La Signora dei tulipani

Mauro Ruggiero



A Praga, sulla collina di Petřín, la luce pomeridiana penetra a fatica i rami ingialliti dei tigli, che silenziosi stendono un tappeto di foglie pallide davanti alle porte invisibili dell’inverno. Apro a caso un vecchio libro tenendolo tra le mani davanti a me, appoggiato al vetro della finestra, e istintivamente avvicino il naso a quelle pagine che emanano un profumo di giornale dimenticato che assomiglia a erba di campo e vaniglia.

Ritorno all’inizio per cominciare la lettura, e tra la carta della prima e la seconda pagina ritrovo dei petali essiccati di tulipano. D’improvviso mi ritornano in mente il momento preciso di quando ve li riposi ormai più di dieci anni fa, e quella storia a cui è legata una promessa che ora è giunto il momento di mantenere.

La vidi per la prima volta in un giorno piovoso di ottobre, vicino alla fermata del tram sulla via Jindřišská. Ero andato all’ordine dei giornalisti per rinnovare l’iscrizione, e uscito dalla sede, mentre camminavo sul marciapiede con la testa immersa nei pensieri, la scorsi in piedi sul lato sinistro della strada, immobile, tra la gente che le passava accanto distratta.

Era un’anziana minuta dai capelli bianchissimi, stretta nelle piccole spalle appena ricurve sotto il peso degli anni. Vestiva una gonna lunga grigia di panno pesante e un maglione turchese, con uno scialle che le cingeva il collo e le scendeva scomposto sul busto. Aveva in mano due fiori colorati avvolti in una carta di giornale, e attendeva così che qualcuno si fermasse a comprarli, in quel via vai di persone che sembravano non accorgersi di lei.

Le passai accanto guardandola per un attimo in volto, poi allungai il passo giacché la pioggia cominciava a cadere più fitta dal cielo che avvolgeva la città in un abbraccio color cenere. Decisi che mi sarei riparato da qualche parte vicino a Piazza Venceslao per mangiare qualcosa e attendere che spiovesse. Feci un centinaio di metri ed entrai in uno dei ristorantini vietnamiti della zona che a quell’ora pullulano di impiegati in pausa pranzo dagli uffici intorno.

Nel bistrò c’era un odore intenso di coriandolo e verdure cotte ma, una volta entrato, mi fermai di colpo pensando a quell’anziana che forse era ancora lì ad aspettare sotto la pioggia. Cercai di convincermi che, senz’altro, se n’era già andata via, si era riparata da qualche parte, e che non avrei dovuto di certo preoccuparmi io per lei. Inoltre mi attendeva di lì a poco un pomeriggio carico di lavoro, e il tempo per mangiare qualcosa era poco.

Mi avvicinai al banco per ordinare, ma nella mente mi tornò l’immagine di quella vecchietta e provai un sentimento di pena. Uscii dal bistrò e ripercorsi in fretta la strada a ritroso sotto il temporale battente. La trovai seduta sotto la pensilina del tram, rannicchiata sulla panchetta di metallo con in mano quella carta ormai disfatta che avvolgeva un tulipano rosa e uno arancione sgualciti dalla pioggia.

I suoi vestiti erano completamente bagnati. Doveva aver atteso fuori molto prima di ripararsi sotto quella tettoia. Mi approssimai a lei e mi chinai per poterle parlare. Quando si accorse di me sollevò piano la testa e mi fissò intensamente con occhi catatonici. Per alcuni secondi rimasi magnetizzato da quelle iridi immobili di un blu intenso, che mi trasmisero una sensazione di straniamento profondo. Si dice che gli occhi siano lo specchio dell’anima, forse è vero, ma in quelli l’anima sembrava assente, o forse si era nascosta, rintanata in se stessa come un animale ferito.

Le sorrisi, le dissi che volevo comprare i suoi fiori e chiesi il prezzo. La donna attese qualche secondo, poi, senza smettere di fissarmi, biascicò qualcosa in un tono quasi impercettibile. Le feci di nuovo la domanda, questa volta più lentamente, ma lei continuava a guardarmi con quello sguardo vuoto e inespressivo, senza proferire parola.

Presi una banconota da cento corone e gliela porsi con gentilezza. Lei sollevò il braccio e tese verso di me i tulipani, senza smuovere di un millimetro le sue pupille di azzurro intenso.

Mi alzai da quella posizione e indietreggiai di qualche passo senza volgerle le spalle, indeciso sul da farsi. Dove abitava quella donna? Aveva una famiglia ad accudirla? Qualcuno si prendeva cura di lei? Facevo questi pensieri mentre l’anziana era sempre lì, imbambolata, con lo sguardo perso nel vuoto. Il trillo del tram in arrivo mi riportò allo scorrere del tempo. Guardai l’orologio, mancavano pochi minuti a un appuntamento di lavoro importante al quale sarei arrivato sicuramente tardi. Dovevo avvertire i colleghi che avrei fatto ritardo, ma la batteria del mio telefono era totalmente scarica. Rivolsi ancora uno sguardo alla vecchietta, le sorrisi e la salutai con un cenno della testa prima di salire su quel tram che, chiuse le porte, ripartì.

Salii di corsa le scale fino al terzo piano. Quando la segretaria mi vide, trafelato e con i vestiti bagnati, mi sussurrò che l’inserzionista mi stava attendendo e che il capo redattore era nervoso a causa del mio ingiustificato ritardo. Feci un respiro profondo per ricompormi, diedi alla ragazza quel mazzettino di fiori, ed entrai nella sala riunioni del giornale.

