Le vespe di Giuseppe Bartolini

Carla Benedetti, Antonio Moresco



Una nuova mostra di Giuseppe Bartolini si inaugura a Pisa il 7 dicembre prossimo alle ore 18 nella saletta Allegrini, in Borgo Stretto 47. Resterà aperta fino al 29 febbraio 2020. Raccoglie disegni degli ultimi due anni, tutti raffiguranti vecchie Vespe Piaggio. Qui sotto il testo che Antonio Moresco ha scritto per il catalogo della mostra pisana.

Altri quadri di Bartolini sono esposti in questo periodo anche alla mostra collettiva “La metacosa”, alla Galleria Ceribelli di Bergamo, dal 7 dicembre all’11 aprile 2010. Qui l’ articolo di Vittorio Sgarbi che parla della mostra di Bergamo.

(Alla pittura di Giuseppe Bartolini, il “Primo amore” ha dedicato negli anni altri contributi : di Carla Benedetti, Bestiario, testo scritto per il catalogo di una mostra del 2006, e una conversazione con il pittore; di Antonio Moresco, Perché? e una scheda per la Biennale di Venezia del 2011.)

***

Antonio Moresco, prefazione al catalogo Giuseppe Bartolini, La vespa. Disegni 2017-2019

“Mi sono messo a disegnare con le matite colorate…” mi ha detto Beppe Bartolini l’ultima volta che ci siamo visti, nella sua casa di Pisa, minimizzando quello che stava facendo e quasi scusandosi.

Poi mi ha fatto vedere alcuni dei disegni che sono poi confluiti in questa mostra e in questo catalogo. E io sono rimasto incantato per come, attraverso una sottrazione, con gli umili strumenti delle matite, senza lo sfarzo dell’olio, senza i suoi gialli vermeeriani, i suoi colori limite e i suoi impasti, aumentando l’opacità di contorni e forme, sia riuscito a rendere se possibile ancora più elementari e pure le sue indimenticabili apparizioni, le sue lamiere sagomate come i nostri volti e le nostre anime.

In questa serie di disegni che si susseguono uno dopo l’altro sempre uguali a se stessi eppure spiazzandoci ogni volta non c’è solo unità di soggetto, come nelle precedenti opere di Bartolini, c’è un ulteriore aspetto unificante: protagoniste assolute di questi veri e propri ritratti sono infatti le Vespe. Cioè quelle strane creature dalle forme femminili rotonde e materne e dai grandi glutei che corrono su due ruotine, che hanno avuto e hanno tanta parte nelle nostre vite e nel nostro immaginario e che qui sono colte nel loro momento di massimo sfacelo, della loro massima bellezza e del loro grido.

Mi è già capitato di scrivere ciò che penso di questo pittore, presentando un suo dirompente cofano arrugginito di maggiolino Volkswagen alla Biennale di Venezia di alcuni anni fa e anche in altre occasioni. E cioè che è un pittore di visione, un pittore religioso, un pittore sacro, che le sue sono icone del nostro tempo, scovate tra le forme contorte che abbiamo violentato e poi gettato nelle discariche e che qui sono elevate ed elette a emblemi e anima del nostro tempo in questo momento di fine o di passaggio di specie. Che è un pittore inattuale, un pittore-pittore. Che le sue carcasse mute e urlanti hanno a che vedere con le crocifissioni e le deposizioni dipinte dai maestri antichi.

Che è un pittore pieno di pietà, di silenziosa dedizione e coraggio. Che coglie le sue creature in una zona di confine tra la vita e la morte e tra la morte e la vita, come ha sempre fatto la grande pittura. Che segue le sue creature fin nelle loro estreme metamorfosi mostrandone la loro radicale e nuda bellezza nell’ora della solitudine ultima e del martirio. Che in lui c’è l’arte di un maestro del Quattrocento e l’inquadratura stretta del cinema. Che è il pittore della ruggine e della luce, il cantore della ruggine che avvolge ed evidenzia ogni cosa nel tempo e nella luce, perché i colori sono la ruggine della luce, perché il tempo è la ruggine della luce, perché il tempo è la ruggine dell’eternità, perché la luce è la ruggine dell’eternità.

