Il nodo alla gola

Gabriele Lastrucci



Up

Y era un genio, forse. Anzi sì, lo era. Le sue intuizioni di fisica quantistica lo dimostravano. Il suo cammino verso di esse era un percorso glorioso: dalla prima infanzia ad oggi, quando i suoi articoli facevano il giro del mondo pubblicati dalle più importanti riviste scientifiche. Il premio Nobel era soltanto una questione di tempo. L’amore per Y era stato uno spinoso cosmo di piacere e di vertigini assolute. Alcune donne lo avevano attraversato lasciando in lui profumi quasi infiniti, pezzi d’anima e tramonti di lacrime intense, luminose. Tutto però lo aveva preparato da sempre all’incontro con quell’unica donna veramente necessaria: la sua donna-Destino. L’aveva sognata, conquistata e sposata fieramente, come chi trova il senso profondo di una vita infiorata d’attesa. In lui nulla era fragile e transitorio. La luna, rossa nel cielo come un enorme cuore appeso al buio, splendeva soltanto per illuminarlo. Ogni fatica, ogni tormento, non era che il vibrante strumento che lo tendeva verso lo spasmo dell’ultima meta, la sua meta. Y era bello, ma di una bellezza così alta e abissale che nessuno poteva vederne la fine, il perpetuo principio. Beveva, sì, beveva per ampliare l’orizzonte già immenso delle sue percezioni. Nelle ore di riposo amava correre, leggere e scrivere. Lui era il mondo.

Down

Y era un genio, forse. O forse no. Il suo lavoro di Fisico teorico, a cui lui si era dato così interamente per anni, lo aveva deluso. Le sue equazioni sulla non-località dell’Universo, sull’Entanglement quantistico e sulla Funzione variabile d’Entropia, non erano che stanchi riflessi delle epocali scoperte fatte dai suoi più illustri predecessori. Esse venivano perlopiù pubblicate su riviste scientifiche periferiche, senza alcuna possibilità di un ancoraggio sicuro. L’amore per Y era sempre stato nero e doloroso. Le poche volte che era stato ricambiato, il suo sanguigno trasporto era mutato velocemente verso un monotono decadimento, verso l’inevitabile imperfezione di tutto, verso l’addio. Quando conobbe sua moglie gli parve di aver trovato un rosso vulcano di splendore. Lei si era decisa a sposarlo, peraltro senza troppo entusiasmo. Così dopo pochi anni tutto l’amore si era ridotto ad una coltre di noia fumosa. Lui beveva continuamente per alimentare un fuoco ormai freddo e spento. Non la sfiorava neanche, temendo di non poter sopportare il contatto con una forma così familiare, così priva di un grande mistero. Il dolore, che da giovane lo aveva tenuto in vita per una sorta di sfida ancestrale, scivolava via senza nemmeno segnarlo, come le poche gioie, d’altronde. Si lasciarono senza passione, senza coraggio, come una ferita che non vuole più sanguinare. Il sole bruciava stanco e desolato nel suo immenso giallore castrato. Ormai non correva più, leggeva poco, e tutto quel che riusciva a scrivere lo rigettava in un grigio senso di nausea imminente.

Il nodo infinito

Un giorno fece un nodo alla corda che pendeva solenne dalla bianca parete del suo studio. Sentiva la gola gonfiarsi sotto la nuda forza del proprio peso. Dopo qualche secondo non riusciva più a distinguere il proprio corpo dalla corda, dalla stanza, dalla materia. Poi, nulla. Si svegliò in una sala d’ospedale con pallide schiere di tubicini asettici collegati dappertutto. Soltanto dopo seppe che la sua vicina di casa, sentendo dei rantoli soffocati, aveva avvertito le forze dell’ordine che lo avevano staccato dalla corda pochi minuti dopo. L’osso del collo non si era rotto, ma il colore del suo volto era bluastro come un ferroso cielo d’autunno, e dalla bocca colava uno spettrale rigolo di saliva e di sangue. Dopo un mese di degenza fu riportato a casa. Non poteva più camminare e alcune parti del suo corpo erano rimaste prive di vita. Dopo alcuni mesi la sua testa, il suo cervello, tornarono alla normalità. Questa normalità, tuttavia, era profondamente diversa da quella precedente al suo lontano nodo alla gola. Cominciò a risentire con forza un tenace impulso sessuale. Dopo qualche tempo, sentì il bisogno di un vero rapporto fisico con una donna e chiamò alcune prostitute. La cosa, priva di ogni inclusione morale, lo faceva stare bene. A quasi un anno dalla possibile morte, conobbe un’amica della badante straniera della sua vicina, quella che lo aveva salvato. S’innamorarono. Non beveva, non scriveva e non leggeva più da tempo, ma il suo cuore era pieno di vita e d’amore come mai prima di allora.








pubblicato da s.nelli nella rubrica racconti il 17 settembre 2019