La folgorante apparizione di Johnny Boy

Salvatore Piermarini e Vito Teti



Mentre nelle sale italiane viene proiettato The Irishman (2019) di Martin Scorsese, un film che rappresenta lo struggente canto funebre di un mondo, ripubblichiamo il vibrante testo a quattro mani dello straordinario fotografo Salvatore Piermarini e dello scrittore contro la morte Vito Teti su Mean Streets (1973), il film che di questo mondo costituisce il carnevalesco atto battesimale.

Questo testo - che è anche un testo sull’amicizia scritto nel segno di un’amicizia inossidabile, quella tra Salvatore e Vito - è originariamente apparso sul numero 7 (gennaio 2011) di "Rifrazioni. Dal cinema all’oltre", all’interno del dossier Folgorazioni.

Brooklyn N.Y. Esterno giorno, rumori di fondo metropolitani, niente colonna sonora e una sirena che ulula nel traffico; la cinepresa prende d’infilata la linea della scena che parte da un incrocio di strade. Dall’angolo spunta Johnny Boy, fruga qualcosa nella giacca di pelle e la getta furtivo in una cassetta postale, e subito dopo risale il marciapiede camminando verso la camera mentre comincia un movimento di macchina a ritroso; avanza guardandosi intorno con un’andatura altalenante, nervosa e divertita, poi allunga il passo di fretta e si mette a correre in modo sgangherato. La cassetta salta in aria in uno scoppio seminando fumo, rottami e un principio d’incendio, mentre Johnny Boy, con un ghigno di stolida soddisfazione, s’infila in una porta inciampando su un passante e recuperando al volo il cappelletto che gli danza tra la testa e le mani.

La miccia è innescata: è l’esordio cinematografico di Robert De Niro in un film diretto da Martin Scorsese, la prima sequenza nei panni di Johnny Boy nella storia di Mean Streets, il detonatore di un “carnevale” ben organizzato che da quel lontano 1973 Bob e Martin svilupperanno negli anni. La presentazione è rapida, dura pochi secondi, è così immediata che rappresenta un’apparizione ammonitrice, un avvento profetico, anticipatore di future fortune cinematografiche. Il contrappunto esplosivo lo sottolinea esplicitamente e connota senza rimedio i caratteri del giovane personaggio, uno scavezzacollo, un disadattato, un matto, un bombarolo che gioca con mortaretti e miccette, uno scapestrato senza arte né parte, allegro e noncurante della sua disperazione, uno che si diverte ad attizzare risse e a menar le mani, a salire sui tetti di notte e a cercare di spegnere a pistolettate le luci dell’Empire.

De Niro-Johnny Boy si presenta seccamente, con i tratti irrequieti e scapigliati, gli occhi folli e nevrotici, lo sberleffo irriverente, il gesto che supera la fantasia, la mimica profanatoria che schernisce chiunque non gli vada a genio, la facies che spesso si riduce nella parvenza dello scemo, nell’esagerata irrequietezza che da violenta d’un tratto si placa in un sorrisetto appagato e ribelle.

Ogni suo ingresso nelle scene successive sarà sfrontato, fragoroso, nevrotico, trasgressivo e dirompente, perché «è il buffone che ha visto il fondo delle cose ma che non può cambiarne il corso. Dinamita le regole del gioco, ma senza potersene liberare». Le parole che ci ricorda Scorsese sono preveggenti e attuali e rappresentano il viatico o, meglio, il salvacondotto per quelle strade intermedie, ora più affascinanti e più pericolose di sempre, che si presentano agli occhi dei nostri figli, proprio le mean streets per l’appunto dove ancora oggi, per intenderci, la domenica si può andare in chiesa e il lunedì all’inferno...

Abbiamo amato subito quella scena madre che ci ha fatto pensare al rapporto artistico e amicale tra Scorsese e De Niro e al loro cinema come a un «Carnevale ben organizzato»: disordine e bisogno di norma, catastrofe e quotidianità, separazione e vicinanza. Era una profezia della nostra vita, delle nostre inquietudini, dei nostri viaggi, dei nostri libri, delle nostre foto, delle nostre nuvole, delle nostre sconfitte e delle nostre perdite. Quel Carnevale – d’immagini e di luoghi, di legami e di rapporti – ha resistito alla prova del tempo. Per Bob e Martin come per noi. I sodalizi umani e culturali, quelli veri, non finiscono mai perché hanno il pregio di rinnovarsi e non vivacchiare e hanno il coraggio di resistere, all’alba del nuovo millennio, anche alla fine dell’innocenza, alla caduta delle Torri, alle guerre necessarie, alle tragiche stragi programmate, ai malfattori, ai malvagi al potere, alla realtà che supera ogni fantasia, ai terremoti uno dietro l’altro, alla decadenza degli ideali, agli tsunami, alle emergenze nucleari, alle reazioni a catena, alla fame e agli esodi biblici.

In un periodo come questo di ipocrite e perenni quaresime, di kitsch quotidiani, di scadenti e deteriori carnevali, in un’epoca in cui il potere ha buttato la maschera e si presenta con il suo vero volto, più grottesco e orrido di quanto possano immaginare i più trasgressivi interpreti, sarà difficile inventare un nuovo Carnevale che rappresenti la farsa di questo mondo alla rovescia dove non c’è più fine al disastro delle coscienze. Orrori quotidiani, catastrofiche abitudini e consuete prevaricazioni che avvelenano, stordiscono e mettono a rischio anche la meglio intenzionata gioventù. Forse i buoni dovranno fingersi folli e cattivi, indignarsi, ribellarsi, rivestire ancora i panni del vecchio Johnny Boy e riempire la vita di arte e cultura, di provocazioni e sberleffi, per immaginare le metafore giuste senza guardare in faccia a nessuno.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 22 novembre 2019