Divorare la vita. Su “Scannaciucce” di Domenico Brancale

Federico Ferrari



Ho ancora negli occhi l’immagine di un giovanissimo Domenico Brancale (Sant’Arcangelo, 1976) che, al cimitero di Bologna, accompagnato da Margherita Pieracci Harwell, scavalca il cancelletto chiuso a chiave della cappella di famiglia di Vittoria Guerrini (vero nome di Cristina Campo) per pulire la tomba dalla vegetazione di cui il tempo e l’oblio l’avevano ricoperta. Brancale, in quegli anni, aveva curato un’antologia dedicata all’“imperdonabile” Cristina (Cristina Campo. In immagini e parole, 2002). Senza dubbio, per il giovane poeta quel testo costituiva una sorta di omaggio e di lacerante confronto con una figura intellettuale e umana che, per molti versi, era assai distante dalla sua formazione e dal suo habitus vivendi di poeta maledetto e squattrinato, proveniente da un paese sperduto della Basilicata e trapiantato a Bologna, sempre alla ricerca del limite da superare e di una fame di esperienza insaziabile. Per diverse altre ragioni, tuttavia, la Campo appariva come un viatico per individuare il luogo e il ruolo del poeta nella società: la sua marginalità, la sua incessante ricerca di una realtà più profonda, più vera, più radicale e solitaria fino all’autolesionismo. Ma se la Campo poteva ancora scrivere “due mondi, io vengo dall’altro”, facendo leva su una dimensione di fede che l’avrebbe portata a un lento ma inesorabile abbandono dello spazio letterario, Brancale è poeta conficcato nell’unico mondo per lui possibile, mondo che lo strazia e lo lacera in una tensione, irrisolta e irrisolvibile, tra l’hic et nunc e un oltre i cui contorni restano indefiniti, rivelandosi solamente nell’ombra oscura della morte.

L’intera opera di Brancale – da Cani e porci (2001) fino a Per diverse ragioni (2017) – è una sorta di combattimento con la morte, radicato tuttavia in una fame insaziabile di vita. Il verso del poeta lucano, tanto quello in dialetto quanto quello in italiano, è spesso bulimico (Non è màie assàie – non è mai troppo), divora la vita, in ogni sua forma, alla ricerca della sua essenza, di quel frutto nascosto che potrebbe forse saziare e placare l’angoscia suscitata dall’ombra che la accompagna. Grazie a questa voracità, della vita e della parola non restano che scheletri, forme primarie, scarnificate (Sule l’òssere làssene / inanghe – Solo le ossa restano / bianche). È un trionfo della morte, il suo poetare, ma inteso, non come atto finale, bensì come eterno conflitto, in cui vita e morte si fronteggiano cavallerescamente, riconoscendosi, di volta in volta, l’onore delle armi. Un trionfo della vita e della morte, quindi. La chiave che dà accesso al suo segreto sorge il sospetto sia da ricercarsi nei dettagli del grande affresco di Palazzo Abatellis a Palermo. Una chiave forse celata tra le pieghe dei panneggi di una delle tante figure che lo popolano e che lottano e resistono alla morte, troneggiante al centro della scena; o forse riposta e dimenticata da tutti al di là della siepe che fa da sfondo all’immane battaglia (’A vite pare n’ate u ttante / pp’ sta cazze di morte ’nnante – La vita sembra un’altra cosa / con questa cazzo di morte davanti).

