Simenon: due romanzi e un destino che presenta sempre il conto

Silvio Bernelli



Certi scrittori fanno rumore anche quando subiscono una battuta d’arresto. È il caso di Georges Simenon, ad esempio. Certamente, uno dei narratori di razza del Novecento, famoso soprattutto per la sterminata saga del commissario Maigret (oltre settanta romanzi e decine di racconti tra gli anni ’30 e ’70). In questa parte più nota del suo lavoro, lo scrittore belga, ma francese e poi americano d’adozione, dispiega abilmente la sua scrittura ficcante e il talento per la ricostruzione degli interni piccolo-borghesi. Impiegati, pensionanti, portinaie, piccoli commercianti, agenti di vendita: sono solitamente questi i protagonisti dei delitti che, implacabilmente, Maigret risolve. E sempre si tratta di casi che portano alla luce i più miseri sentimenti dell’animo umano: gelosia, invidia, brama di ricchezza e di successo sociale. Il ciclo di Maigret è insomma una sorta di inchiesta sociologica ante litteram sul popolo di ogni paese e i suoi più oscuri desideri. Potrebbe essere considerato il contraltare "spettacolare" della mesta galleria di dipinti composta da Giorgio Morandi proprio negli stessi anni. La medesima compostezza di interni impolverati che celano misteri insondabili. La stessa malinconia. La stessa fatica di vivere.

Maigret a parte, Georges Simenon è stato anche un ben più che prolifico autore di storie nere. In questi altri romanzi, benché si registrino temi e scenari che vanno oltre gli steccati del poliziesco, lo sguardo di Simenon continua implacabile a rimestare nei recessi dell’uomo, alla ricerca delle nostre più imperdonabili debolezze. Ed ecco quindi che, da quest’altro immenso filone narrativo, prendono corpo alcuni opere rimarchevoli. Tra queste, spiccano Tre camere a Manhattan (1946), in cui lo squallore della vita urbana sembra soffocare gli amanti François e Kay, il cupo I fantasmi del cappellaio (1949), il tesissimo Luci nella notte (1953) dal quale Cédric Kahn ha tratto un buon film nel 2004, La vedova Couderc (1942) e La neve era sporca (1948) con i loro assassini diversamente disperati. L’ultimo arrivato in questa lista di romanzi è Marie la strabica (1952) recentemente pubblicato in Italia da Adelphi (pp. 181, 18€, traduzione di Laura Frausin Guarino) come già i titoli sopracitati.

Il libro ripercorre la morbosa amicizia tra Sylvie e la Marie del titolo. Fascinosa, sensuale e manipolatrice la prima, respingente nei modi e nei tratti la seconda, le due ragazze lavorano come inservienti nell’albergo di una località di villeggiatura. Tra i garzoni c’è anche l’ingenuo Louis che, irretito da Sylvie, finisce per compiere una leggerezza che gli costa il posto. Sopraffatto dalla vergogna, il giovane si toglie la vita. L’unica a conoscere dettagli e motivazioni del dramma è proprio la tetra Marie.

C’è tutto Simenon in questo inizio fulminante. Due personaggi agli antipodi uniti per sempre da un complesso legame che stringe molti fili narrativi: il senso di colpa, la riconoscenza dovuta, l’invidia sottaciuta, la necessità di un silenzio complice. Paradossalmente, è proprio la potenza di questo legame a separare le vite delle due ragazze che si ritrovano a Parigi soltanto molti anni dopo. Sylvie è diventata l’amante di un ricco imprenditore, Marie ha continuato la sua esistenza nell’ombra, tra lavori umili e uomini che la illudono per poi sparire nel nulla. La disputa per un’eredità dà occasione alle due donne di incontrarsi nuovamente. A questo punto, in modo imprevedibile per un maestro come Simenon, il meccanismo narrativo sembra girare a fatica. I dialoghi, già molto lunghi nella prima parte del testo, si sfilacciano. La scrittura allenta la presa e la storia, nel suo scioglimento, pare meno tagliente del solito.

D’altronde, chi conosce Simenon sa che, avendo scritto moltissimo e a una velocità impressionante (anche pochi giorni per un intero romanzo), è fatale che la sua produzione sia qua e là discontinua. Anche nel ciclo dedicato a Maigret, ci sono non poche differenze tra i lavori più ordinari e gemme quali L’impiccato di Saint-Pholien e Il caso Saint-Fiacre.

Per riconciliarsi con il miglior Simenon, un consiglio può essere tornare a Il fondo della bottiglia (1949), edito sempre da Adelphi nel 2018 (pp. 176, 18€, traduzione di Francesca Scala). È un romanzo ambientato a Nogales, al confine tra Messico e Stati Uniti. Qui vive P.M., un ex avvocato diventato proprietario di un ranch in seguito al matrimonio con la facoltosa Nora. Nella sua quieta e un po’ noiosa vita irrompe il fratello Donald, dimenticato per anni e appena evaso dal carcere. L’uomo chiede a P.M. di aiutarlo a passare la frontiera. Anche qui, come in Marie la strabica, due personaggi agli antipodi si trovano obbligati a condividere un passato da dimenticare e un presente che non si vorrebbe vivere. Il patto tra i due fratelli è il contraltare di quello stipulato tra le amiche-sorelle Sylvie e Marie, ma in questo romanzo riecheggia la morte del fratello di Simenon, Christian. L’uomo era stato ucciso mentre combatteva in quella Legione Straniera in cui si era arruolato su consiglio del fratello, allo scopo di sfuggire alla condanna a morte ricevuta come collaborazionista dei nazisti. Solido, coeso, lanciato come un treno in velocità, Il fondo della bottiglia trascina i suoi protagonisti verso l’inevitabile epilogo, proprio in quel confine tra Stati Uniti e Messico ancora oggi punteggiato dalle morti a migliaia di fuggiaschi e clandestini. E qui storia e Storia si sovrappongono. E lasciano il segno.








pubblicato da s.bernelli nella rubrica libri il 4 settembre 2019