Qualche chiave di Alejandra Pizarnik

Intervista a cura di Martha Isabel Moia, tradotta da Domenico Brancale



Questa intervista fu realizzata da Maria Isabel Moia (una delle ultime compagne di Pizarnik) per l’antologia El deso de la palabras, che apparve solo nel 1975, e ripresa nel volume Prosa completa (pp. 311-315). La traduzione francese (di Étienne Dobenesque) di questa intervista è stata pubblicata nel «Dossier Pizarnik» del "Cahier Critique de Poésie" (CCP), n° 26, 2013 (pp. 43-46).

Tutti i passaggi in italico seguiti da un asterisco sono delle citazioni di Alejandra Pizarnik.

Alejandra Pizarnik

Martha Isabel Moia: Ci sono, nelle tue poesie, termini che considero emblematici e che contribuiscono a conferire alle poesie un dominio solitario e illecito, come le passioni dell’infanzia, come la poesia, l’amore, la morte. Sei d’accordo con me sul fatto che termini come giardino, bosco, parola, silenzio, erranza, vento, lacerazione e notte, sono, allo stesso tempo, segni ed emblemi?
Alejandra Pizarnik: Credo che nelle mie poesie ci siano parole che ripeto incessantemente, senza tregua, senza pietà: quelle dell’infanzia, quelle delle paure, quelle della morte, quelle della notte, dei corpi. O, più esattamente, i termini che tu indichi nella tua domanda sarebbero segni ed emblemi.

M.I.M.: Dunque cominciamo ad entrare negli spazi più gradevoli: il giardino e il bosco.
A.P. : Una delle frasi che mi ossessiona di più è quella che la piccola Alice nel paese delle meraviglie dice: «Sono venuta solo per vedere il giardino». Per Alice e per me, il giardino sarebbe il luogo dell’incontro o, per dirla con le parole di Mircea Eliade, il centro del mondo: Il giardino è verde nel cervello. Una mia frase che mi rimanda a un’altra di Georges (Gaston) Bachelard, di cui spero ricordarmi fedelmente: Il giardino del ricordo-sogno, perduto nell’aldilà di un passato vero.

M.I.M.: In quanto al tuo bosco, appare come sinonimo di silenzio. Ma vi riconosco degli altri significati. Per esempio, il tuo bosco potrebbe essere un’evocazione del proibito, del nascosto.
A. P.: Perché no? Ma potrebbe suggerire anche l’infanzia, il corpo, la notte.

M.I.M.: Sei mai entrata nel giardino?
A.P.: Proust, quando analizza il desiderio, dice che i desideri non vogliono essere analizzati ma soddisfatti, ovvero: non voglio parlare del giardino, voglio vederlo. Certo, ciò che dico resta puerile, poiché in questa vita non facciamo mai quello che vogliamo. Una ragione in più per voler vedere il giardino, anche se è impossibile, soprattutto se è impossibile.

M.I.M.: Mentre rispondevi alla mia domanda, la tua voce nella mia memoria mi ha parlato a partire da una tua poesia: il mio mestiere è di scongiurare ed esorcizzare*.
A.P.: Tra l’altro, scrivo affinché non accada quello che temo, affinché non esista ciò che mi ferisce, per allontanare il Maligno (vedi Kafka). Dicono che il poeta è un grande terapeuta. In questo senso, il lavorio poetico implicherebbe esorcizzare, scongiurare e poi riparare. Scrivere una poesia è guarire la ferita primordiale, la lacerazione. Essendo tutti feriti.

M.I.M.: Tra le diverse metafore per le quali dai forma a questa ferita fondamentale, mi ricordo, per l’impressione che mi ha fatto, quella in cui in una delle prime poesie ti porta ad interrogarti sulla bestia caduta per lo stupore che si trascina nel mio sangue*. E credo, quasi con certezza, che il vento è uno dei principali fautori della ferita, poiché a volte appare nella tua scrittura come il grande tormentatore.
A.P.: Provo amore per il vento anche se, precisamente, la mia immaginazione di solito gli dà forme e colori feroci. Malmenata dal vento, avanzo nel bosco, mi allontano alla ricerca del giardino.

M.I.P.: Nella notte?
A.P.: Conosco poco della notte ma a lei mi unisco. L’ho detto in una poesia: Tutta la notte faccio la notte. Tutta la notte scrivo. Parola dopo parola scrivo la notte*.

M.I.M.: In una poesia dell’adolescenza, ti unisci anche al silenzio.
A.P.: Il silenzio: unica tentazione e la promessa più alta. Ma sento che l’inesauribile mormorio non smette mai di sgorgare (conosco la fonte che scorre e fuoriesce dal linguaggio errante). Per questo oso dire che non so se esiste il silenzio.

M.I.M.: In una sorta di contappunto al tuo io che si unisce alla notte e a quello che si unisce al silenzio, vedo «la straniera»; «la taciturna nel deserto»; «la piccola viaggiatrice»; «il mio emigrante di sé»; colei che «vole[va] entrare nella tastiera per entrare all’interno della musica, per avere una patria». Sono queste qui, le tue altre voci, che parlano della tua vocazione all’erranza, per me la tua vera vocazione, per dirla alla tua maniera.
A.P.: Penso a una frase di Trakl: L’uomo è uno straniero sulla terra. Penso, che fra tutti, il poeta è il più straniero. Penso che l’unica dimora per il poeta è la parola.