La sua ultima raccolta antologica, Scannaciucce (Mesogea, 2019, pp. 158, 14€), riprende questo cammino lungo i sentieri della vita spingendosi sino alle frontiere della morte. Brancale si concentra, qui, esclusivamente sulla più scarnificata delle lingue, il dialetto lucano (tutte le poesie hanno un testo a fronte in italiano). Fin dal titolo, scannaciucce, termine che indica l’agave, si comprende che la parola per Brancale è un organismo vivente, tagliente e di una crudeltà senza cattiveria. L’agave, vegetale le cui qualità disintossicanti sono note dagli albori della nostra civiltà, è anche pianta dalle spine acuminate che, per l’appunto, scannano, lacerano, le zampe dei ciucci, degli asini che percorrono selvaggi sentieri, trasportando i pesi che la vita ha posto sulle loro spalle. L’agave, severa e longeva, tiene a distanza i viventi. Ha una sola inflorescenza, fatta di fiori luminosi di sei petali e sei stami, a cui, a breve distanza, segue la morte. L’apparire della bellezza, in tutta la sua magnificenza, coincide con l’annuncio della morte. Ogni reale confronto e scontro con la parola rimane intrappolato in questo doppio movimento, al contempo, lenitivo e straziante (nd’u lambe ’a vite sparte / e nganne s’annàsele / u fracasce ianghe // u cchiù luntane – nel lampo la vita si squarta / e in gola si ascolta / il fragore bianco // il più lontano). La parola, senza la quale non v’è possibilità di salvezza, è uno strumento pericoloso, un bisturi che, a forza di sezionare il corpo della lingua, rischia di ucciderla e di uccidere ogni speranza (Mi sforze fine a llu sanghe – mi sforzo fino al sangue).

Da qui l’altalenare dei suoi versi tra visioni di senso e momenti di disperazione senza consolazione possibile: da una parte, i morti sono umani che hanno conosciuto la vera sapienza (Sòo vere sicure / ca mi ngi ’ggià ’rricrijà / llà sotte a lla micciune / nd’ ’a ’ccisione d’u nìhure // O muorte so’ cchiù vive di nuje – Sono certo / che mi sentirò felice / lì sotto in segreto / nella follia del nero // I morti sono più vivi di noi) e, dall’altra, la morte, nella sua incomprensibilità e insensatezza, è la sola realtà, realtà di fronte alla quale non resta che il perdersi della parola nel silenzio del vento (Si’ angòre qqua / viente cchiù d’u niente – Sei ancora qui / vento più del nulla; o ancora: Ma andò mi ne ’ddà purtà / ssa murre di parole / si pò’ nu raske non gravìte / veramente a nisciune […] vène u suonne di na penne // u viente senz’andò – Ma dove dovrebbe portarmi / questo branco di parole / se poi un graffio non risparmia / proprio nessuno […] viene il sonno di una piuma // il vento senza dove).

La poesia di Brancale si inserisce nel punto di frizione tra due epoche: da una parte, un Novecento che credeva di poter secolarizzare, attraverso l’impegno e una letteratura politicamente declinata, le illusioni liriche e sacrali di una bellezza epifanica e, dall’altra, un nuovo secolo in cui ogni idea di salvezza svapora emulsionandosi con una leggerezza postmoderna, disinvoltamente idiota. La sua parola nasce dall’attrito di queste due posture epocali, impossibilitata a credere che la salvezza venga dalle opere ma anche disgustata dall’idea che la vita si riduca al suo semplice consumarsi, per non dire al suo consumo. E in questo duplice rifiuto, in questo duplice esercizio di lucidità, essa si consuma e si strazia, senza per questo cessare di divorare la vita, di assaporarla, di gustarla, di metabolizzarla in nuova energia vitale, in puro dispendio: dépense cosmica. I versi di Brancale si incardinano sulla soglia del nostro tempo, al limitare di due mondi. Nel medesimo gesto, aprono e chiudono – come la porta in 11 rue Larrey di Marcel Duchamp – uno spazio familiare e unheimlichkeit. E lì, sospesi nell’enigmaticità di questo doppio movimento, sulla soglia tra la vita e la morte, le sue parole ci lasciano in silenzio, ci abbandonano al silenzio. Non disperata ignoranza ma attesa: mbàreche no’ i’è nu gride / ’a garámme ca si gràpe tra vite e morte // andò non si pòte a cchiù sapè / alliènte ’a spiranze – forse non è l’urlo / la voragine che si apre tra la vita e la morte // dove non si può sapere / scaglia la speranza.

Nello spazio sottile di questa sospensione, come ebbe a scrivere Guido Ceronetti ricevendo le prime poesie di Brancale, “un filo di luce trapela di sotto la porta”. Da cosa ci separi quella porta e da dove provenga quella luce non è dato sapere. Resta ancora tutto da pensare, ancora tutto da dire.








pubblicato da j.costantino nella rubrica poesia il 1 ottobre 2019