Le occhiaie della Magnani e il nasone di Gabin

Jonny Costantino



Due lampi dal mio scritto Le occhiaie della Magnani e il nasone di Gabin. Talismani fendenti amenità dal Cinema Ritrovato 2019 sulla strepitosa 33esima edizione del «festival più bello del mondo» (Isabella Rossellini dixit) apparso ieri, 11 settembre, sul CUBo e leggibile nella sua integralità qui.

"La passione di Anna Magnani" (2019) di Enrico Cerasuolo

«Non sono quella che credete»

Jean Renoir, che ha diretto Anna Magnani in La carrozza d’oro (1952), racconta che, anche quando arrivava sul set con le occhiaie fino alla bocca, al terzo take Anna iniziava a ringiovanire e, man mano che il talento carburava, lei sbocciava.

Renoir lo racconta in un filmato d’epoca contenuto in La passione di Anna Magnani (2019) di Enrico Cerasuolo, documentario dal taglio tradizionale traboccante di chicche e rarità per le quali non trovo complemento migliore che cinque brani (tra i numerosi che avrei potuto scegliere) da La bocca di Anna (1998), un poema in prosa dove lo scrittore Bernard Noël sfida l’ineffabile per dar voce a quel che in acquatto palpita dietro il volto, tra le ferite, dentro la carne di Anna.

Ho molto corpo, vale a dire una carne abbastanza pesante per essere solcata dal delirio.

Sarei capace di uccidermi lì, davanti a tutti, se questo potesse cambiar la qualità della rappresentazione e riscattare per sempre il teatro dalla sua irrealtà: il pubblico lo percepisce e mi ama perché sono abbastanza eccessiva da sfidare il buon gusto e spingermi fin dove nessuno osa andare.

Vedo il mio limite, e invece di abitare pacificamente all’interno del talento che esso protegge o fortifica, mi appresto a sporgermi sull’orlo. Cerco, senza illusioni, di passarci sopra, ma il talento — ricorro a un’altra immagine, pazienza — è una pelle che non ci si toglie di dosso così come non sarebbe possibile scorticarsi della propria pelle per mostrarsi più vivi.

Credo che ritraendosi da noi l’infanzia ci lasci un corpo ammaccato che non capirà mai la ragione del cambiamento. Sento che questo cambiamento non poteva portare ad altro che al divoramento delle mie viscere. Resisto. Ho resistito facendo ricorso alla passione, alla collera, che sono armi inafferrabili: la mia bocca le brandisce, ed esse le sfuggono perché le labbra sono scivolose.

Non posso farci niente: mi seppelliranno nel mio stesso volto e mi dimenticheranno guardandolo.

Anna l’esorbitante che approda a teatro per farsi «spuntare le ali» e trova «la morte sua» al cinema, Anna l’abrasiva col suo retaggio ancestrale di profondità carnale, Anna nazionale che fa la parte della leonessa a Hollywood accanto a Burt Lancaster e Marlon Brando ma che al cospetto di Bette Davis si sente un agnellino, Anna l’animalesca che nella vita morde per non essere attaccata e nell’arte mette al gancio la sua anima e la espone come un bue squartato, Anna male amata che quel bell’uomo di Goffredo Alessandrini cornifica peggio di «una cesta di lumache» (Anna dixit) e che quel grande regista di Roberto Rossellini accantona per un angelo di nome Ingrid Bergman, Anna la diavolessa che sulla scena cerca l’amore che le manca, Anna nave scuola che secondo Marcello Mastroianni è la più grande attrice italiana di sempre e non sapremmo chi opporle a contesa del primato, Anna Magnani è per me soprattutto l’interprete insuperata della lucidità escoriante e della visceralità vertiginosa.

Gabin in "Pépé le Moko" (1937) di Julien Duvivier

Ou la France

Jean Gabin è il francese emblematico per eccellenza. C’è chi nella sua faccia intravede i tratti del padre. Chi vi riconosce la zia o la nonna. Chi l’eroe che sarebbe potuto essere e non è stato. Jean Gabin ou la France è stato un titolo in ballottaggio per quello che sarebbe divenuto Un Français nommé Gabin (2017), come riferiscono Yves Jeuland e François Aymé, gli autori di questo documentario sui tanti volti di Gabin.

Gabin labbra sottili delle quali l’amico Prevert scrive «testimoniano le ferite della vita». Gabin che dice «le parole devono uscire dagli occhi» e che, prima di farle uscire, le fa macerare, una a una, nella pancia. Gabin il cui gesto supera l’intenzione. Gabin lo sciupafemmine dall’aria scanzonata e dal ceffone facile. Gabin con cui Delon e Belmondo devono misurarsi (e misurandosi differenziarsi e differenziandosi definirsi) per affermarsi nell’immaginario quali divi duri e rubacuori après Gabin. Gabin che, nonostante gli sforzi degli aspiranti al trono, vede il suo erede naturale in quel Cyrano di Depardieu. Gabin la cui mascolinità è così prorompente che l’accessorio femminile non l’attenua bensì la esalta: il foulard che indossa in Pépé le Moko (1937) diventa all’istante il foulard distintivo dei magnaccia di Pigalle. Gabin dai «fianchi più virili del mondo», come dice Marlene Dietrich, cotta di lui come un bratwurst. Gabin che nel suo furore zenitale è un monumento al vigore genitale come lo è, sul versante vulvale, Simone Simon, che in raptus Gabin uccide in L’angelo del male (1938). Gabin occhi azzurri e bocca a taglio e in mezzo il segreto della sua irresistibilità popolare: il nasone a patata.








pubblicato da j.costantino nella rubrica cinema il 12 settembre 2019