Nei giorni seguenti ripensai spesso alla signora dei tulipani che per qualche strana ragione continuava a riaffiorarmi alla mente. Decisi di ritornare su quella strada per vedere se era sempre lì a vendere i suoi fiori. Li avrei comprati e sarebbe stato per me un modo perfetto per fare a quella donna della beneficienza discreta. Nel corso delle settimane successive mi recai varie volte sulla via Jindřišská, in diversi orari, e scoprii che la tenera nonnina era lì ogni mercoledì, giovedì e venerdì poco prima dell’ora di pranzo. La dinamica era sempre la stessa: arrivavo, la salutavo, le porgevo una banconota da cento corone e lei mi dava quell’unico mazzetto di due tulipani colorati che aveva con sé, senza mai dire nulla, fissandomi per un po’ con quegli occhi azzurri e vitrei finché non me ne andavo. A volte non la trovavo, forse perché non sempre stava bene in salute, o perché qualcuno prima di me le aveva comprato quei fiori. Provai più volte a parlarle per capire se avesse in qualche modo bisogno di aiuto, ma senza nessun risultato. La donna doveva soffrire di qualche disturbo psichico che le impediva di comunicare e così, dopo qualche tentativo, ci rinunciai per timore di metterla in imbarazzo.

Tereza, la segretaria di redazione, dovette pensare che mi ero segretamente innamorato di lei, visto che ormai le portavo fiori quasi ogni giorno. Ma, d’altra parte, non riusciva a spiegarsi come mai, a questo mio gesto galante, non seguisse mai un proposta concreta, un invito a cena, o anche solo una conversazione su temi diversi da quelli ordinari riguardanti il lavoro. Mi resi conto della cosa quando dopo un po’ prese lei l’iniziativa e cominciò a scrivermi messaggi potenzialmente pericolosi vista la sua situazione coniugale che la vedeva ingabbiata in un matrimonio infelice dal quale avrebbe fatto qualsiasi cosa pur di liberarsi. Fui allora costretto a spiegare la situazione e a raccontare così la storia della vecchietta dei tulipani, anche agli altri colleghi a cui i miei continui omaggi floreali alla segretaria non erano passati inosservati.

Le cose seguirono così per alcuni mesi. Tre giorni a settimana mi recavo a comprare i fiori da quella donna che aveva sempre un unico mazzettino di due steli avvolti nella carta di giornale che, evidentemente, a parte me, quasi mai nessuno comprava. Un giorno d’inverno particolarmente freddo, nel vederla mal vestita e intirizzita, provai più pena del solito. Presi una banconota da duecento corone e gliela allungai in cambio dei fiori. Ma quando la vecchietta la vide non fece il solito gesto di porgermeli. All’inizio non capii, poi compresi che non accettava i soldi perché erano troppi, e mi diede i tulipani solo quando sostituii la filigrana con la faccia di Comenio, con quella di metà del suo valore con impresso il volto dell’Imperatore Carlo IV. Cercai allora di dirle che se avesse portato più fiori, magari altri mazzettini come quello, li avrei comprati. I miei colleghi, infatti, a conoscenza della storia, avrebbero accettato di buon grado di acquistare ogni tanto qualche fiore per aiutarla. Ma tutto fu vano. Il mazzo di fiori che la nonnina portava era sempre uno e uno solo.

Facevo varie speculazioni per cercare di capire qualcosa di più sulla vita di quella donna. Pensai che era strano che avesse tulipani anche d’inverno, un fiore che in condizioni naturali cresce solo per un paio di mesi all’anno. Quindi, non solo doveva coltivarli in qualche spazio al chiuso, ma doveva essere anche brava nella tecnica di coltivazione. Inoltre, vendendone sei a settimana e tenendo conto del tempo necessario ai fiori per crescere, questo processo doveva essere praticamente continuo. Era arrivato il momento di vederci più chiaro in tutta quella storia. Così, spinto dal desiderio di fare qualcosa di più per aiutarla, e forse anche per soddisfare un istinto di curiosità, un venerdì, verso le undici e trenta, andai a sedermi nel caffè dall’altra parte della strada, di fronte alla pensilina del tram dove la donna era solita posizionarsi. Ordinai un tè e attesi paziente il suo arrivo.

In effetti, poco prima di mezzogiorno, la vecchia arrivò, si sistemò al solito posto ed estrasse da una busta di panno che portava con sé il mazzetto di fiori. La osservai per un po’. Rimase in piedi in attesa, immobile, con lo sguardo perso nel vuoto e quei fiori in mano. Dopo qualche minuto le si avvicinò una ragazza, forse una studentessa. Vidi che la nuova arrivata le diceva qualcosa, ma il volto della vecchia rimaneva impassibile. La giovane aprì il portafogli e le porse delle monete che l’anziana prese con un movimento lento della mano. Una volta impugnati i fiori, la ragazza sorrise e, prima di andare via, fece una carezza sulla guancia di quella che poteva essere sua nonna. Ora che aveva venduto la sua merce sarebbe andata di certo via - pensai -, e io ero intenzionato a seguirla. Pagai il conto e mi preparai per uscire senza perdere di vista l’anziana che, nel frattempo, si era mossa di qualche metro vicino alla pensilina. Quando uscii rimasi vicino alla porta per non farmi vedere, poi arrivò un tram che mi occultò la visuale per il tempo di salita e discesa dei passeggeri, ma a sosta finita, quando ripartì, la vecchia non c’era più. Aveva preso il n. 24, ma per scoprire di più avrei dovuto attendere la settimana seguente. E così feci.

Il mercoledì successivo presi un giorno libero dal lavoro, andai su quella strada e quando la donna arrivò comprai subito i fiori. Ma questa volta, invece di proseguire, mi allontanai solo di qualche metro posizionandomi più indietro rispetto a lei, tra la gente in attesa dei mezzi pubblici. La signora rimase lì ferma per qualche minuto, poi salì sul 24, e io feci lo stesso entrando però nel secondo vagone per tenerla d’occhio senza farmi vedere. Dopo circa venticinque minuti scese vicino alla fermata di Kobylisy.

