C’era una volta Edipo

Umberto Sebastiano



Un ragazzino in divisa militare calca la scena zoppicando. Ha i piedi gonfi. Si aiuta con una stampella che richiama alla mente quella scagliata da Enrico Toti contro le linee nemiche. È confuso: immaginiamo che abbia vissuto qualcosa di terribile. Sta tornando a casa. Si ferma davanti a un velo bianco, il sipario, e a quel muro di tessuto chiede: Io chi sono? Per fare in modo che quella domanda non scivoli via, la ripete. Poi solleva un foglio di carta e lo lascia lì sospeso per qualche istante, il tempo che i bambini seduti nelle prime file leggano la domanda e la facciano propria. Altrimenti non si potrà andare avanti. Io chi sono? E dopo i bambini, come vittime di un contagio, siamo noi adulti a immergerci in quelle parole, a percepirle come un’urgenza, come se fossimo giunti lì da molto lontano per riflettere sul nostro fragile destino.

Mi trovo al Teatro Comandini di Cesena, sede storica della Socìetas Raffaello Sanzio, e sto assistendo allo spettacolo Edipo, una fiaba di magia, ideato da Chiara Guidi in dialogo con Vito Matera e destinato a un pubblico infantile a partire dagli otto anni. A quella domanda originaria, esistenziale, che muove l’azione della rappresentazione, ne aggiungo una più profana: Si può raccontare ai bambini la storia di Edipo? Aspetto la fine per poterlo dire.

Al di là del tessuto bianco si muove una voce femminile, quella della Sfinge. Consiglia a Edipo di lasciar perdere, di andarsene, di non insistere con la sua sciocca voglia di sapere. Aggiunge che se il ragazzino vuole superare quella soglia dovrà risolvere un enigma, ma se la risposta è sbagliata, lei lo divorerà. Edipo sembra non dar troppo peso alla minaccia, ma una bambina seduta in prima fila lo mette in guardia: «Non rispondere!» gli urla. Quella bambina sa istintivamente che a teatro, per meglio comprendere, bisogna credere, lasciarsi ingannare. Edipo insiste. La Sfinge pronuncia il suo celebre enigma: Quale animale al mattino ha quattro zampe, a mezzogiorno due e la sera tre?

«Edipo», mi dirà più tardi Chiara Guidi, «è sempre contemporaneamente bambino, uomo e vecchio. La sua storia si ripete all’infinito, come il ciclo delle stagioni, e si ricollega ai culti di fertilità delle antiche civiltà dei fiumi: la vecchia madre terra accoglie nel suo grembo il giovane seme che vi penetra per nascondersi, dormire e generare un frutto».

Edipo risolve l’enigma e invece di squarciare il velo, lo abbraccia, lo tira a sé, lo trascina a terra e poi su quel tessuto morbido si addormenta. Siamo noi, adulti e bambini, a varcare la soglia, anche se solo con lo sguardo. Un altro velo, più sottile e trasparente, ci separa dalla scena, perché la verità va sempre protetta, avvolta da mistero. Adesso ci troviamo al cospetto del ventre umido e scuro della terra. E all’interno di quell’antro in penombra, di quella grotta, si agitano due figure che a poco a poco prendono forma: un bulbo e un tubero. Il tubero è agitato dalla stessa inquietudine di Edipo: non sa chi è, dove si trova, vuole crescere, non gli va di aspettare. Il bulbo cerca di calmarlo, prova a convincerlo che la cosa migliore è accettare la sua natura, la sua condizione.

Altre figure cominciano a popolare la scena: un uccello di nome Creonte; Tiresia la talpa; un asino, schiavo di Laio, unico testimone del parricidio di Edipo; alcuni rami secchi nel ruolo che nella tragedia di Sofocle viene affidato al coro dei tebani; una roccia che parla con la voce della madre terra. Un ragno, il tessitore, lo scrittore, si cala dall’alto e osserva, commenta con una voce biascicata e buffa. Il ragazzino in divisa si desta, si sente tirato in causa, striscia sotto il velo trasparente e si immerge in quella materia femminile popolata da animali e vegetali. Non cambia la sua natura inquieta: fa domande, indaga, insinua, provoca, vuole sapere. In questo modo la dolorosa vicenda di Edipo viene raccontata al pubblico infantile. E il fuoco della verità brucia, ma il calore è tollerabile perché emerge in una dimensione simbolica e fiabesca che permette di trascendere l’esito della storia, di traghettarlo altrove.

La fiaba magica di Edipo si conclude con il perdono. Non tanto il perdono degli altri, che anche la tragedia classica prevedeva, ma il perdono che il protagonista ragazzino concede a se stesso. Sembra un finale consolatorio, sdolcinato, invece è profondo e sovversivo. Non c’è bambino che non comprenda il perdono. Gli attori si allontanano dal palcoscenico senza togliersi i costumi, senza rivelare la loro identità umana: la dimensione della fiaba non va interrotta né svelata. E allora mi ripeto la domanda che mi sono fatto all’inizio: Si può raccontare ai bambini, mettendola in scena, una storia terribile come quella di Edipo? Sì. Con i bambini si può parlare di tutto: di morte, di abbandono, di violenza. Basta usare il linguaggio giusto, lasciar loro lo spazio dell’immaginazione e del gioco, aver fiducia nella loro straordinaria capacità di rielaborare la realtà, rinominarla, trasfigurarla.

«Da più di vent’anni mi rivolgo ai bambini», dice Chiara Guidi, «per la potenza del loro sguardo, perché li reputo superiori e quindi creo con loro un dialogo. I bambini rilanciano le domande che gli facciamo, le complicano, le rendono più profonde». «Il teatro», continua, «è l’arte che più si avvicina alla dimensione del gioco. E grazie ai bambini, è il teatro stesso a riscoprire la sua infanzia».


Le foto sono di Eva Castellucci.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica dal vivo il 5 novembre 2019