Ultracorpi

Piera Ghisu



Gli Ultracorpi sono i morti che ritornano. Possono rimanere lì per anni, ad aspettare, ad attendere il momento più propizio per dire Ve l’avevo detto.
Rientrati dalla porta di servizio, fanno il loro ingresso trionfale nel salone delle feste, nelle giungle contemporanee, nella nostra vita pubblica e privata.
Prepariamoci. Se tutto è già stato detto, che ce lo dicano in faccia.

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Siamo arrivati nel tardo pomeriggio, dopo aver attraversato la città e la campagna del Brandeburgo, in direzione Amburgo. I viaggi in auto sono odiosi, la mia schiena soffre, mi manca l’aria, non c’è uno spazio sufficiente per pensare in santa pace. Ma Karl ha insistito tanto, Hannah si è offerta di guidare, e io ho ceduto. Abbiamo portato con noi un registratore, microfoni e una camera. Insieme ci stiamo appassionando alle riprese, e ci è sembrato del tutto naturale provare a filmare quella che sembra essere sulla carta un’esperienza piuttosto fuori dal comune.
Sono riuscito a sentire per telefono Adorno, prima di partire. Ha parlato solo lui, come sempre. Mi ha raccontato di aver visitato, anni addietro, la sede di Kulturkosmos, dove registrò un’intervista per la radio. Mi ha riferito, con un tono piacevolmente sorpreso, che si trovò davanti a menti curiose, realmente progressiste, quasi sempre amplificate o rallentate dall’uso di droghe (cosa che lui guardava con una certa invidia, non potendo farne uso per ragioni di salute) ma di una lucidità rara. Uomini e donne che si collocavano decisamente in una delle categorie culturali adorniane di pregio, per così dire, avanti o dentro alle avanguardie. Theodor benedisse decisamente il viaggio, raccomandandosi di avere notizie al più presto, al nostro rientro. Chissà se questa simpatia era reciproca: dopo quanto avvenne all’università nel ’68, pensavo che avesse cambiato idea circa gli ambienti per così dire alternativi, e che mai e poi mai avrebbe potuto dichiararsi entusiasta della nostra partecipazione.
La Zeit aveva appena pubblicato un’inchiesta, che non era piaciuta né a me né a Karl, e che Hannah aveva comunque difeso dato che a firmarla era stata una donna. Strana tipa, Hannah: femminista all’estremo, sicuramente per convinzione, ma solo fino alla camera da letto, dentro la quale diventa molle, senza spina dorsale. Come quando quell’imbecille di Heidegger schiocca le dita e lei corre ai suoi piedi come un cane.
Chi lo crederebbe, eh? Questa ebrea educata all’autentico rigore morale, alla rettitudine, all’irreprensibile coerenza, che non resiste alle lusinghe di quell’uomo malato. Chissà, forse da questa esperienza straordinaria imparerà qualcosa, a questo riguardo. Ha d’altra parte proposto lei di andare, dicendo a me e Karl che se c’era una cosa di cui avevamo bisogno noi tre, era questo baccanale. Capire il contemporaneo attraverso questa curiosa e grandiosa (se non altro per le dimensioni) esperienza di politicizzazione dell’arte.
Karl ha dormito tutto il tempo, durante il viaggio. Pare parecchio stanco. Consegnerà a breve il suo ultimo libro all’editore, che aspetta da molto tempo una nuova opera. Mi pare ci lavori da una decina d’anni almeno, e non mi pare nemmeno contento del risultato. Ha pensato addirittura di pubblicare sotto pseudonimo, ma sarebbe stato smascherato troppo facilmente e ha desistito.
In pochi hanno la sua capacità di creare affreschi, visioni grandiose. Mentre Hannah guida, penso alle notti che seguiranno. L’idea di dormire in tenda mi spaventa. I dolori alla schiena mi tormentano ancora, nonostante abbia tratto sicuro giovamento dalla visita presso la praxis di Oleg, uno sciamano siberiano che da qualche tempo pratica medicina tibetana a Charlottenburg.
