Perché terrestri

Carla Benedetti



1.

L’emergenza planetaria odierna viene chiamata in vari modi:

cambiamento climatico,
antropocene,
capitalocene,
sesta estinzione di massa.

Poiché il modo di chiamare le cose non è mai neutro, ma si porta dietro implicazioni e conseguenze, vorrei spiegare perché nel titolo di questo incontro non compare nessuna di queste espressioni, e abbiamo invece preferito chiamarlo semplicemente terrestri.

Cambiamento climatico è il termine più usato, ma mette in primo piano solo un aspetto dell’emergenza, che non è l’unico. Lascia fuori per esempio il problema della sovrappopolazione umana, che si sta avviando a superare gli otto miliardi. È evidente che la Terra è diventata troppo stretta per un simile numero: non c’è suolo a sufficienza, le risorse che il pianeta può offrire già scarseggiano e scarseggeranno sempre più. Si dice che se tutta la popolazione mondiale avesse il tenore di vita dei nordamericani, un pianeta solo non basterebbe, ce ne vorrebbero cinque.

Ma anche gli altri modi di indicare l’emergenza attuale hanno dei limiti.

Antropocene è il nome che i geologi hanno proposto per questa nuova era e si è ormai molto diffuso anche tra gli umanisti e nella divulgazione giornalistica. Ha un effetto positivo, perché obbliga a considerare la storia dell’uomo in un orizzonte temporale da cui gli storiografi moderni hanno sempre fatto astrazione: il tempo profondo della storia geologica e del cosmo. Ma è anche un concetto che solleva divisioni. Antropocene sembra oggi quasi diventato un campo di battaglia. Ci si divide sulla data d’inizio di questa nuova era e anche sulle sue implicazioni.

Antropocene, cioè l’era dell’uomo, può implicare due cose opposte, entrambe perniciose: una ottimistica, che mette in risalto la potenza dell’uomo, diventato il dominatore della natura, nel bene come nel male; l’altra invece catastrofista, che colpevolizza l’uomo in generale, come entità antropologica. Quando invece non possiamo dimenticare che a creare i danni maggiori è stata soprattutto l’industrializzazione, lo sfruttamento dei combustibili fossili, il sistema produttivo capitalistico, l’imperialismo.

Per ovviare a questa semplificazione, alcuni studiosi hanno proposto il termine di capitalocene. Ma anche questo fa un’altra semplificazione. Ci sono zone della Terra, soprattutto quelle non occidentali, quelle che un tempo furono chiamate “arretrate”, che con i combustibili fossili e l’industrializzazione non hanno avuto niente a che fare. E poi questo modo di leggere l’emergenza odierna rischia di filtrare ogni cosa attraverso il fattore economico, alimentando l’economicismo imperante nel nostro tempo e la sua cecità.

Di tutti i modi con cui indichiamo l’emergenza attuale forse l’unico che non semplifica è sesta estinzione di massa. Diversi scienziati la prospettano come quello a cui stiamo andando incontro: la quinta estinzione fu quella dei dinosauri, la sesta, è quella che potrebbe spazzare via anche la specie umana assieme a milioni di altre specie. E sarebbe la prima estinzione a essere provocata dagli stessi abitanti del pianeta.

Estinzione di massa ci fa capire subito che l’emergenza in cui ci troviamo non riguarda solo certi paesi, certe popolazioni, che potranno essere più o meno colpite dal cambiamento climatico, ma l’intera specie umana. E soprattutto allarga il problema ben al di là dell’uomo. Perché non è solo l’uomo a rischio ma tante altre specie viventi a cui la vostra vita è connessa.

E ci indica anche un’altra cosa importante. Stiamo vivendo qualcosa che è assolutamente nuovo, mai vissuta prima da nessun uomo, in nessun’altra epoca storica. Nessun filosofo, nessuno scienziato, nessun artista, poeta, romanziere, nessun antropologo, si era mai trovato prima di noi a fronteggiare un simile rischio, non solo negli ultimi decenni o secoli, ma nell’intero corso della storia dell’umanità. Siamo noi i primi a sbattere il naso contro i nostri stessi limiti di specie. E questo ci dà la misura assoluta della fine di un ciclo storico, di quella cosa chiamata modernità, e dell’inizio di un altro tempo, incerto, che ancora non si sa a cosa preluda: se a una catastrofe oppure a una metamorfosi, a un cambiamento radicale del nostro rapporto con il mondo.