Ovviamente feci lo stesso anch’io tenendomi sempre a una certa distanza. Salì poi su un altro tram, forse il 10, e così io. Il mezzo arrivò al capolinea dopo altri dieci minuti circa di corsa, tra i palazzi di epoca comunista della grigia periferia praghese. Scendemmo, ma il viaggio non era ancora finito. Dopo un paio di minuti arrivò un autobus sul quale salì un piccolo gruppo di persone tra cui noi. Il bus percorse lento la strada che attraversava tratti di campagna e gruppi sparuti di case in quella parte estrema della città, per fermarsi ancora un paio di volte, fino al capolinea, nel distretto municipale di Praha-Ďáblice.

Scese a fatica dalle scalette alte del mezzo, poi attraversò la strada ed entrò in un piccolo negozio di alimentari, di quelli gestiti dai vietnamiti, con dentro tanta merce ammassata in poco spazio. Ne uscì con in mano una busta trasparente con dentro del pane e della verdura. Io la seguivo camminando dall’altra parte della strada. La donna si infilò in una stradina laterale costeggiata da case singole intervallate a piccoli giardini. La percorse per qualche decina di metri, prima di fermarsi davanti a uno di quei fabbricati bassi a due piani in cui entrò chiudendosi piano la porta alle spalle.

Ora sapevo dove abitava la signora dei tulipani.

Quell’anno l’inverno non finiva mai. A marzo faceva ancora molto freddo e i giorni di sole erano un’eccezione alla monotona luce del cielo marmoreo. L’andare a comprare i fiori era ormai una prassi consolidata a cui entrambi ci eravamo abituati. Un giorno giunsi lì prima del solito. La donna non era ancora arrivata e mi sedetti sotto la pensilina ad attenderla. Quando scese dal tram e vide che ero già lì, mi tese i fiori con un movimento lento del braccio e come mai era accaduto prima, mi fece quello che mi sembrò e volli interpretare come un sorriso. Quella mattina, quel gesto insolito mi fece particolarmente felice, e tornai a lavoro di buon umore. Quel giorno portai i fiori a casa e li misi in un vaso nella mia stanza. Il giorno seguente andai all’appuntamento tri settimanale con la vecchina, ma quella volta la donna non c’era. Pensai che era stata fortunata e che forse qualcuno le aveva comprato subito i fiori. Non ci feci molto caso e andai in ufficio. La donna, però, non si presentò neanche il giorno seguente, così come non venne nei tre giorni della settimana dopo e di quella successiva. Pensai che forse si era improvvisamente ammalata e questo pensiero mi rattristò.

A maggio la morsa del freddo aveva finalmente concesso una tregua alla città, e il cielo riviveva già di quella luce azzurro pastello che si amalgamava con l’aria tiepida e il profumo di vegetazione diffuso. La vecchia dei tulipani non si presentava più ai nostri appuntamenti mattutini ormai da più di due mesi, e io mi ero rassegnato all’idea che forse aveva lasciato per sempre la dimensione terrena. Ebbi un’ulteriore conferma della mia supposizione dai gestori del caffè di fronte alla fermata del tram, che in estate ormai inoltrata, mi testimoniarono che da tempo, ormai, non si vedeva più da quelle parti. La cosa mi amareggiò, certo, ma in fondo ero felice per quell’ultima volta che l’avevo vista, in cui mi aveva addirittura sorriso. Di lei conservavo il ricordo di quegli occhi azzurri e i petali di un tulipano che avevo fatto essiccare riponendoli tra le pagine di un libro.

Passarono alcuni anni. Nella mia vita, nel frattempo, erano cambiate molte cose. Mi ero separato dalla mia compagna, avevo lasciato il giornale per il quale ora collaboravo come esterno, e iniziato a viaggiare spesso in Medio Oriente e Asia per lavoro, ma tenendo sempre Praga come base dove tornare regolarmente per riposare e organizzare le mie attività. Un giorno stavo camminando con un’amica su Národní třída, all’altezza del Teatro Nazionale. Avevamo trascorso parte del pomeriggio in una sala da tè e ora la ragazza mi stava raccontando di un libro che aveva letto in cui si trattava del concetto di Sincronicità e delle coincidenze significative in Jung. Da come ne parlava, capii subito che il libro doveva essere una di quelle cose illeggibili New age ma, visto il trasporto emozionale di lei, decisi di limitarmi a esternare curiosità facendo finta di non conoscere l’argomento. Arrivati all’incrocio con Masarykovo nábřeží, la luce del Sole che stava tramontando dietro la collina Hradčany mi abbagliò, e quando distolsi lo sguardo per non esporre le pupille, quello che vidi dall’altra parte della strada mi lasciò di pietra. In piedi alla fermata del tram, non lontano dalle vetrine del Café Slavia, c’era proprio lei, uguale all’ultima volta che l’avevo vista. Con quei capelli straordinariamente bianchi e gli occhi azzurri e profondi, piccola di statura e con le spalle curve. I nostri sguardi si incrociarono. Non poteva essere, eppure, a pochi metri di distanza da me, c’era la signora dei tulipani. Mi fermai di colpo e il mio volto dovette assumere un’espressione di strana meraviglia, visto che la ragazza al mio fianco mi chiese se non avessi per caso visto un fantasma. Le risposi che probabilmente era così e, in modo confuso, provai a raccontarle, per sommi capi e in preda all’emozione, la storia di quella donna che doveva essere morta e che, invece, era lì davanti a noi. Nel frattempo la vecchietta era salita su un tram che dopo un attimo ripartì seguendo la strada che costeggia il fiume.