M.I.M.: C’è una paura dentro di te che mette in pericolo questa dimora: non saper nominare ciò che non esiste*. È a quel punto che ti nascondi al linguaggio.
A.P.: Con un’ambiguità che voglio illuminare: mi nascondo al linguaggio all’interno del linguaggio. Quando una cosa – compreso il nulla – ha un nome, sembra meno ostile. Tuttavia, in me esiste il sospetto che l’essenziale è indicibile.

M.I.M.: Per questo cerchi figure che appaiano viventi per opera di un linguaggio attivo che le evoca*?
A.P.: Sento che i segni, le parole insinuano, evocano. Questa maniera complessa di sentire il linguaggio m’incita a credere che non può esprimere la realtà; che possiamo parlare solo di ciò che è evidente. Da qui nasce il mio desiderio di scrivere poesie terribilmente esatte malgrado il mio surrealismo innato e di lavorare con elementi di ombre interiori. Ciò caratterizza le mie poesie.

Alejandra Pizarnik

M.I.M.: Tuttavia non cerchi più questa precisione.
A.P.: È vero: cerco di fare in modo che la poesia si scriva da sé. Ma preferisco non parlare dell’adesso poiché poco è ancora scritto.

M.I.M.: Anche se scrivi molto!
A.P.: …

M.I.M.: Il fatto di non saper nominare* è legato alla preoccupazione di trovare una frase interamente tua*. Il tuo libro Le opere e le notti è una risposta significativa, in quanto ci sono le tue voci che parlano.
A. P.: Ho lavorato duramente su queste poesie e devo dire che, dandogli forma, ho dato forma a me stessa, e sono cambiata. Avevo dentro di me un ideale di poesia e sono riuscita a realizzarlo. So che non somiglio a nessuno (è una fatalità). Questo libro mi ha dato l’opportunità di trovare la libertà nella scrittura. Ero libera, ero padrona di creare una forma come desideravo.

M.I.M.: Con queste paure coesiste quella delle parole che ritornano*. Quali sono?
A.P.: La memoria. Mi capita di assitere a un corteo di parole che si accalcano, e mi sento spettatrice inerta e disarmata.

M.I.M.: Credo di capire che lo specchio, l’altra sponda, la zona proibita e il suo oblio, instillano nella tua opera la paura di essere due*, che sfugge ai limiti del Doppelgänger per includere tutte quelle che sei stata.
A.P.: Hai ragione, è la paura di tutte quelle che lottano in me. C’è una poesia di Michaux che dice: Io sono; parlo a chi fui e chi fui mi parlano. […] Non si è soli nella propria pelle.

M.I.M.: Ciò si manifesta in un momento particolare?
A.P.: Quando «la figlia della mia voce» mi tradisce.

M.I.M.: Secondo una delle tue poesie, il tuo amore più bello fu l’amore degli specchi. Chi ci vedi dentro?
A.P.: L’altro che sono. (In verità ho una certa paura degli specchi). Qualche volta ci riuniamo. Questo succede quasi sempre quando scrivo.

M.I.M.: Una notte al circo hai ritrovato un linguaggio perduto nel momento in cui i cavalieri con le fiaccole in mano galoppavano ferocementi in cerchio su neri destrieri*. Cos’è questo che di somigliante sul mio cuore ai suoni caldi degli zoccoli contro la sabbia*?
A.P.: Si tratta del linguaggio non trovato e che mi piacerebbe trovare.

M.I.M.: Forse l’hai trovato nella pittura?
A.P.: Mi piace dipingere in quanto nella pittura trovo l’occasione di evocare in silenzio le immagini delle ombre interiori. E poi, sono attratta dall’assenza di mitomania nel linguaggio della pittura. Lavorare con le parole, cercare le mie parole, implica una tensione che non esiste quando si dipinge.

M.I.M.: Qual è la ragione della tua predilezione per «la gitane endormie» di Rousseau?
A.P.: È l’equivalente del linguaggio dei cavalli al circo. Vorrei riuscire a scrivere qualcosa di simile a «la gitane endormie» di Douanier per la presenza del silenzio e, a un tempo, l’evocazione delle cose gravi e luminose. Sono particolarmente commossa dall’opera di Bosch, Klee, Ernst.

M.I.M.: Per finire ti chiedo se hai mai formulato per te la domanda che si pone Octavio Paz nella prefazione a L’arco e la lira: non sarebbe meglio trasformare la vita in poesia che fare della poesia con la vita?
A.P.: Rispondo a partire da una delle mie ultime poesie: Che non possa io vivere che in estasi, facendo del mio corpo il corpo della poesia, riscattando ogni frase con i miei giorni e le settimane, animando la poesia con il mio respiro a mano a mano che ogni lettera di ogni parola sarà stata sacrificata nelle cerimonie del vivere*.

Alejandra Pizarnik








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 3 ottobre 2019