Nel titolo di queste giornate non si nomina né il cambiamento climatico, né l’antropocene, né il capitalocene, e nemmeno estinzione di massa, anche se tutto questo vi è ovviamente implicato. Abbiamo preferito una parola semplice, una parola primaria come terrestri, che ci ricorda che cosa siamo. Prima ancora che bianchi o neri, occidentali o orientali, cristiani o mussulmani o indù, siamo esseri che vivono su questo pianeta, interconnessi con gli altri viventi non umani. Terrestri ci dice che la nostra vita è legata a un suolo, alla crosta del pianeta, all’atmosfera che la avvolge, che dipende dal mantenimento della temperatura entro certi limiti, dall’esistenza di animali e piante che condividono il nostro stesso habitat e contribuiscono a mantenerlo. Terrestri sono appunto anche i non umani.

Ma c’è un’altra ragione ancora più importante. Terrestri, a differenza delle altre espressioni che ho nominato, non ci indica solo il pericolo che incombe su di noi. Ci indica anche un possibile modo per fronteggiarlo. Ha quindi anche un’implicazione politica, nel senso ampio e positivo del termine.

L’essere terrestri è la nostra identità primaria e più evidente, ma è anche la più rimossa. Tutti la dimenticano. La politica la rimuove quando fa leva su identità piccole e parziali, nazionali, religiose, culturali, etniche, razziali… Riconoscerci come terrestri è anche un modo per contrastare questa deriva folle. Mentre le piccole identità spingono al conflitto, riconoscersi come terrestri ci fa percepire una fratellanza e una solidarietà, non solo tra gli uomini ma anche con gli altri viventi non umani, animali e piante.

Terrestri ha un significato politico anche perché riporta in primo piano tutto ciò che è stato tolto via non solo dalla politica ma anche dai saperi moderni, dalle astrazioni e dalle separazioni dei moderni: per esempio la separazione tra natura e cultura, dove la prima è concepita come esterna alla seconda, e fa come da sfondo stabile alla storia dell’uomo e della civiltà.

Bruno Latour ha scritto: “Dire ‘siamo dei terrestri in mezzo a terrestri’ non porta alla stessa politica del dire “siamo degli umani nella natura”. Lo scrive nel suo libro intitolato Où atterrir: comment s’orienter en politique, che è stato tradotto anche in italiano (Tracciare la rotta, titolo dove purtroppo si perde il riferimento alla terra: “atterrir” in francese significa “atterrare” e anche “tornare con i piedi per terra”).

Nei suoi libri, Latour ha parlato più volte di terrestri e del terrestre mettendolo in contrapposizione a moderno e a moderni. “O si è moderni o si è terrestri”. Proprio perché il nostro rapporto con il pianeta è stato rimosso dalle elaborazioni politiche, scientifiche, filosofiche e culturali della modernità. Il modo stesso con cui i moderni pensavano la storia umana, orientata verso un progresso, non teneva conto dei limiti del pianeta. Nelle loro narrazioni scompariva la nostra condizione di terrestri, come se gli attori umani si muovessero in un ambiente fatto unicamente di relazioni sociali, culturali e economiche, come se agissero sopra un fondale di teatro, senza batteri, senza gravitazione, senza atmosfera, senza suolo, senza cosmo, un ambiente che è anch’esso una finzione.

Riconoscerci come terrestri vuol dire quindi ripensare radicalmente la grammatica della nostra comprensione del mondo.

2.

Prima di lasciare la parola a Bruno Latour, vorrei sollecitarlo su un problema che a noi tutti sta a cuore, e che è forse il più drammatico. C’è ormai un’enorme quantità di studi, rapporti, libri, articoli divulgativi che trattano dei cambiamenti climatici e della crisi ambientale. Eppure non è bastata finora a farci fare un passo in avanti. Evidentemente sapere non basta, le informazioni non bastano.

È di pochi giorni fa il grido d’allarme di undicimila scienziati che parlano di indicibili sofferenza per l’umanità che saranno provocate dai cambiamenti climatici. Ma ce ne sono stati molti altri prima.