Oleg mi aveva tenuto diverso tempo, credo un’ora, sotto una luce caldissima: così sdraiato e sotto un calore inimmaginabile non avevo potuto far altro che pensare al mio buen retiro a Ibiza, un luogo in cui non riesco più a tornare, così stravolto com’è dal turismo di massa. Forse questo, più che l’abilità del siberiano, aveva inciso sull’efficacia della pratica, che era proseguita con una serie di manovre corporali e canti e terminata con uno stiramento brutale della mia colonna vertebrale.
Anche per i prossimi giorni è previsto un gran caldo. Io non mi sono portato un abbigliamento adatto, difficilmente scopro le gambe. Ma Hannah ha insistito per farmi acquistare almeno un paio di bermuda, di lino chiaro e particolarmente leggero. Se avrò il coraggio di sfidare le zanzare, li indosserò.
Arriviamo al tramonto, e dopo aver ricevuto il nostro armband e tutto il materiale necessario per muoversi nel territorio dell’ex aeroporto di Laerz (una mappa, il programma, una grande busta per la raccolta dei rifiuti, e un curioso oggetto di cartone, una specie di finto pene con due fori per permettere alle donne di urinare en plein air) cerchiamo un posto per le nostre tende. Il posto è davvero enorme, e da qualche parte dovrebbe esserci anche un lago.
Attraversiamo i prati incrociando i primi fusionisten, i così chiamati partecipanti al festival. Mi aspettavo qualcosa di un po’ diverso, di più camp, di più trasgressivo. Tutti sembrano soprattutto ben organizzati, la gemuetlichkeit è davvero centrale per il popolo tedesco, sembrerebbe più del look. Sembrano tanti e tante Biedermeier in mutande: materassi, cuscini, sedie, tavoli, fornelletti, caffettiere, pavillion ben piantati in terra.
Troviamo un posto, anzi tre. Siamo tra un gruppo di ragazze, rigorosamente circondate da ogni comodità e mezze nude, e una coppia che sembra uscita da un manga, lei asiatica, lui no ma che più in quel mood parrebbe. Probabilmente durante la notte va in cerca nelle tende di mutandine femminili sporche, adocchiate come tutti durante il giorno.
La cosa che mi preoccupa di più di tutta la faccenda, schiena a parte, sono i bagni: quegli orrendi cessi chimici poco distanti faranno in fretta a riempirsi, e la prima boscaglia disponibile sembra proprio lontana, praticamente irraggiungibile durante la notte.
La seconda inquietudine nasce dalla dimensione dei volumi: si sentono paurosamente i bassi, gli alti, i ritmi incessanti, tribali. Ma siamo qui per questo, per indossare scarpette rosse e scassare i timpani in nome della kultur, cosmica o meno si vedrà.

Salutiamo i nostri vicini e iniziamo a montare le tende, ciascuno la propria. Hannah finisce prima di tutti e inizia a chiacchierare con le nostre vicine. Che hanno più dimestichezza di noi con il festival, e possono consigliarci cosa vedere, cosa fare, ma soprattutto possono metterci a conoscenza di regole non scritte, come quella delle docce.
Le docce sono poche per 100mila persone. Il lago, in cui io personalmente riponevo molte speranze, è più una pozza di acqua poco balneabile, sulla quale arrivano racconti poco rassicuranti circa la salubrità dell’acqua.
Incrociando rapidamente i dati, e continuando meno rapidamente a montare la mia tenda, in preda a uno stato di agitazione evidente e incontrollabile, si poteva concludere che l’unico modo sicuro per evitare le file, fosse quello di farsi una bella doccia all’alba, verso le 4, le 5 del mattino, quando i fusionisten e le fusionistinnen sono ancora in pieno baccanale e le temperature si aggirano sui 15 gradi.
L’alternativa sarebbe evitare la doccia, e staremo a vedere quanto potremo reggere: la cosa sembra fattibile, in fin dei conti si sta sull’erba.
Io e Karl non riusciamo a concludere l’operazione tenda, così Hannah ci dà una mano. Sembra che nella vita non abbia fatto altro.
