Lettera da Santiago

Una studentessa italiana in Cile



Il movimento che sta scuotendo il Cile per ottenere equità e giustizia sociale è nato dagli studenti. Ed è una studentessa italiana che mi ha mandato questa testimonianza da Santiago.
[T. S.]


A Santiago del Cile i giorni ormai scorrono lenti, il tempo si è fermato. Non si pensa ad altro, non si fa altro. Sto scrivendo, quando riesco, ma è difficile concentrarsi su qualsiasi cosa, quindi sulla carta ci sono molti pensieri ingarbugliati.

Vedere un popolo che lotta così unito per i suoi diritti emoziona ogni giorno, ma la repressione forte del governo fa rabbrividire. I montaggi che circolano in rete, le notizie false in televisione e le scene di violenza non fanno che peggiorare la situazione. Siamo di fronte a un presidente che ha dichiarato guerra al suo popolo e a un popolo che non ha alcuna intenzione di cedere. Loro sono più forti, hanno le armi. Ma la gente resiste, non si arrende, ormai ha alzato la testa e non l’abbasserà.

La ferita di diciassette anni di dittatura è molto recente, la paura di quell’epoca ritorna. Il coprifuoco, i militari in strada, la violenza... Siamo nel 2019 ma chi l’ha vissuta dice che è tutto come allora.

Vogliono far credere che i manifestanti siano tutti delinquenti, che siano tutti violenti, dei vandali. Ma non è così. I lacrimogeni sulla gente che manifesta pacificamente, le denunce di violenza degli arrestati e il numero delle persone scomparse non rientrano nei discorsi ufficiali, e questo fa arrabbiare e fa scendere in piazza, ancora una volta.

Ogni giorno le scene si ripetono, e le rivedo scorrere in sequenza. Sono in piazza in mezzo a un popolo che grida contro il suo dittatore, con i mestoli che sbattono sulle padelle, un suono che ormai sento anche nel sonno. Alle padelle, gli striscioni, le danze, i canti, si oppongono le bombe di gas lacrimogeno. Non posso aprire gli occhi, non vedo più. Un coro si è alzato, “que se vayan los milicos”. Le gambe si muovono da sole, seguono la folla e corrono per allontanarsi da quella nube. Gli occhi lacrimano e fanno male, è l’ingiustizia, è il sopruso. Le persone ti fermano per spruzzarti acqua e bicarbonato negli occhi, ti regalano mascherine per non respirare quel gas, ti chiedono se ti serve aiuto, e in quel momento senti l’unione, senti la forza, ed è quella che ti tiene lì e non ti riporta tra le mura di casa. Ci hanno solo spostato di qualche metro, ma non ci muoveranno da lì. Non più, mi dicono gli amici cileni.

E lo scrivo e lo rivivo un’altra volta, ancor prima di uscire di nuovo in strada. E gli occhi bruciano già. Chi sono allora i violenti? I manifestanti o quelli che stanno cercando di zittirli con ogni arma?

Dall’Italia qualcuno mi chiede perché scendo in piazza, perché non torno a casa. Mi dicono che non è il mio paese, che non è il mio popolo.

Spiego loro che è una lotta troppo giusta, è una lotta troppo importante. È di tutti noi. E non la lascerò.








pubblicato da t.scarpa nella rubrica democrazia il 28 ottobre 2019