Cinque figli biondi

Maria Cerino



La pelle si gonfia tendendosi fino a perdere le striature e poi esplode in uno sbuffo prima che la macchina la risucchi ma a questo punto con meno voracità di quando la deformava, la mangia lenta come un rettile che ingoia un altro rettile. La ronda è una donna infagottata e mentre controlla la manovalanza smistare la merce di scarto prende tra le mani qualche borsa, sempre piccola, sempre luccicante, e la rigira come se volesse testarne la capienza preparandosi per una serata di gala con il desiderio appagato negli occhi di chi possiede, poi la ripone sul nastro e la vede scomparire senza alcuna sofferenza come se trattenere non fosse di questo mondo.

Il bradipo, così chiamano la macchina che demolisce ogni oggetto ritenuto non necessario raccolto porta a porta dei rimasti e dai rimasti scartato immaginando la vita che adesso gli toccherà fare, rigurgita blocchi di materiale da combustione che alimenterà altre macchine più grandi di cui già si parla ma di cui nessuno coglie l’utilità.

A casa Sebastiani i cinque componenti della famiglia si spostano da una camera all’altra come dandosi il cambio in modo che non si guardino rinunciare pezzo a pezzo alla loro vita passata, nell’aria suona mesta Una furtiva lagrima, Giovanna stringe tra le dita gioielli antichi, rubini, diamanti, diversi smeraldi, perle, mira oltre la porta d’ingresso all’appartamento, vorrebbe convocare tutti intorno al tavolo e dirgli Sentite questo uomo che canta? Quest’uomo mi ha amato, l’ho guardato tenere in pugno un teatro intero mentre desiderava me aspettava me, non pensava che a me; ma ora l’amore, L’amore, conclude Giovanna tra sé tirando il laccetto del sacchetto con i gioielli che tra poco vedrà scomparire per sempre una volta consegnati ai volontari del buonsenso. E come se il padre avvertisse questa tensione, ciò che resta di un desiderio che devasterebbe la famiglia più di quanto non abbia già fatto in passato mette a tacere lo stereo che si zittisce gracchiando e accende il televisore. La voce di un concorrente di un quiz invade tutta la casa, ha il loro stesso accento campano, le tre figlie si fermano e hanno l’identico sentimento di odio, urlano le loro teste lo stesso identico pensiero Questa la mediocrità, questa cosa che non ci appartiene ma allora perché, perché i nastri ben appuntati tra i capelli, le sottovesti e i lunghi vestiti di seta, e le lingue e i soggiorni lontano, le mostre, l’amore perché non ci hanno salvato da questo? Perché tra loro tre, nonostante lo studio, il sapere instillato come un bocconcino a stomaco vuoto un passo avanti, la tortura all’animo sempre infantile e sempre puro, perché tra loro tre nessuna è tra gli eletti, una sola avrebbe salvato noi tutti, pensa il padre. Giovanna dalla finestra sente il frastuono di un altro aereo che porta altri eletti nelle lande del futuro, una nostalgia per qualcosa che non accadrà mai le morde lo stomaco ma la preferisce comunque alla voce cantilenante del concorrente in televisione e le fa orrore quell’accento che sa di casa, di vicini invadenti, di congiuntivi sbagliati, di pensieri ingenui, l’ignoranza che avanza come una piccola macchia che più la sfreghi e più si espande e ti rovina il vestito, ti deturpa il viso in un’espressione di umiliazione. Basta, spegni, vorrebbe urlare ma il buonsenso, il buonsenso.

Nella cabina armadio Antonia ha messo da parte tutti gli abiti, le borse, le giacche a quattro bottoni e ora rigira tra le mani una sola dell’ultimo paio di scarpe con il tacco, la pelle liscia le fa sembrare tutto pulito e in ordine se chiude gli occhi, tutto suo, tutto possibile. Non riesce a trovare l’altra anche se l’aveva poggiata sul comodino solo un paio di minuti prima, si guarda intorno, la coda di Ugo, il loro bassotto, spunta tra i sacchi neri ricolmi e tra le zampe e i denti l’altra scarpa; lo rincorre, Antonia ha negli occhi una collera che il cagnolino non riconosce e se ne spaventa, indietreggia, indietreggia più che può restando in piedi sulle due zampe posteriori e attaccato alla parete fredda lascia che la scarpa gli scivoli dalla bocca, si arrende alla perdita poi Antonia una volta recuperata gliele martella in testa per due volte, sarebbe andata avanti se non avesse visto negli occhi di Ugo un terrore che l’ha fatta vergognare e lascia che scappi via a consolarsi altrove, a cercare un altrove di consolazione in cui potersi rifugiare insieme. Ventisei anni come di piombo, prende le due scarpe e scende in giardino. Mara ha chiuso i suoi sacchi e se ne sta ferma sul letto ad aspettare, è la minore e non prova alcun sentimento nel lasciare andare, nessuna paura di scoprire gli effetti di una perdita. Ha deciso che dopo il buonsenso correrà ad abbracciare sua madre. Giovanna nella sua stanza si piega al pianto.

Antonia in giardino in ginocchio, con le scarpe accanto, gratta la terra con le dita, gratta gratta, non sente il dolore, Non si prenderà ogni cosa il buonsenso, non si prenderà me e spinge le scarpe nella piccola fossa che richiude velocemente. Ha le unghie sporche di terra, così sporche da convincersi che se anche non sopravvivranno le scarpe resterà quella terra a ricordarle. Ugo l’ha seguita, la guarda da lontano spaventato, Antonia lo vede e allarga le braccia per dirgli di avvicinarsi e il cane le corre incontro, le stringe le zampe al collo tremante, le lecca le guance e il naso, le orecchie, così tanto che quasi non sente i volontari del buonsenso che suonano al campanello di casa ma sente invece il cuoricino di Ugo batterle tra le mani e sente il suo cuore che prende lo stesso ritmo e lo stringe. I loro cuori. E i cuori degli altri? I cuori degli altri. E i nostri cuori? I nostri cuori?








pubblicato da m.cerino nella rubrica racconti il 1 gennaio 2020