Una ragazza gentile, con lunghi capelli ricci, una grande gonna e poco altro indosso si avvicina saltellando per offrirci lsd e funghi allucinogeni.
Karl si espone per tutti e declina l’offerta. Io sarei stato meno cauto, Hannah comunque sta già rollando dell’erba comprata dalle vicine, e mi rassereno subito pensando che abbiamo tanti giorni davanti e che potremo trovare altre ragazze gentili e saltellanti che ti propongono un trip.
Consultiamo il programma: impressionante la quantità di musica proposta. E la varietà, dal jazz, alla world music, passando per il punk, l’hard rock, e naturalmente l’elettronica. Anche se il mio istinto mi porterebbe a farmi un acido la sera stessa durante una sessione di musica angolana, Karl e Hannah, senza esitare decidono di essere alla Turmbühne per le 10: suona un certo Skinnerbox e la coppia manga, che intanto si era unita alla conversazione, pare fosse lì praticamente solo per lui. Cosa che ovviamente pare molto coinvolgente ai miei compagni di viaggio.
Ci muoviamo dalla tenda verso le 9, per mangiare e bere qualcosa. L’offerta è mostruosa, ma non c’è l’unica cosa di cui davvero avevo voglia: un bel gazpacho, dopo la calura devastante del giorno.
Ripieghiamo su birra e cous cous. Karl si riempie la barba di palline di semola, e con la prospettiva di non riuscire a fare una doccia decente nei giorni seguenti quelle microscopiche sfere si fanno sempre più inquietanti, come palle di natale decisamente fuori stagione, trapassati semolati.
Hannah per questa prima sera ha scelto un look molto provocante. Una camicia trasparente e una minigonna di pelle inguinale. Uno smalto rosso fuoco sulle dita dei piedi, sandali neri. Non avevo mai considerato che potesse avere gambe così belle, chissà se l’imbecille glielo dice.
Karl e io indossiamo t-shirt e pantaloncini, io scarpe da barca e lui un paio di scarpe Superga del figlio.
Dopo mangiato, Hannah gira un’altra canna, stavolta di sola erba. Quella prima sera cerchiamo di immergerci semplicemente nell’atmosfera del festival, senza intenti speculativi particolari. Non portiamo nemmeno la camera, solo il registratore per evitare di prendere appunti scritti.
Skinnerbox inizia puntuale e la Turmbühne diventa presto il teatro di un rito collettivo potente, ma soprattutto diventa una tempesta di sabbia, che sale al ritmo sostenutissimo dei bassi. Inizia bene, questo Skinnerbox, l’atmosfera è accesissima, noi tre ci facciamo presto rapire da questa festa per noi inusuale, in cui l’unico punto fermo, che non sfugge alle leggi della logica, è il cous cous nella barba di Karl.
Iniziamo a vedere i primi personaggi bizzarri: una tipa completamente nuda, che sfoggia uno stendardo a forma di apparato genitale femminile, inizia a ballarci davanti. La incontreremo spesso, nei giorni seguenti, ma senza quella curiosità della prima sera. Lo shock dura poco, alla fine.
Osservo Hannah ballare: si muove come una sciamannata, con grazia e forza, senza avere alcun altro intento che quello di sentire la musica. Tiene gli occhi chiusi, le chiappe contratte, non si guarda intorno.
Osservo ora Karl ballare: si muove appena, tutto concentrato com’è a osservare gli altri, e le altre. Sembra un po’ impacciato, ma non quanto me. Ho bisogno di bere, devo sentire anche io quella roba che sente Hannah, che sembra completamente persa nella sua immersione musical/tersicorea.
Mi avvicino al bar, Karl viene con me. Hannah chi la smuove.
Ordino un Moscow Mule, Karl una vodka.
Sembrava ci fosse una fila enorme, da lontano, e invece no, pare che abbiano calcolato i tempi e abbiano messo il numero sufficiente di barman. Oramai è buio pesto, e mi rendo improvvisamente conto che il senno lo devo mantenere, se voglio tornare alla tenda.