Perché la conoscenza che abbiamo acquisito non è riuscita finora a smuovere un’azione adeguata alla tragedia annunciata? Molti si pongono questa domanda, spesso con accenti accorati. Se la pongono soprattutto i più giovani che in varie parti del mondo chiedono ai politici di ascoltare gli scienziati, che si esca dall’irresponsabile immobilità e si faccia qualcosa contro la vera crisi, non quella economica ma quella ambientale. Se la pongono anche diversi scrittori e pensatori del nostro tempo: ieri abbiamo sentito Amitav Ghosh in dialogo con Antonio Moresco.

Il rischio di un’estinzione di specie è una cosa enorme, dovrebbe provocare un terremoto nelle menti, nei modi di agire, di pensare e di sentire. Invece non è così. Che fare quindi quando gli scienziati ci informano ma gli uomini non ne sono smossi? E come contrastare il doloroso senso di impotenza che oggi prostra tanti uomini e donne, che pure sono consapevoli.

Anche Latour, in un’intervista di un anno fa, poneva il problema di questa specie di indifferenza o, come io preferisco chiamarla, di rimozione:

“È una situazione che rende folli. Siamo bombardati di informazioni, ma siamo circondati dalla paralisi, dall’inazione. Mi interessa sempre di più l’aspetto psicosociale di una tale indifferenza: non abbiamo l’equipaggiamento affettivo, estetico e mentale per trattarle”.

Ebbene, come fare a dotarci di questo equipaggiamento? La questione ambientale è diventata centrale, ma – scrive ancora Latour -non c’è rappresentazione politica unificata, “per mancanza di un orizzonte condiviso” Come favorire questo orizzonte comune?

Dipesh Chakrabarty si poneva il problema se la specie possa mai diventare un agente politico. Gli uomini non si sono mai vissuti come specie, che è un concetto astratto. Io credo che pensarsi come terrestri possa essere un modo non astratto, ma concreto, concretissimo, di costruire questo orizzonte comune. Ed è anche per questo che siamo qui. L’ancoraggio al suolo comune, alla Terra, che, come ci ricorda Latour, è l’aspetto più tralasciato dai saperi moderni, può diventare anche azione politica e di governo? E in che forme?

Negli anni passati c’è stato un forte “negazionismo climatico”, ma oggi non riesce più a fare da copertura all’emergenza. Sì, certo, il presidente di una nelle nazioni più potenti del mondo continua ad alimentarlo, ma la consapevolezza è aumentata. Evidentemente non c’è solo l’ignoranza a fare ostacolo, non sono solo questi punti ciechi fabbricati ad arte da potentati economici o gruppi di potere. A fare ostacolo ci sono anche le strutture di pensiero che si sono attestate nella modernità occidentale, e che hanno prodotto parzialità di visione e cecità. Quegli stessi schemi di pensiero non solo ci hanno condotti a questo esito drammatico dello sviluppo della civiltà umana, ma continuano anche a restringerci lo sguardo, fino all’indifferenza, fino alla rimozione della più grave emergenza che si sia mia posta per l’uomo. E non è stata solo la politica a rimuovere, ma anche la cultura.

Prima ho parlato del modo di raccontare la storia. Ma persino il modo di di immaginare una resistenza ai poteri dispiegati nel nostro tempo andrebbe completamente ripensato.

I numi tutelari del pensiero critico novecentesco hanno introdotto nozioni quali la “società dello spettacolo”, il “Nuovo Potere”, la “biopolitica”, per indicare dispositivi di potere che si esercitano sulle vite degli uomini, sulle loro menti o sui loro corpi. Si riferivano però solo ai viventi di oggi. Ma il nuovo quadro ci impone di prendere in considerazione anche le menti, i corpi e le vite di coloro che non sono ancora nati. I viventi di oggi stanno condannando a una terribile agonia le generazioni future che si troveranno a vivere in un pianeta dal clima sconvolto, dove scarseggia l’acqua, il cibo e l’energia, e forse reso ancor più inabitabile dai conflitti che si scateneranno, dalle armi, dalle epidemie. La storia dell’umanità è disseminata di ferocie. Ma non era mai successo prima d’ora che la violenza si esercitasse sui viventi di domani.

Quando dunque si parla di resistenza dovremmo mettere in conto anche questo tipo di potere, quello che i viventi di oggi esercitano in modo così efferato sulle vite di domani. Cosa che comporta una revisione radicale anche del nostro modo di pensare e di organizzare una resistenza alla catastrofe annunciata dagli scienziati.








pubblicato da c.benedetti nella rubrica terrestri il 23 novembre 2019