Allo scoperta dello yoga tibetano con Ian Baker

Silvio Bernelli



Più che un libro, un viaggio nell’universo misterioso dello yoga tibetano. Questo in sintesi il volume in grande formato Lo yoga tibetano - Principi e pratiche, scritto dall’antropologo ed esploratore Ian A. Baker e pubblicato da Einaudi nella traduzione di Carmen Simioli (pp. 291, 40 €).

Il libro sintetizza gli insegnamenti disseminati in decine di testi del Buddhismo Vajrayana, il Buddhismo tantrico, scritti nei secoli. Un immenso patrimonio di conoscenze messo a sistema da generazioni di grandi maestri e pensatori soprattutto in Tibet. Una terra che, dopo l’invasione degli anni ’50 del secolo scorso è parte integrante della Cina, ma che - grazie all’isolamento geografico favorito dal massiccio himalayano - ha costituito un mondo a parte nella storia dell’uomo. Il luogo è da sempre laboratorio di alcune delle tecniche di meditazione e scoperta del Sé più avanzate.

Lo yoga tibetano raccoglie parte dell’immenso corpus di pratiche e insegnamenti che nell’antichità ha preso le mosse dallo yoga vedico più conosciuto, quello di origine indiana, ma che poi si è sviluppato in modo originale sotto il grande mantello del Buddhismo tantrico. Tutto questo per avvertire i praticanti yoga occidentali: inutile cercare nel libro di Baker approfondimenti su Patanjali e i testi medievali dello yoga come Gheranda Samitha e Shiva Samitha. Ce n’è giusto qualche accenno.

Qui, accanto a tecniche di controllo dell’energia e della respirazione affini a quelle per cui l’Hatha Yoga, lo "yoga dello sforzo" di oggi è famoso, si parla di pratiche esoteriche come la creazione del Tummo, il calore interiore che i maestri yogin sono in grado di sviluppare attraverso la postura e la concentrazione; della consapevolezza da sviluppare durante il Bardo, la fase di passaggio tra la vita e la morte; delle pratiche tantriche nelle quali il rapporto sessuale ritualizzato non è che la realizzazione dell’unione tra tutte le cose e persone tipica di molte discipline orientali.

E poi ancora Baker guida il lettore alla scoperta delle "cadute" yogiche, del sonno lucido, degli antichi rituali psichedelici, di visualizzazioni mostruose nel senso letterale della parola, della forma intensa di meditazione chiamata Tögal e altre tecniche parimenti misconosciute.

Nota importante. Il linguaggio dell’autore e la necessità di sintetizzare temi complessi, processi meditativi e tecniche che giustamente conservano passaggi segreti - trasmissibili soltanto direttamente da maestro ad allievo -, rendono Lo yoga tibetano leggibile soprattutto a chi dello yoga ha già una certa esperienza.

Al lettore semplicemente curioso che può trovarsi impigliato nel ginepraio di pratiche del libro, corre però in soccorso un corredo di immagini scelte con cura. Si tratta di riproduzioni fotografiche di opere d’arte antica provenienti dai musei di ogni parte del mondo e dai più remoti monasteri, sculture incise direttamente nella roccia, oggetti rituali inconsueti come la mazza da tamburo fatta con un femore.

Accanto a questi scatti ci sono poi quelle realizzati direttamente da Baker nelle sue numerose esplorazioni in Tibet e Bhutan. I soggetti sono anziani maestri tantrici o giovani praticanti intenti a ripetere "dal vivo" le medesime posture raffigurate in illustrazioni vecchie di secoli.

Ed è alla fine anche grazie a questa scelta editoriale che il libro di Baker centra l’obiettivo di accompagnare il lettore in un viaggio tra curiosità e sorpresa alla scoperta dello yoga tibetano; misconosciuto e, proprio per questo, affascinante.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica libri il 10 dicembre 2019