Quella notte non riuscii a dormire, pensando a quella figura riapparsa dal nulla. Evidentemente non era morta, e la cosa mi rincuorava, ma era tutto davvero molto strano. L’inusuale vitalità con la quale era salita sul tram, nonostante l’età che doveva avere adesso, ma soprattutto quell’espressione del suo viso, molto diversa da quello sguardo perso costantemente nel vuoto che era solita avere. Sembrava tutto assurdo, e così decisi che l’indomani avrei risolto una volta per tutte il mistero della signora dei tulipani. Ero riuscito a prendere sonno per un paio d’ore poco prima dell’alba, ma quel breve riposo era stato turbato da sogni bizzarri e confusi. Mi alzai dal letto deciso a vederci finalmente chiaro in tutta quella storia che forse, a distanza di anni, stava arrivando a un epilogo. Mi vestii in fretta e mi recai alla fermata del tram n.24. In viaggio sui mezzi pubblici rifeci di nuovo quel tragitto, da quell’unica volta in cui avevo seguito la vecchia anni prima. Praga, nel frattempo, era cambiata parecchio. La grigia periferia si era ravvivata di locali alla moda, ristoranti, e molti edifici restaurati che mostravano ora le loro facciate colorate e pulite. Guardavo fuori dai finestrini riflettendo sul trascorrere del tempo e il silenzioso, costante logorio che in questo suo fluire pervade implacabile l’animo e il corpo degli esseri umani.

Nel quartiere di Ďáblice, a Praga 8, le cose sembravano invece rimaste identiche. Come prima cosa andai al negozietto vietnamita, e con la scusa di dover comprare dell’acqua, chiesi informazioni sulla vecchietta. L’uomo dai tratti asiatici dietro il banco non capiva di chi stessi parlando, cercai di descriverla, ma non ottenni nulla. Quella periferia doveva essere piena di persone anziane che non potendo più permettersi un affitto in centro, erano state costrette a trasferirsi lì. Così decisi di non perdere tempo e andare direttamente a casa di quella donna. Percorsi la strada e girai l’angolo immettendomi in quella via di edifici bassi. Arrivato davanti all’abitazione dell’anziana, presi a bussare, prima alla porta, e in seguito, temendo che non sentisse, alla finestra che dava sulla strada. Tutto, però, fu vano. In quel fabbricato sembrava non abitasse più nessuno ormai da tempo. Dopo un po’ dalla casa di fronte si aprì una finestra, e un uomo in canottiera che aveva sentito i colpi alla porta mi chiese chi stessi cercando. Così dopo essermi scusato per il rumore, domandai informazioni su quella donna.

L’uomo rimase in silenzio, poi, quello che mi disse, mi fece gelare il sangue nelle vene. La vecchia che abitava in quella casa era morta da diversi anni. Ero disorientato, e per un attimo pensai di trovarmi ancora in un sogno dal quale mi sarei svegliato a breve per quel meccanismo strano del cervello che per difendersi dal sovraccarico emozionale tollera lo stato onirico solo fino a un certo punto. Ma ciò non accadde. Mi assicurai che stessimo parlando entrambi della persona che andava in centro a vendere i suoi fiori e, in effetti, così era. Per paura di essere preso per matto non dissi che ero certo di averla vista appena il giorno prima, così, controllando il tono della voce, mi limitai a chiedere dove avrei potuto trovare la sua tomba. L’uomo mi guardò con un certo malcelato sospetto, ma mi rispose che era sepolta nel cimitero di Ďáblice lì vicino, e mi diede delle indicazioni precise su come raggiungere il luogo dove riposavano le spoglie di Ema Weinsteinová.

La signora dei tulipani aveva finalmente un nome.

Ci misi poco a trovare la sepoltura. Una lastra di pietra sedimentaria dove si leggevano il suo nome, le date 30 aprile 1927 - 20 aprile 2012, e sulla quale era inciso il disegno semplice di un tulipano. Quest’ultimo dettaglio non lasciava molti dubbi su chi ospitasse quella dimora estrema. Eppure ero più che certo che la donna alla fermata del tram il giorno prima era proprio lei. Ma come era possibile? Forse avevo visto davvero un fantasma. Decisi che non me ne sarei più preoccupato e che avrei dimenticato quella storia una volta per sempre. Che possa riposare in pace per l’eternità, dissi a bassa voce.

Guardai l’orologio, era quasi mezzogiorno. Quella mattina non avevo fatto colazione e così, visto che il mio stomaco brontolava, decisi che sarei tornato in centro per concedermi un buon pranzo. In quel luogo sembrava non esserci nessuno, e si sentivano solo il cinguettio degli uccelli e quell’odore caratteristico, tra il nauseante e il meditativo, tipico di tutti i cimiteri del mondo. Dovevo ripercorrere solo pochi metri per raggiungere l’uscita su quel vialetto in mezzo a croci e pietre tombali, ma quando mi voltai mi sentii mancare le forze e se non svenni fu solo un caso. In un attimo il cuore accelerò all’impazzata, sentii le mani bagnarsi di un sudore freddo e improvviso, e quasi emisi un urlo nel vedere che davanti a me, immobile, con quello sguardo azzurro calato in un volto austero contorniato di capelli bianchi, c’era lei: la signora dei tulipani.

***

Seduti nell’angusto salotto di casa sua, Anežka Weinsteinová versava il tè nelle tazza di ceramica “cibulák”, mentre io le spiegavo il motivo che mi aveva spinto quel giorno a far visita alla tomba di Ema, che ora sapevo essere stata sua sorella gemella. Anežka viveva a poche centinaia di metri dalla casa dove Ema aveva abitato, anche se, come mi raccontò, non si vedevano quasi mai, per via dell’atteggiamento di chiusura verso il mondo che Ema aveva assunto moltissimi anni prima, da quando nel maggio del 1945 era tornata a casa insieme a lei dal campo di concentramento di Terezín.

