«Vorrei vedere questa stessa forza in Italia»

Una studentessa italiana in Cile



Prosegue la corrispondenza dal Cile di una studentessa italiana. Da notare che questo testo è stato scritto il 29 ottobre, qualche giorno prima della nuova grande manifestazione del 1 novembre [T. S.]


In questi giorni la situazione a Santiago è un po’ meno tesa, hanno tolto il coprifuoco e i militari dalle strade e, sembra contraddittorio, ma ora ci si sente più tranquilli e sicuri. Le proteste continuano, spero davvero non si spengano ora, perché ancora non si è riusciti a ottenere la destituzione del presidente, che non ha alcuna intenzione di lasciare il suo incarico, nemmeno di fronte a un’insurrezione popolare di tale portata.

Il numero dei morti, dei dispersi e dei feriti non è ancora stato confermato e ufficializzato, ma le cifre che si ipotizzano basterebbero a dimostrare l’abuso di potere da parte dei militari e del governo. In uno stato che si dichiara democratico non dovrebbe essere tollerato e lasciato impunito. La costituzione del paese è ancora quella dell’epoca della dittatura, quindi non stupisce che fatti del genere possano ancora succedere. C’è molta preoccupazione, ci si chiede come andrà a finire, come continuerà tutto questo. Le risposte sono confuse e incerte, l’unica convinzione è quella della necessità di restare uniti e continuare le proteste.

Nonostante il Cile goda di un’economia tra le più prospere e stabili dell’America Latina, all’interno del paese la distribuzione delle ricchezze è estremamente diseguale, e solo in pochi ne possono godere. La salute, l’educazione, il sistema pensionistico, l’acqua... sono gestiti da privati. Molti dei miei coetanei sono costretti a indebitarsi per poter studiare all’università, la gente muore di cancro in lista d’attesa per una chemioterapia negli ospedali pubblici, lo stipendio minimo non basta alle famiglie per sostenere le spese di base. L’aumento del prezzo dei trasporti è stato solo l’ultima goccia che ha fatto traboccare il vaso di un malcontento generale, dovuto alla troppa disuguaglianza sociale che il sistema neoliberale ha creato.

Spero tanto in un risvolto positivo delle proteste, che non vengano sedate e che non rimangano inascoltate. Spero davvero che questo popolo possa avere quello per cui sta lottando. Vedere giovani così impegnati per ottenere un cambiamento mi mette i brividi ogni giorno, ragazzi così consapevoli delle contraddizioni che li circondano e volenterosi di alzare la voce per rivendicare un paese più equo e giusto.

Vorrei vedere questa stessa forza in Italia di fronte a tanti avvenimenti che meriterebbero un’insurrezione popolare come questa, eppure sembra che la direzione che sta prendendo il nostro paese sia sempre più preoccupante vedendo il consenso massivo che ottiene il discorso politico dell’orrore. Spesso rifletto e mi chiedo se sia proprio il benessere a portare a questo individualismo che fomenta una completa indifferenza verso chi sta peggio di noi, quello stesso che conduce, per esempio, alla convinzione della necessità di chiudere i nostri porti.

Da quando sono in Cile ci penso e ci ripenso. Ho visto il popolo mapuche che dopo secoli di soggiogamento ancora resiste, e chiede il riconoscimento dei diritti e delle terre che lo stato cileno gli ha tolto, ho visto ragazze manifestare per ottenere una legge che permetta di poter decidere di abortire legalmente, ho visto giovani uniti preoccupati per l’ambiente e il cambiamento climatico. Ho assorbito la forza di questi movimenti sociali, guidati da giovani, e vorrei davvero poter vederla anche da noi, prima o poi.

Santiago del Cile, 29 ottobre 2019








pubblicato da t.scarpa nella rubrica condividere il rischio il 3 novembre 2019