Esportare armi e fornire ai dittatori pretesti per usarle

Tiziano Scarpa



È grave ciò che scrive oggi su “la Repubblica” la scrittrice turca Aslı Erdoğan.

Una sua intervista di qualche giorno fa, fattale da un giornalista di Repubblica stessa, ha innescato delle conseguenze che le hanno procurato attacchi feroci di tutti i media turchi, e un uragano di oltraggi in rete (anche a sua madre).

Il giornale le aveva attribuito una frase che lei non aveva detto, dando a quelle parole il massimo rilievo nel titolo dell’articolo.

Aslı Erdoğan scrive che il giornalista di Repubblica

«preferisce mettere il titolo “siamo indottrinati a vedere i curdi come nemici”. Come egli stesso ha poi ammesso, questa non è la mia affermazione originale, ma la sua interpretazione».

Nella ricostruzione della scrittrice, si ricava che quell’intervista è stata falsificata ancora più gravemente da altri giornali europei: ma a quanto pare, da quel che racconta lei, tutto è iniziato con quel titolo di Repubblica.

Per di più, ciò accade alla vigilia di un’udienza in tribunale. Lo Stato turco in passato ha incarcerato Aslı Erdoğan per “attività terroristiche” e propaganda a favore dei “terroristi” curdi. Si può immaginare quali effetti sul clima del processo potrebbero provocare queste libere “interpretazioni” giornalistiche.

L’intervento della scrittrice appare nella pagina dei “Commenti”, senza una riga di scuse della redazione; e nel sito non è visibile a tutti, è riservato agli abbonati. Di fatto, Repubblica minimizza la propria responsabilità. Al posto dell’inserto del fumetto di Dylan Dog che occupa otto pagine del giornale di oggi, avrebbe dovuto pubblicarne altrettante tutte nere, per dimostrare di essere consapevole del male che ha causato.

Ho la fortuna di vivere in una democrazia, non in una dittatura. Eppure anch’io ho vissuto certe distorsioni della stampa: moltiplicando per mille i guai e le sofferenze che hanno provocato a me, posso immaginare quel che sta patendo Aslı Erdoğan.

Il giornalista che ha commesso quell’errore ora si trova proprio sul confine tra Turchia e Siria. Conosce la situazione. Sta rischiando lui stesso. Com’è possibile che abbia agito – lui o la redazione – con tale leggerezza? Si può mettere a repentaglio la vita di qualcuno per un titolo a effetto?

Oltre a smettere di esportare armi, occorrerebbe non fornire ai dittatori pretesti per usarle.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica giornalismo e verità il 30 ottobre 2019