«Disturbo schizotipico di personalità. Secondo i medici, Ema soffriva di questo», disse la donna, mentre fissava la tazza fumante sul tavolo. «Pare che la medicina moderna abbia un nome per ogni tipo di problema psichico. Dicevano che la chiusura di Ema verso il mondo e il suo strano comportamento, derivavano da un evento traumatico vissuto. Una diagnosi di sicuro corretta, visto quello che mia sorella e io abbiamo attraversato. Eppure nessun medico è ancora riuscito a dare un nome a quel disturbo psichico collettivo, né è riuscito a spiegare come fu possibile quello che accadde a una parte dell’umanità in quegli anni terribili, in cui l’uomo si accanì contro i suoi simili, apparentemente senza una ragione reale».

«Cosa accadde a Lei e sua sorella?», chiesi ad Anežka Weinsteinová che, bevuto un sorso di tè, alzò la testa per fissare un punto del soffitto, prima di iniziare il suo racconto.

«Quando salimmo sul treno insieme a nostra madre, quella mattina di febbraio del 1942, Ema e io avevamo quasi quindici anni. Quella partenza, in un certo senso, fu un sollievo, perché da più di un anno, ormai, la nostra famiglia viveva con la paura costante di essere trasferita da un momento all’altro, così come accadeva giornalmente a famiglie intere di vicini e parenti. Quindi, quando ci consegnarono quella lettera, la vivemmo quasi come una liberazione».
«Vi avevano detto dove stavate andando?», chiesi.
«No, non sapevamo nulla. Partimmo senza sapere dove eravamo dirette, dopo aver fatto in fretta e furia le valigie la notte prima prendendo tutto il possibile. Ma nella comunità le voci giravano e si raccontavano parecchie storie, spesso molto contrastanti tra loro e alcune davvero sinistre. Ogni tanto arrivavano lettere di persone partite prima, ma non potevamo essere sempre certe della loro genuinità. Mia madre, la sera prima della partenza, ci chiamò per parlarci. A quel tempo, nel pieno dell’adolescenza, Ema e io avevamo entrambe i capelli molto lunghi, di un bel castano chiaro, e ne andavamo parecchio fiere. Ma quella sera, senza darci nessuna spiegazione, nostra madre chiese a mia sorella di avvicinarsi, inforcò le forbici e iniziò a tagliarle i capelli fino a farli corti come quelli di un maschio. Mentre tranciava quelle ciocche chiare la sentii piangere, piangeva anche Ema, ma in silenzio, senza avere la forza di chiederle per quale motivo lo stesse facendo. Io guardavo la scena a bocca aperta, senza dire niente. Quando mia madre finì, con gli occhi ancora bagnati di lacrime, ci fece promettere, qualunque cosa fosse accaduta, di non dire a nessuno che eravamo gemelle. Poi ci abbracciò forte.
Nel ghetto di Terezín fummo tra le prime famiglie ad arrivare in una nuova zona che era ancora in costruzione. Impiegarono subito nostra madre come sarta per cucire e rattoppare uniformi di soldati e vestiti da lavoro, mentre mia sorella e io avevamo il compito di coltivare alcune serre dove sarebbero cresciute piante e verdura per il fabbisogno della comunità. La vita nel ghetto fu da subito molto dura. Il cibo non era tanto e si dormiva in camere sovraffollate. Molti si ammalavano e le medicine erano poche, ma nonostante tutto la gente si sforzava di mantenere un clima di relativa armonia. Capimmo subito che non sarebbe stata una vacanza. Chi non seguiva le regole veniva punito molto severamente, qualche volta, per cose ritenute particolarmente gravi, pagando con la stessa vita. Ma si diceva che altri erano stati portati in posti peggiori e che noi eravamo stati fortunati a finire lì. Dunque, subito dopo il desiderio di ciascuno di tornare a casa, c’era quello, in alternativa, di rimanere in quel luogo in attesa che la guerra finisse.
A Terezín incontrammo molti amici e parenti che arrivavano poco a poco da tutta la Cecoslovacchia. Ricordo che di sera si ballava e suonava, si leggeva, si pregava… Insomma, si faceva il possibile per vivere una vita che avesse almeno l’apparenza di normalità. Ma il ritrovarsi con gli affetti e le conoscenze non durò a lungo. Col tempo iniziarono altri trasporti e molte famiglie che erano arrivate nel campo, venivano trasferite non si sa dove con il preavviso di poche ore. Più il tempo trascorreva e più i treni si caricavano di gente che veniva spostata verso Est. L’ansia tornò più forte di prima, così come la paura per una nuova improvvisa partenza, ma la nostra famiglia, non saprei dire il perché, rimaneva sempre lì. Forse perché il lavoro di mia madre era ritenuto molto utile dai soldati e i responsabili del campo, o forse per via dell’attività mia e di Ema che era tanto apprezzata dagli ufficiali, visto che, per qualche strano motivo, le serre che avevamo in cura noi erano sempre le più rigogliose di tutte. Mia madre faceva sempre molta attenzione perché mia sorella e io avessimo capelli diversi, e a chi le chiedeva diceva sempre che io ero di poco maggiore, nascondendo il fatto che eravamo gemelle. Il perché di questa sua ossessione non volle mai spiegarcelo, e il solo chiederglielo la disturbava. Così, col tempo, evitammo definitivamente l’argomento. In realtà, sebbene gemelle, Ema e io eravamo molto diverse, sia per personalità, sia per indole, e dunque non soffrimmo affatto quella situazione. Il proseguire e l’inasprirsi della guerra ebbe come conseguenza un ulteriore drastico peggioramento delle condizioni di vita nel ghetto, ma, nonostante tutto, noi tre ci sforzavamo di andare avanti e condurre una vita il più possibile serena, o almeno di questo ci illudevamo, finché un giorno non accadde qualcosa di imprevisto».

A questo punto l’anziana mutò il tono della voce, bevve un altro sorso di tè e fece una lunga pausa prima di continuare.