Bevo il drink, Karl la sua vodka, e torniamo da Hannah, che intanto ha fraternizzato con la ragazza dello stendardo uterino.
Guardo i miei bermuda. Oramai il sole è bello che tramontato, ma pare abbiano cambiato colore. Mi pulisco gli occhiali e guardo meglio: quel bel color sabbia sembra aver assunto una tonalità ben più scura, ma soprattutto, dato che il senso della vista potrebbe ingannare, è indubbio che abbia preso una consistenza diversa. Da color sabbia a sabbia. È bastata una sola ora di ballo a intridere completamente pelle e vestiti di una polvere insistente, inevitabile, che non lascia scampo.
Iniziano a vedersi i primi tuareg. Uomini e donne con naso e bocca e coperti, per evitare di respirare la polvere. Io non ho portato alcun foulard con me e sarà difficile sopravvivere. Questo pensiero non troppo curiosamente mi rasserena. Guardo Karl, guardo Hannah, e già ci vedo insieme al camposanto, una santissima trinità che poco ha a che fare con la nostra cultura di origine. Chi sarà mai il figlio? Il Messia che aspettiamo? Io non me la sento.
Lascio i pensieri trinitari e continuo a ballare, e da lì in poi, proprio come nella fiaba di Andersen, sarò posseduto interamente dal demone di ballo, droghe e Moskow Mule. Mi giro e vedo Karl con una nuova vodka in mano, sopra la vicina collina. Guarda lo spettacolo dall’alto, o almeno sembra, dato che ha inforcato gli occhiali da sole, e si muove ancora lentamente ma senza sosta. Le sue Superga bianche sono diventate di un colore marrone, e mischiate a un liquido di chissà quale provenienza sembrano ormai di cuoio.
Fortunatamente starà in tenda da solo.
Vado a prendermi da bere, mi metto in fila. La serata sarà ancora lunga.
Ma dove è finita Hannah?
Hannah ha raggiunto Karl sulla collina, e da quella prospettiva mi rendo conto di quanto effettivamente sia corta la sua minigonna. Di quanto effettivamente belle siano le sue gambe. Di quanto quel Martin sia deficiente.
Li raggiungo anche io sulla collina, Skinnerbox ha finito di suonare, seguito da un tipo che non promette benissimo.
Hannah: Walter, hai portato la timeline con te? Chiede Hannah, scandendo le parole, come thc comanda.
Io: No, cazzo.
Ore? Chiede Karl.
Io: Quasi l’una.
Karl: Andiamo al Dubstation?
Hannah: Passiamo per il Tanzwüste.
Il Tanzwüste è la versione più piccola e hardcore della Turmbühne: c’est à dire, una distesa di terra sabbiosissima, qualche ferraglia dalle forme inorganiche, cavi d’acciaio che lo percorrono per tutta la sua estensione e soprattutto, un solo bar. Affollatissimo, sudatissimo.
Mi metto in fila, e dopo poco una ragazza alla mia sinistra mi rovescia completamente addosso il suo drink. Incolore, ma con un odore nauseabondo, che mi ricorda certe gite in Costa Azzurra, con quell’odore tipico di macchia mediterranea e vomito.
Solo ora che i ricordi prendono forma in questo mio racconto autobiografico, ed era dai tempi di Berliner Kindheit che non mi accadeva, mi rendo conto che non so minimamente come son potuto sopravvivere a quei giorni.
È stata una costante di tutta la mia vita; avere la netta sensazione di essere vicini alla fine, e nello stesso momento in cui si sente e ci si pensa alla fine, riemergere, tirarsi su, riprendere le danze. Tutto un paradosso, anche perché non mi piace ballare.
Danzare proprio malgrado. Come quando tentai di togliermi la vita con la morfina, in Spagna, quando quei dannati poliziotti erano giunti a Port Bou.

L’ultraimmagine è di Valentina Vinci.








pubblicato da j.costantino nella rubrica racconti il 23 novembre 2019