Quando le giovani Vespe appena nate escono dalla fabbrica sono tutte uguali: belle, immacolate, colorate, cromate, lucenti. Poi, a poco a poco, si differenziano le une dalle altre, diventano riconoscibili, ciascuna acquista una sua particolare fisionomia, come i diversi volti delle persone. Qui le stesse creature sono colte nella loro ultimativa e lacerante verità, quando il nostro sguardo non le vede più, non vuole più vederle, le ha allontanate da sé e confinate in zone invisibili e separate dove viene nascosto ciò che è stato oltrepassato e scartato, e solo l’occhio, il cuore e la mente del pittore non le abbandonano ma continuano ad accompagnarle, a sostenere il loro sguardo e a guardarle in faccia e ad amarle, anche per tutti noi. Il loro colore è scrostato o completamente abraso, ci sono delle scorticature, degli squarci, dei tagli, dei buchi, delle zone dove la ruggine è indistinguibile dalla forma ma dove l’angolazione e la luce riescono ancora a strappare da queste creature fredde e ardenti bagliori e riflessi estremi. E così ne esce l’anima. Queste masse di lamiera cancellate ma irriducibili hanno la scontornata e sconvolgente evidenza materica di un Cristo morto adagiato nel suo sepolcro e in attesa di resurrezione. Qui la pietra scartata dal costruttore è diventata testata d’angolo. Queste carcasse oltraggiate, ossidate, corrose, sfondate e fasciate da una creativa ruggine ci stanno dicendo cosa stiamo facendo e cosa abbiamo fatto non solo a loro ma anche a noi stessi e al mondo. Ci stanno guardando in faccia, stanno guardando dentro la nostra anima. E allora proviamo anche noi a guardarle in faccia, a una a una:

C’è quella di colore livido, scuro, scortecciato, graffiato, dalla ruota e dal manubrio girati e fissi, come per una paresi facciale.

C’è quella senza manubrio, senza fanale, un’apparizione chiara, accarezzata e corrosa da una dolce ruggine.

C’è quella frontale, dalle lamiere accartocciate, colta in una tormentosa torsione, perché queste apparizioni -con mossa d’artista- vengono rese parlanti e urlanti attraverso continui spostamenti di prospettiva e di sguardo, sono viste da un lato, dall’altro, dall’alto, dal basso, di tre quarti, frontali, come nella grande ritrattistica del passato.

C’è una Vespa triciclo, con la cabina di guida in ombra, la fuga rinascimentale di luce attraverso il lunotto posteriore sfondato, vista leggermente dal basso, dal muso scorticato, monumentale.

C’è quella vista dall’alto, chiara, quasi completamente intatta nel suo dolce sudario di ruggine.

C’è quella girata di lato, senza più ruota, senza fanale, come se si fosse lasciata alle spalle tutto il resto per potersi lanciare ancora più forte verso chissà dove, con la sua sagoma scolpita dalla ruggine.

C’è quella col manubrio mozzo.

C’è quella frontale, chiara, dall’orbita vuota.

C’è quella dalla forte ombra proiettata dal manubrio contro la lamiera corrosa del paraginocchia, come in altre di queste figure immobili e oltrepassate ma che ci oltrepassano, perché si vede che anche i morti proiettano la loro ombra, né più né meno che i vivi, perché si vede che i morti sono la stessa cosa dei vivi.

C’è quella frontale, dal manubrio sottile, dinamico. (Accidenti, questa qui ci sta venendo addosso! Se non ci spostiamo ci investe!)

C’è quella vista dal basso, di tre quarti, coi suoi bagliori di metallo e ruggine, come uno scudo primordiale che si erge di fronte a noi. C’è quella vista dall’alto, che sta facendo il gesto di correre in discesa. Le è rimasto persino il sedile, anche se non c’è più nessuno sopra. Chissà dove sarà adesso chi un tempo la guidava o credeva di guidarla? Chissà se sarà altrettanto vivo della sua antica cavalcatura?

C’è quella che erompe diafana dal bianco dello sfondo, senza più il manubrio, senza più la ruota, dove non c’è più niente e però c’è tutto, c’è solo questa straziante torsione del busto e del parafango anteriore che ruota in direzione opposta, verso di noi, come per un’invocazione estrema.

C’è quella girata di lato eppure a suo modo frontale, attraversata anche lei da ruggine e ombra. La cancellazione e la sfocatura di parte della ruota sembrano suggerire l’idea che stia ancora sfrecciando.

C’è infine quella col manubrio completamente girato. Ha sterzato di colpo per non venire a sbatterci contro, adesso si sta allontanando da noi a grande velocità, diretta verso chissà dove, in qualche regno luminoso e segreto, nel Valhalla dove si ritrovano tutte le cose che abbiamo creduto di oltrepassare e tutte le presenze prodigiose e gli invitati d’onore che nessuno stava più aspettando e i sortilegi evocati dall’arte nel corso della luce e del tempo.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica terrestri il 11 dicembre 2019