«Vivevamo lì ormai da circa tre anni. In quel tempo, se non ricordo male, avevamo da poco compiuto i diciotto anni, e nonostante la cattiva alimentazione e le malattie frequenti, eravamo, a detta di molti, le ragazze più belle del ghetto. Io mi occupavo con la mia squadra delle serre vicine alla Cittadella, mentre Ema di alcuni terreni dalla parte opposta. Ci si incontrava solo di sera, insieme a mia mamma, quando si parlava, si mangiava insieme e ci si raccontava storie con gli altri. Ma da un po’ di tempo, Ema era strana, assente direi, distratta da qualche pensiero che però non condivideva con nessuno. Andava a letto più presto del solito e non parlava mai di quello che aveva fatto durante il giorno, al contrario di prima. Passava molto tempo a scrivere un diario che teneva nascosto e non mostrava mai a nessuno. In seguito a una brutta polmonite che mi colpì all’inizio della primavera, dovetti rimanere a letto per diverse settimane, e in alcune notti trascorse insonni, mi accorsi che mia sorella usciva ogni tanto di nascosto quando tutti dormivano. Insospettita da questo suo comportamento iniziai a tenerla d’occhio. Notai che queste sue evasioni notturne si verificavano con una certa regolarità. Ema lasciava il dormitorio e ritornava dopo una o due ore, facendo di tutto perché nessuno se ne accorgesse. Una notte, quando mi ero già completamente ripresa, decisi di seguirla, e quello che scoprii, oltre a lasciarmi senza parole, spiegava fin troppo chiaramente a cosa era dovuto quel suo repentino cambiamento.
Ema aveva una relazione con un giovane soldato tedesco di stanza nel ghetto.
Si incontravano nei pressi di un edificio isolato nella parte Ovest del campo. Quando li vidi capii subito cosa stava accadendo, e tornai al dormitorio per non essere vista, terrorizzata dall’idea che se questa storia fosse stata scoperta, sarebbe finita molto male per tutti. Il giorno dopo mi finsi di nuovo malata e quando mia sorella si svegliò per andare a lavoro, rimasta sola nell’edificio, presi il suo diario nascosto e lessi tutto. Sapevo bene che quello che stavo facendo era discutibile, ma grazie a ciò potei salvarle la vita.

Lui si chiamava Albert Tulp, ma lei lo chiamava “il mio tulipano!”. Aveva diciannove anni ed era stato assegnato temporaneamente al campo come scorta di un alto ufficiale delle SS in missione. Albert parlava ceco ed era entrato in contatto per la prima volta con Ema nei pressi dell’area dove lei lavorava. Man mano che leggevo, il mio animo si colmava di rabbia e stupore per il fatto che mi sorella si fosse innamorata di un nostro aguzzino, ma leggendo quelle parole d’amore intense sul suo diario, mi commossi, perché mi resi conto, per la prima volta, quanto quella prigionia – solo allora ammisi a me stessa che si trattava di una segregazione – stava togliendo e negando alle nostre vite di normali adolescenti. Quell’amore disperato a cui Ema si era aggrappata era un grido di vita e di libertà, una ribellione all’assurdità e alla crudeltà di cui sono capaci gli esseri umani verso i loro simili. Quelle parole, quei desideri, quelle descrizioni di attimi intensi, di intimità profonda, suscitarono in me sentimenti contrastanti che andavano dall’invidia per quello che mia sorella stava vivendo, alla compassione, alla gioia per lei, alla rabbia, al terrore. E leggendo quelle pagine piansi come non avevo mai fatto prima. Fu come svegliarsi improvvisamente da un lungo sonno, aprire gli occhi per la prima volta su una assurda, insensata, tragica realtà che quotidianamente ci privava poco a poco dell’anima.
Poi lessi quello che non avrei mai voluto leggere.
Albert ed Ema stavano pianificando di fuggire da Terezín e la fuga era ormai imminente. Albert aveva saputo che il prossimo sabato sarebbe rientrato in Germania per fare da scorta all’ufficiale che stava lasciando il campo. Quella era per lui una fortuna immensa, perché altri suoi commilitoni sarebbero invece stati mandati a morire di lì a poche ore, in qualcuna di quelle missioni disperate e suicide sul fronte, ormai a pochi chilometri, per tentare di fermare l’avanzata russa verso la Germania, in una guerra irreparabilmente persa per l’Asse. Ma Albert sapeva anche che andando via non avrebbe mai più rivisto Ema, e così avevano deciso di approfittare della confusione di quelle ore, per scappare insieme. La fuga era stata pianificata per la notte di venerdì. Lessi come Ema avesse provato disperatamente a convincere quel ragazzo a mettersi in salvo e approfittare di quel colpo di fortuna che gli era capitato, e di come lui avesse risposto che piuttosto che partire senza di lei, avrebbe preferito mille volte morire. Quelle parole d’amore estremo mi fecero piangere ancora, fino a prosciugare tutte le lacrime che non sapevo di avere dentro. Anche Ema aveva delle riserve nel lasciare me e nostra madre nel campo, ma scriveva che sarebbe tornata presto a prenderci per ritornare tutti insieme a casa, a guerra finita. Come potevo evitare che facessero una follia simile, una follia che sarebbe costata loro sicuramente la vita? Scappare in quei giorni sarebbe stato un vero e proprio suicidio. Ammesso di riuscire prima di tutto a eludere la sorveglianza del campo pieno di cani, soldati e filo spinato ovunque, avrebbero dovuto poi evitare le postazioni e le pattuglie dei tedeschi presenti in zona, e se anche vi fossero riusciti, si sarebbero sicuramente imbattuti nei soldati dell’Armata Rossa che ormai erano a pochi chilometri da Terezín. All’inizio pensai che avrei dovuto parlarne con mia madre per convincere Ema a non andare, ma il rischio che la situazione precipitasse era troppo alto. Così decisi di agire da sola.

