valigetta nera. Dove lo hai preso? Chiedo senza staccare ne’ gli occhi ne’ la mano dal guscio.
V2: Al mercato di Ostbahnhof, all’uscita dal Berghain. Gran serata...
Immagino...
Già. Potresti staccare la mano?
Senti, io ho bisogno del guscio.
I due si guardano. Stavolta non ridono.
E nello stesso preciso momento sento Donizetti, la sua Lucia di Lammermoor che impazzisce.
Eccola! Eccola!

Walter Benjamin "travestito".








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 6 gennaio 2020