Quel venerdì 4 maggio del 1945, nel ghetto c’era grande agitazione. Ricordo che era arrivato molto personale della Croce Rossa portando viveri e medicine per i tanti malati. Si sentivano boati terribili e spari sempre più vicini. La guerra, ormai, aveva dato il suo verdetto e questo era infausto per la Germania. Qualche alto ufficiale aveva già lasciato la postazione, qualcuno era addirittura scappato evitando di dare troppo nell’occhio, ma tra la gente le notizie correvano veloci e si diceva che a giorni, forse a ore, sarebbero arrivati i russi. Ricordo che quel giorno Ema era particolarmente nervosa, e io sapevo bene perché. Al tempo avevo legato con due ragazze più o meno della mia età: Helga e Alice. Helga lavorava nella sartoria con mia madre, e in più era una delle volontarie che gestivano la biblioteca del ghetto, mentre Alice prestava servizio in infermeria. Sapevo che avrei potuto fidarmi e chiesi loro aiuto in quel mio folle piano per salvare la vita di mia sorella.
La sera, subito dopo cena, dissi a Ema di venire con me in soffitta per assistere a uno di quegli spettacoli che di tanto in tanto qualche artista preparava per alleggerire l’umore della comunità. Ema non voleva, ma la pregai tanto dicendo che sarebbe durato poco e che quell’artista era davvero straordinario. Salimmo le scale e una volta entrate in quello spazio vuoto sotto il tetto, che durante gli spettacoli si riempiva di gente, apparvero Helga e Alice. Grazie all’esperienza di Alice riuscimmo in tre ad imbavagliare e legare mia sorella con delle lenzuola e dei lacci presi dall’infermeria. Poi chiesi loro di rimanere lì a sorvegliarla e tranquillizzarla, mentre io mi preparavo alla seconda e più delicata parte di quella missione che mi ero assegnata.
Presi in prestito le forbici da sarta di mia mamma e, uscita fuori dall’edificio dove alloggiavamo, sotto la luce soffocata di un lampione e davanti a un piccolo specchio rotto, mi tagliai i capelli, corti come quelli di mia sorella gemella. Li sotterrai in una buca lì accanto, e nel vederli a terra, macchiati di fango e terriccio, fu come se stessi sotterrando me stessa. Vomitai per le forti emozioni e la tensione accumulata, e mi sentii mancare il respiro, ma sapevo che dovevo essere forte. Indossai un vecchio cappello di lana e andai immediatamente letto.
Quando fui certa che tutti stavano dormendo, ormai a notte fonda, mi alzai, misi i vestiti di Ema e uscii furtivamente alla volta dell’edifico semiabbandonato dove lei e Albert erano soliti incontrarsi. Il ghetto, quella notte, era immerso in un’atmosfera spettrale. Nell’aria si sentivano sempre più vicini i boati dei cannoni e il cielo era squarciato dal rombo di aerei invisibili. La luna calante rendeva più difficile camminare al buio, ma così avevo anche meno possibilità di essere scoperta, e nell’oscurità avrei assomigliato di più a Ema. Attraversai furtivamente le strade in direzione Ovest, camminando a passo svelto e meditando sul guaio in cui stavo andando a cacciarmi. Per quale assurdo motivo stavo provando a salvare la vita di un tedesco? Non feci in tempo a finire quel pensiero che sentii qualcuno prendermi per la mano da dietro. Mi spaventai e quasi gridai, ma poi vidi quel ragazzo sorridermi e senza darmi il tempo di dire nulla, mi baciò sulle labbra. Non feci resistenza e cedetti a quel bacio con il cuore che mi scoppiava in petto. Albert mi abbracciò forte e mi chiese se ero pronta. Io rimasi immobile, quasi intontita, e incapace di dire qualsiasi cosa. Feci alcuni respiri profondi per riprendere possesso delle mie emozioni e cercare di imitare il più possibile la voce di mia sorella. Lui fece segno con la mano verso uno zaino che aveva lì a terra poco lontano, e mi disse che dovevamo fare in fretta perché, ancora per poco, una postazione sarebbe rimasta sguarnita e dovevamo uscire da un punto preciso lì vicino che lui aveva individuato. Non riuscivo ancora a dire nulla, lui mi accarezzò la testa, mi baciò con dolcezza sulle guance e poi sulla fronte, e mi ripeté che dovevamo fare in fretta.
Ero paralizzata dalla paura e dalle emozioni che stavo vivendo. Poi mi feci forza e gli dissi che sarebbe stato meglio se fosse tornato in Germania l’indomani per mettersi in salvo. Lui mi disse che non ci pensava neanche e che quello non era il momento per i ripensamenti. Insistetti, pregandolo di fare così e promettendogli che appena la guerra fosse finita, lo avrei raggiunto e saremmo stati insieme per sempre. Albert mi chiese cosa mi stesse accadendo, dicendomi che gli sembravo un’altra persona. Lo scongiurai di andare via, gli dissi che scappare sarebbe stato un suicidio. La discussione continuò ancora per vari minuti, poi entrambi scoppiammo a piangere. Mi ero completamente identificata con mia sorella e stavo vivendo quei sentimenti e quelle emozioni come se fossero davvero miei. Lui mi abbracciò forte e mi baciò intensamente. Ci baciammo con ardore e ci amammo lì, in quella notte di maggio. Poi lo scongiurai di andare, lo pregai piangendo e gli dissi che se mi amava davvero sarebbe dovuto partire. Lui vedendomi in quello stato e in preda a una vera e propria crisi, mi calmò e mi promise che l’indomani sarebbe partito. Io ne fui felice, dal profondo del cuore, lo abbracciai e gli promisi che ci saremmo visti presto. Lui mi sorrise e mi disse che potevo starne certa. Poi entrambi tornammo ai nostri dormitori.
Ce l’avevo fatta, ma quei boati che si sentivano in lontananza e quei motori di aerei erano nulla in confronto al caos indescrivibile che adesso sentivo dentro di me.
Quando tornai al dormitorio Helga e Alice erano riuscite a quietare Ema che trovai seduta insieme a loro ad attendermi. Ma quando mi vide, mi si avventò addosso, stringendomi le mani al collo come a volermi soffocare. Poi scoppiò a piangere come non l’avevo mai vista prima. Avrei voluto piangere anch’io, ma non avevo più lacrime. Mi chiese se ero riuscita a convincere Albert ad andare via e io gli feci cenno di sì con la testa. Non mi chiese nient’altro.

L’indomani la Croce Rossa prese ufficialmente possesso del Campo che si trasformò in un grande ospedale a cielo aperto. Il caos era totale. Ema e io scoprimmo che mia madre la sera prima era stata portata in infermeria perché aveva accusato un malore improvviso. Ci precipitammo lì e la trovammo in fin di vita. Quando ci vide entrambe con i capelli corti e vicine al letto su cui giaceva, ci sorrise soltanto, ma non ebbe la forza di parlare. Ci chinammo accanto a lei, tenendole ciascuna una mano e rimanemmo così finché non esalò l’ultimo respiro. Un medico ci disse che aveva avuto un attacco cardiaco e che il suo fisico debole non aveva retto alle complicazioni che ne erano seguite. Eravamo distrutte. Passammo i due giorni seguenti come sospese tra la realtà e un sogno. Non mangiavamo e rimanemmo entrambe a letto senza parlare e senza la forza di reagire a quello stato d’animo in cui eravamo cadute. Quando ci rialzammo, nel campo non c’erano rimasti più soldati e nessuno sapeva cosa fare. Eravamo tutti come appena svegli da un incubo, ma in quella fase in cui il turbamento è ancora totale e non si è familiarizzato ancora con la luce del giorno. Le prigioni della Cittadella erano state svuotate e i detenuti camminavano per le strade del ghetto senza una meta, come corpi senza anima, morti viventi che il solo vederli avrebbe fatto scoppiare chiunque in lacrime. Ma noi lacrime non ne avevamo più. Passarono ancora uno o due giorni, poi arrivarono i soldati dell’Armata Rossa. Ricordo ancora i loro volti increduli nel vederci lì come anime in pena ad attendere non sapevamo neanche noi cosa. Solo nel vedere loro ci rendemmo conto davvero dello stato fisico in cui molti di noi si trovavano.
Poi accadde l’inatteso.
Mentre eravamo sedute in refettorio a mangiare del cibo che la Croce Rossa e i soldati avevano distribuito, vedemmo una sagoma in controluce avvicinarsi verso di noi. Quando ci fu prossima, a Ema cadde il pane dalle mani e allo stesso tempo, sul viso di quella sagoma, potei vedere riflessa quell’espressione di meraviglia e di sgomento che stavo provando anche io. Vestito con abiti civili malandati, forse per cercare di non essere riconosciuto, davanti a noi c’era Albert Tulp.
Era rimasto nascosto per due giorni, ad attendere che tutti i soldati andassero via. E ora era lì, incredulo davanti a noi, pensando di vederci doppio. Ema lo abbracciò e scoppiò in lacrime. Lui fece lo stesso. Si baciavano e accarezzavano come bambini, felici, senza parlare. Ma la loro gioia durò poco.
Albert venne riconosciuto da due uomini, che in quegli anni avevano lavorato come guardie del ghetto, ma evidentemente se ne erano già dimenticati, e quindi quando lo riconobbero, aizzarono contro di lui una piccola folla di presenti. Ne seguì una colluttazione. Le grida e i pianti miei e di Ema non valsero a nulla. Albert cercò di difendersi dagli assalti di quegli individui, ma cadendo batté la testa su una pietra e morì sul colpo. La cattiveria umana», disse la donna guardandomi con gli occhi azzurri gonfi di lacrime, «è una tenebra buia, dove non esistono distinzioni di razza, uniforme, lingua, credo religioso e tutto il resto. Al pari della morte, pone gli esseri umani tutti allo stesso livello.
Lo strazio che visse mia sorella in quel momento e nei giorni successivi, fu qualcosa di indicibile. Era impazzita dal dolore. Da allora la mia Ema non ha mai più fatto completamente ritorno da quel posto e, anche se qualche giorno dopo tornammo a Praga alla ricerca di una vita normale, la sua mente è rimasta in parte lì, vicina al ricordo del suo giovane tulipano».

Mi sentivo un nodo alla gola e deglutii a fatica. Non sapevo cosa dire, ma non seppi rimanere in silenzio. «Sono certo che Dio l’ha accolta nel suo regno, e ora è lì con il suo Albert a coltivare tulipani».

La donna abbassò lo sguardo e serrò le labbra. «Non credo in un paradiso, così come non credo in Dio», disse poi in tono secco, «Se esistesse, non avrebbe permesso quanto è accaduto in quegli anni, e se invece, esistendo, avesse lasciato che accadesse, allora sarebbe un dio davvero molto cattivo e perverso».
Ci salutammo. Anežka Weinsteinová mi abbracciò e mi ringraziò per aver in qualche modo aiutato sua sorella.
«Non avevo mai parlato di questi eventi a nessuno prima d’ora. Ricordare, in un certo senso, mi ha liberata da un peso che mi portavo dentro da troppo tempo ormai. Lei è un giornalista», mi disse quando mi trovavo già quasi sulla porta, «un giorno, forse, potrebbe raccontare questa storia». «Glielo prometto», le risposi prima di andare.

Praga, 2019








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 8 dicembre 2019